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Estrattivismo e neocolonialismo, la corsa al litio in Sudamerica

Di Agnese Bettucci

Se molti credono che il colonialismo sia un fenomeno che ha caratterizzato la storia di alcuni paesi europei più o meno dal XVI secolo fino alle ultime indipendenze del XX secolo, in realtàaltrettanti ritengono che questo sistema, politico ed economico, non si sia mai esaurito del tutto, ma abbia cambiato soltanto le vesti. 

Un esempio dell’ancora vigente sistema coloniale, che da ora in poi chiameremo neocolonialismo, è ciò che sta accadendo in Sud America, territorio sfruttato per l’estrazione di litio. 

Il litio è un elemento chimico che, nella sua forma più pura, assume un colore bianco, tanto da essere chiamato come “oro bianco”. In natura il litio non si trova mai nella sua forma metallica nativa ma deve essere, appunto, estratto. 

Proprio grazie alla sua reattività, il litio è diventato il protagonista delle nuove tecnologie: le batterie a litio, infatti, grazie alla loro struttura, sono ricaricabili e per questo utilizzate nella maggior parte dei dispositivi elettrici. Inoltre, queste batterie hanno un voltaggio estremamente elevato, possono immagazzinare energia rinnovabile come quella solare o eolica. 

Se però da un lato queste batterie permettono l’utilizzo di energie rinnovabili, dall’altro la loro fabbricazione ha dei risvolti, che vedremo, oltre che essere poco ecologici, essere poco etici. 

Il 60% delle risorse mondiali di litio, sono concentrate nel così detto “Triangolo del Litio”, un territorio compreso fra le Ande di Argentina, Cile e Bolivia. Quest’area viene chiamata in dialetto quechua andino “Puna”, ovvero “terra di altura”. Qui, infatti, le altitudini superano i 6000 metri, la vegetazione scarseggia a causa del clima sfavorevole e della scarsezza di acqua: le popolazioniandine, fra cui Kolla e Atacama, sono le uniche che, da tempo indefinito, convivono con questo ecosistema, rispettandolo, eppure sono proprio queste popolazioni a doversi “sacrificare” per il benessere del così chiamato “Nord globale”. Secondo la geopolitica, possiamo dividere il mondo in Sud e Nord globale: se sotto il nome di Nord Globale confluiscono paesi come StatiUniti, Cina e Australia, con il termine “Sud Globale” ci si riferisce a tutte le aree del mondo storicamente relegate ai margini dei sistemi economici globali, come l’America Latina, l’Africa e gran parte dell’Asia. Quest’ultime condividono, per la maggior parte una storia di colonialismo, sottosviluppo economico e, in molti casi, di instabilità politica. I concetti di Sud e Nord Globale non indicano una posizione geografica, ma si fanno portavoce di problematiche socioeconomiche, disuguaglianze, dinamiche di potere e governance.  

L’estrazione del litio è un fenomeno eclatante delle dinamiche fra Sud e Nord Globale. 

Non a caso il biologo e ricercatore uruguaiano Eduardo Gudynas, definisce l’estrattivismo non come un modo di produzione, ma di appropriazione, ed evidenzia le tre caratteristiche principali di questo modello socioeconomico, neocoloniale ed estrattivista: l’estrazione è effettuata ad alta intensità, la maggior parte delle risorse estratte non viene raffinata e la maggior parte di esse sonoesportate. 

Per osservare le dinamiche di sfruttamento e di usurpazione del territorio e delle popolazioni, partiamo dal metodo di estrazione del litio. 

Il litio viene estratto da due fonti, roccia dura e piana di sale, fonte principale di litio in Sud America. Per estrarre il litio dalla piana di sale si crea un deposito sotterraneo di salamoia che viene inviato ai bacini di evaporazione dove l’acqua contenuta evapora lasciando un concentrato di litio. Questo metodo di estrazione, attraverso bacini di evaporazione, necessita di molta acqua: si stima che per ricavare il litio dai grandi salares, come quelli sudamericani, occorrono 1,8 milioni di litri d’acqua per ogni tonnellata, una quantità alquanto critica soprattutto in zone come ilTriangolo del litio dove le risorse idriche scarseggiano. Questa metodologia, oltre che privare le popolazioni locali della già poca acqua disponibile, inquina le falde acquifere: si stima che globalmente, l’industria di litio produce emissioni di Co2 che variano dalle 5 alle 15 tonnellate.

Inoltre, i protagonisti dell’estrazione in Sud America, sono sempre imprese private appartenenti al Nord Globale, per la maggior parte occidentali e cinesi, come Albemarle Corporation, Rio Tinto e Ganfeng Lithium

Le terre vengono sfruttate, le popolazioni locali perdono le loro case per garantire il benessere e la transizione ecologica del Nord, creando nuovamente dinamiche di sfruttamento dominio e distruzione come in passato. 

Nella zona del Triangolo del litio vivono più di quattrocento comunità indigene, comunità che non hanno alcun tipo di documento che testimoni ufficialmente che quel territorio, dove vivono da svariati secoli, ancora prima della colonizzazione spagnola, è in parte anche loro. 

Oltre ai danni concreti dell’estrazione del litio, come la deviazione dei corsi d’acqua verso gli impianti che compromette il già delicato ecosistema della zona, esistono anche altre forme di sopruso e di violenza come la mancanza di rappresentanza indigena all’interno delle istituzioni locali. 

Ogni tipo di decisione sullo sfruttamento del territorio per l’estrazione di litio, viene discussa e approvata dal binomio azienda-istituzioni, escludendo a priori il coinvolgimento delle popolazioni autoctone se non ad atti già scritti. 

In un contesto dove già all’interno dello Stato stesso la rappresentanza indigena nelle istituzioni scarseggia, nella partita aziende private-istituzioni è completamente assente. 

Ancora oggi le popolazioni autoctone, non essendo tutelate dallo Stato in primis, sono calpestate ed escluse da qualsiasi tipo di decisione, presa da terzi, che riguarda il futuro del loro territorio e quindi delle loro vite. 

Vista dunque l’altra faccia della produzione di litio, costellata di problematiche etiche, ecologiche e sociali, volta al mero sviluppo “sostenibile” esclusivo del Nord Globale, può essere considerato ancora un’ottima alternativa alle energie non rinnovabili? E se sì ache prezzo? 

Museo Aristaios, Collezione Giuseppe Sinopoli- Una mostra, un viaggio nel tempo

Di Maria Chiara Della Camera

La mostra allestita al Museo Aristaios, Collezione Giuseppe Sinopoli, è come affrontare un viaggio nel tempo. L’esposizione è composta da uno spazio elegante, ordinato e silenzioso, con luci che fanno risaltare gli oggetti esposti, e il tempo è come se si fermasse.
Una parte interessante della mostra è quella dedicata alla villa e al suo territorio. I pannelli spiegano da dove provengono gli oggetti e che rapporto avevano con il territorio. La mostra prova anche a raccontare la vita dietro di essi attraverso mappe, immagini e fotografie degli scavi e, grazie ad esse, puoi immaginare meglio com’era quel luogo nel passato.
Il tutto è reso ancora più interessante perché gli oggetti sembrano parte di una storia più grande. Le immagini degli scavi mi hanno colpito molto perché fanno vedere il lavoro archeologico in modo concreto. Si vedono strutture, muri, resti venuti fuori dalla terra.
Un’altra parte interessante da vedere, secondo me, è quella con i vasi esposti nelle teche. Per come sono stati esposti, a mio parere può venire spontaneo voler sapere a cosa servissero e chi li usasse.
È una visita da vivere con curiosità e con amore per il sapere. La mostra mi ha dato l’idea di un percorso ideato per entrare in contatto con un pezzo di storia, che ci fa capire che il passato può sempre parlarci in modo forte.

Concorso nazionale per giovani soggettisti

PREMIO VINCENZONI 2026

Come una Call for papers: avete un’idea per un soggetto cinematografico? Volete cimentarvi con la scrittura di una commedia? Ecco l’occasione giusta. 

E’ stato pubblicato il bando per la 12^ edizione del Premio Vincenzoni, riservato agli under 35, per la stesura di un soggetto cinematografico che – soltanto per quest’anno, in cui ricorre il centenario della nascita del grande soggettista e sceneggiatore Luciano Vincenzoni – dovrà essere di genere commedia. 

In tutte le sue declinazioni, naturalmente. 

Chi era Luciano Vincenzoni

Luciano Vincenzoni, a cui è intitolata l’Associazione che organizza il Premio, era nato a Treviso nel 1926, ed è stato il soggettista e sceneggiatore di molti film di registi come Pietro Germi, Sergio Leone, Mario Monicelli, Elio Petri, Carlo Lizzani, Steno, Dino Risi e altri. Ha lavorato per molti anni anche negli Stati Uniti, dove è stato ammesso al WGA (Writing Guild of America, una sorta di sindacato degli sceneggiatoriche annovera tra i membri soltanto 8 italiani), guadagnandosi il titolo di “script doctor” della commedia all’italiana. Ha scritto anche per Tornatore (Malena). E’ morto a Roma nel 2013

Il concorso

Il bando prevede una sezione per soggetti e una sezione per musiche per film. Quindi che siate soggettisti, o aspiranti tali, o anche musicisti, date un’occhiata qui.

La partecipazione al concorso è gratuita.

Per quanto riguarda la sezione soggetti, le opere possono avere una lunghezza massima di 14.000 battute, con una sinossi di circa 600 battute, e dovranno essere inviateentro il 30 giugno a concorso@premiovincenzoni.it

Per la sezione musicale, il regolamento prevede la composizione di un brano da montare su una sequenza del film Un giorno devi andare di Giorgio Diritti (2013), scaricabile dalla pagina del bando. Le caratteristiche tecniche sono specificate nello stesso bando.

Le due giurie tecniche, composte da professionisti in campo cinematografico e musicale, come critici, sceneggiatori, registi, docenti universitari, responsabili di Film Commission, compositori di colonne sonore e giornalisti di settore, sceglieranno i due vincitori per ciascuna categoria, a cui andrà un premio in denaro, e potranno assegnare anche menzioni speciali. Le premiazioni si svolgeranno a novembre, nell’ambito della Settimana del cinema di Treviso. 

Allora, pronti a partecipare? 

Rita Ippolito

Questa serie tv non è quello che sembra: il fenomeno mediatico e simbolico de “I segreti di Twin Peaks”

Di Lodovica Pacifici

Nel 1990, esce colei che ha cambiato completamente la storia delle serie tv, si chiama Twin Peaks. Twin Peaks non è il classico programma che si vedeva in televisione a quell’epoca. In precedenza eravamo abituati a vedere “soap-opera” o “telefilm”, che avevano una durata ben più lunga di quelle che circolano adesso e che ogni episodio aveva un suo nucleo narrativo. Twin Peaks cambiò questo modo di vedere la serie tv: in Twin Peaks c’è un mistero, e questo mistero non si conclude con un episodio; anzi, esso si espande sempre di più. È grazie a Twin Peaks che verranno fuori altri capolavori che hanno al proprio centro un mistero che persiste nel corso delle stagioni che si susseguono, come Lost oppure X-Files. Parlare di questa serie adesso può sembrare sia semplice che difficile allo stesso tempo: dopotutto questo sarà stato l’intento basilare di David Lynch quando l’ha concepita. In Italia, era stata introdotta da Mike Bongiorno con la domanda “Chi ha ucciso Laura Palmer?” . A questo proposito viene da chiedersi, chi era Laura Palmer? Lei è il personaggio-chiave che dà inizio a questa storia. Il pilot (un episodio che ha una durata circa di 110 minuti) inizia con delle inquadrature su questo paesaggio boschivo, al confine tra gli Stati Uniti D’America e il Canada. In seguito, vediamo un fiume che scorre, con a riva un telo di plastica. Vediamo un personaggio, che poi scopriremo essere Pete Martell (Jack Nance), che giunge a vedere cosa si nasconde dentro a questo misterioso telo : un corpo, il cadavere della diciassettenne Laura Palmer. Da qui inizia il mistero, l’annuncio della morte di questa “dolce ragazza” di cui tutti avevano buona memoria, ricordandola sempre con il suo splendido sorriso e la sua gentilezza. Quando è stata ritrovata Laura non rideva, il suo corpo ormai di ghiaccio, lasciava trasparire una freddezza austera dovuta chissà a quale abuso prima di perdere coscienza. E infatti, non è tutto oro ciò che luccica e questo anche la stessa Laura lo sapeva, con un macigno sul suo petto che la tormentava dall’età di dodici anni e che non la lascerà nemmeno durante la sua morte. 

Il fenomeno di questa serie fu diffuso ovunque. Si parlava dappertutto di quel folle genio che aveva diretto il film con la figlia di Roberto Rossellini e Ingrid Bergman, Velluto Blu e quell’altro film fantascientifico, un fiasco al botteghino, prodotto da Dino De Laurentiis chiamato Dune. Dopo l’esperienza di Dune, il nostro amato genio voleva lasciare tutto, ma c’era ancora della gente che aveva fiducia in lui. Uno di questi era sicuramente Kyle MacLachlan, che lo aveva seguito sia in Velluto Blu che in Dune come protagonista e che sarà anche qui, uno dei protagonisti centrali che cercherà di risolvere il mistero nei panni dell’agente dell’FBI Dale Cooper. 

Ma questa serie non è stata ideata solo dal maestro Lynch, ma anche da Mark Frost, che ha aiutato Lynch a scrivere la sceneggiatura e che ha continuato anche quando Lynch lasciò il progetto, dalla metà della seconda stagione. Lynch ritornerà al progetto in due momenti fondamentali: per il film/prequel Twin Peaks: Fuoco cammina con me, nel 1992, e in Twin Peaks: The Return, la serie-evento realizzata ventisette anni dopo, nel 2017.  

La serie parla, oltre che della morte di questa giovane ragazza, anche della città in cui viveva, chiamata proprio Twin Peaks, anch’essa intrisa di misteri che sembrano nascondersi all’interno di una piccola cittadina dei sobborghi americani, tipici delle commedie romantiche oppure dei melodramma girati tra gli anni ‘50 e ‘60. Per raccontare questi eventi, la serie riprende lo stile classico delle soap operas dell’epoca, aggiungendoci gli elementi tipici del giallo. Gli stessi eventi che avverranno nella serie, vengono anticipati in una sorta di mise-en-abyme, attraverso l’uso della fittizia soap opera che vedono gli abitanti della cittadina chiamata Invitation To Love. Questo stesso espediente veniva già annunciato in Velluto Blu.

D’altro canto, Twin Peaks non è solo mistero legato al genere crime, è anche vicino al misticismo. Questo è evidente in tutta la serie: dall’uso dei sogni e al misticismo tibetano di Dale Cooper (Kyle MacLachlan) per risolvere il mistero dell’assassinio della giovane Palmer fino alla presenza essenziale della Loggia Nera e Bianca, elementi chiave delle credenze mistiche delle popolazioni native su cui si fonda la piccola cittadina dello stato di Washington. 

Non solo, troviamo la filosofia alla base di questa serie: il Male e chi lo ha creato. Il mistero risiede in questo: chi è che ha potuto fare così male ad una giovane ragazza, dall’aspetto dolce e sereno, la tipica “fidanzata d’America”, che aveva ancora tanti anni davanti a sè, a tal punto da ucciderla? Nel mentre che ci accompagnano a scoprire la realtà di questa cittadina e alla scoperta della vita attorno a Laura, ci sono Angelo Badalamenti con la sua colonna sonora, piena di note che portano verso una dimensione-altra, spesso accompagnato dalla voce angelica di Julee Cruise, che intrattiene i ragazzi di Twin Peaks al locale The Roadhouse.

Ovviamente avrei potuto scrivere per ore di quello che viene trattato in Twin Peaks ma non vorrei dilungarmi oltre per non spoilerare, anche se credo che sia molto difficile spoilerare una serie del genere…

Spero di avervi incuriosito se non l’avete mai vista, oppure di avervi fatto venire nostalgia da fare un bel rewatch! 

Per entrambe le opzioni vi invito a vedere il 16 aprile alle 17:00 al DAMS (Via Ostiense 139, aula 3) l’episodio pilota di questa meravigliosa serie, con una presentazione fatta da me e a seguire un dibattito 😉

Res- parte 4- La solitudine condivisa

di Carolina Maccione

Quando trovi qualcuno che capisce gli aspetti più tristi della tua vita ma con cui puoi anche ridere poi è difficile accontentarsi delle altre persone” Res non aveva amici. O meglio, le persone della sua famiglia erano i suoi unici amici. A volte, quando sentiva parlare di quel legame, uno dei pochi che scegli di tua spontanea volontà e che non chiede niente in cambio, si sentiva strano.

Come se fosse una cosa che non gli sarebbe mai potuta appartenere…ed era così. Negli ultimi tempi Aurora aveva fatto amicizia con un bambino di nome Pablo. Un ragazzino gentile e ironico per difesa.

Lui si era trasferito da poco e la maestra Luisa lo aveva fatto sedere al banco con la piccola di casa Della Torre. In realtà le elementari erano state una bella esperienza per Aurora, ma… non aveva mai trovato dei veri e propri amici.

Poi, era arrivato lui, in una mattina qualunque del quarto anno.Pablo era gentile e non faceva domande indiscrete, questo rese facile per Aurora raccontarsi a lui. Pablo l’ascoltava davvero.

E pian piano anche lui iniziò ad aprirsi, con cautela ma anche con la volontà di farsi conoscere veramente. Lui non era un bambino cattivo, né timido. Era selettivo e tendeva a rifugiarsi nella propria mente, perché lì, niente poteva fargli male. O quasi. Era diverso da Aurora, ma allo stesso tempo erano anche simili. La bambina era solitaria ma aperta, lui socievole ma chiuso. Se per la strada per andare a casa Aurora non salutava nessuno. Lui sorrideva alle vecchiette vestite in un modo buffo o alle persone che riteneva interessanti. In non molto tempo Pablo divenne ospeite fisso a casa Della Torre.Res era incuriosito da lui. Poi aveva anche sentito dire da Lucia che la situazione a casa non era delle migliori. Anche per Aurora non era facile.

Ma, nonostante questo almeno lì c’era amore. Qualcosa che Pablo conosceva solo in parte. Aurora e il suo amico spesso si confidavano tra loro, Res amava ascoltarli sviscerare le proprie anime l’uno all’altra. Così aveva avuto modo anche di conoscere nuovi aspetti della sua sorellina. Spesso i due bambini finivano per piangere insieme e, poi, dopo lunghi silenzi scoppiavano a ridere, all’unisono… come due anime perse allo stesso modo che, stando insieme, finivano solo per ritrovarsi. Ecco, questo a Res mancava. Lui era un’anima a sé. E, alle volte, gli sembrava di vivere solo attraverso le anime degli altri.

E faceva male. A lui, che si perdeva e ritrovava in continuazione. Come una città di mare che viene popolata di gioia solo in estate. Avrebbe voluto confidarsi con qualcuno in grandi di sé rido davvero ma… lui con gli altri oggetti della casa non parlava mai. Di fatto gli risultava complicato comunicare. Ma gli risultava incredibilmente facile amare. Non amava, però, “quelli come lui”, gli altri componenti d’arredo della casa. Li trovav frivoli e senza emozioni.Non erano Aurora, Davide, Lucia o Pablo.

Per Res ora come ora era impensabile provare affetto per un oggetto dopo aver conosciuto gli umani così bene. Con tutte le loro contraddizioni e la loro anima incredibile.

Non voleva più accontentarsi. E non lo avrebbe fatto. Aurora, invece, aveva provato ad accontentarsi, ma non ci era riuscita… forse il cercare qualcuno di nuovo per sconfiggere la solitudine non era uno “sport” adatto a lei (sport che aveva scoperto essere molto in voga tra i suoi compagni di classe, che a suo parere non piacevano davvero tra loro) La giovane Della Torre, che ora aveva 13 anni e con Pablo non parlava più…Ci aveva pure provato a farsi nuovi amici ma come si può dopo un’amicizia del genere trovare gradevole chi si diverte nel prendere in giro gli altri? Lei non lo sapeva. Lei che dopo due anni si chiedeva ancora perché Pablo non le parlasse. «Leggi durante la ricreazione anche oggi?» Chiese la prof. Ferro abbassandosi appena gli occhiali e guardando Aurora.

La ragazza non si mosse, troppo concentrata. A quel punto la professoressa tossì forzatamente.«Mh?» Scattò Aurora.La donna la guardò con disapprovazione e indicò il libro. La ragazzina sospirò, chiudendo il libro, lasciando però un dito tra le pagine per non perdere il segno.«È che…» iniziò. «Lo so, “le persone della mia età sono noiose” giusto?» la interruppe Isabella Ferro, nonché l’unica professoressa che trovava vagamente simpatica e in gamba.«Già.» Annuì lei.La professoressa Ferro sorrise appena togliendosi gli occhiali, che Aurora notò per la prima volta essere di un rosso fragola.“Li avrà cambiati?” Non riusciva a ricordare. Non guardava le persone molto spesso. Non avrebbe potuto dire con certezza di aver osservato attentamente nessuno dei suoi professori, né tantomeno i compagni, di quella cosa orribile chiamata “scuola media”, almeno una volta.Aurora sbatté piano le palpebre, tornando al presente.

La professoressa stava dicendo qualcosa da un pò ma lei percepì solo il: «Forse a volte… ci basta solo qualcuno con cui condividere la solitudine. Non credi?» Poi accadde il fatto, qualcosa che Isabella non aveva previsto nel suo monologo a cui Aurora non aveva prestato per nulla attenzione; avvenne uno di quei momenti incredibili in cui l’adulto che vuole insegnare finisce invece per imparare. Perché Aurora rispose solamente: «Ma io la solitudine non la voglio condividere con chiunque.» Colpita e affondata.

O almeno si sentiva così.“La solitudine non la voglio condividere con chiunque” a distanza di giorni Isabella Ferro non riusciva a smettere di pensarci.Quel giorno, però, si trovava in un’altra classe ad insegnare… la classe peggiore dell’istituto, quella che inconsciamente forse odiava. Per fortuna a salvarla da quegli studenti chiassosi ci pensò la campanella della ricreazione.

La donna sospirò appena, lasciandosi scivolare sulla sedia della cattedra. Fissava distrattamente le punte delle sue scarpe a ballerina. Erano le sue scarpe preferite: nere con la punta laccata di rosso. Un colore cupo addolcito dal colore della passione e… del sangue Lei aveva versato, metaforicamente parlando, litri di sangue per poter vivere l’amore, la passione. E ora che ce l’aveva non si sentiva completa. Da un paio d’anni aveva un compagno: Lucio. Gli voleva bene e c’era passione, ma non parlavano di cose importanti, mai. E alla sua età gli sembrava assurdo non poter avere un legame vero e solido. Scosse le spalle, un brivido di fastidio. Si sentiva indietro. «Tutto bene Prof.?» Chiese d’un tratto Pablo Flores, l’unico alunno che più o meno tollerava della Terza “E”.

Non si era accorta ci fosse ancora qualcuno in aula e per poco non le venne un colpo.Si mise , quasi di scatto e forzò un sorriso.«Certo Pablo! Stai tranquillo.»Il giovane annuì con poca convinzione. Era rimasto solo lui in classe e Isabella notò solo in quel momento che Pablo era intento nello spezzettare la buccia di mandarino che, a quanto sembrava, aveva appena finito di mangiare.Le dita lunghe e leggermente ambrate, però, raccontavano un nervosismo che il ragazzino cercava in ogni modo di non mostrare. Qualcosa che la donna riconosceva solo perché ci era passata anche lei, molto tempo prima.«Tu stai bene?» Chiese alzandosi e avvicinandosi a Pablo, che era al primo banco.

In quel momento alla donna venne uno strano Deja-vù. Non ci aveva mai fatto caso prima, ma la sua allieva preferita: Aurora Della Torre e, l’unico bambino che tollerava della 3E “Pablo Flores”, si muovevano nello stesso identico modo: con sicurezza e delicatezza mista a nervosismo. «Sì.» disse piano il ragazzino non avendo il coraggio di guardarla in faccia. «Sicuro?» domandò dolcemente la donna. Pablo sorrise in un modo strano e disse solo: «Non proprio.» sussurrando appena. Isabella a quel punto fece per parlare. Voleva capire, aiutare… come nessun professore aveva fatto con lei anni addietro. Ma la campanella di fine ricezione non glielo permise. Isabella sapeva bene che anche se il dolore esiste e delle volte vogliamo solo essere capiti, la vita a volte va troppo veloce e ci fa scordare come si può parlare delle cose vere. La verità, secondo lei, risiedeva nel fatto che a volte chiamiamo dubbi le verità che non abbiamo il coraggio di fare nostre. Ma, in quella scuola, lo sapevano anche due bambini dal cuore troppo grande che, nonostante tutto, condividevano ancora la solitudine insieme. In due aule diverse, ma con lo stesso respiro. A volte, anche se si vuole bene a qualcuno, può non essere il momento giusto. Ma questo non cancella l’affetto o il pensiero, mai.

O, almeno, per Pablo e Aurora era così.Loro, che avevano condiviso gioia e profondità, ma che s’erano anche mangiati il dolore l’uno dell’altra, finendo solo per far crescere di più il mostro sotto i loro rispettivi. Pablo questo l’aveva capito. Aurora, invece, non era ancora pronta ad accettarlo.Bisogna prima guarire dal proprio dolore per poterlo sorreggere insieme a qualcun altro, sennò poi, finisce che quel dolore schiaccia entrambi. il giovane lo sapeva bene che le avrebbe voluto bene per sempre, sperava solo che quando sarebbero stati davvero pronti a ritrovarsi lei lo avrebbe perdonato.

PERCHÉ L’8 MARZO NON È UNA FESTA

Di Agnese Bettucci

È opinione comune pensare all’8 marzo come “Festa della Donna”, opinione fomentata dalla commercializzazione di una giornata istituita per commemorare tutt’altro: se infatti si analizza da un punto di vista storico il ruolo che questa giornata ha avuto a partire dal secolo scorso, si può facilmente intuire il motivo per cui il nome corretto dell’8 marzo sia “Giornata Internazionale dei Diritti delle Donne” e non “Festa della Donna”

La storia ha inizio nel 1907 quando, dal 18 al 24 agosto, si tenne a Stoccarda il VII Congresso della II Internazionale Socialista, seguita dalla Conferenza Internazionale delle donne socialiste del 26 agosto; in queste manifestazioni venne trattata anche la questione femminile e la rivendicazione del diritto di voto alle donne, istituendo “L’Ufficio di informazione delle donne socialiste” di cui Clara Zetnik ne fu eletta segretaria. All’interno dei movimenti socialisti dell’epoca si crearono tensioni riguardo l’autonomia delle donne e le strategie per ottenere il suffragio: i socialisti erano contrari all’alleanza con le femministe borghesi, principalmente per la differenza di “classe sociale”, ma tra le femministe non tutte erano della stessa idea. 

Figura di spicco in queste tensioni fra i movimenti socialisti fu Corinne Brown, socialista e suffragetta statunitense, che nelfebbraio 1908, affermò sulla rivista The Socialist Woman che il Congresso non aveva “alcun diritto di dettare alle donne socialiste come e con chi lavorare per la propria liberazione”. Il 3 maggio dello stesso anno presiedette la conferenza del partito socialista di Chicago nel Garrick Theater, a cui furono invitate tutte le donne, che fu chiamata “Woman’s Day”; alla conferenza si discusse dello sfruttamento dei datori di lavoro ai danni delle operaie, delle discriminazioni sessuali e del diritto di voto alle donne. 

Alla fine dello stesso anno il Partito socialista americano, su proposta dell’attivista Theresa Malkiel, incoraggiò tutte le sezioni del partito a dedicare l’ultima domenica del mese di febbraio all’organizzazione di una manifestazione per il diritto di voto femminile. 

Negli Stati Uniti, la prima e ufficiale “Giornata della Donna”, fu celebrata il 23 febbraio 1909, evento che venne ripetuto ogni anno fino al 1913. 

Sulla spinta dell’iniziativa del Partito Socialista americano, l’Internazionale Socialista del 1910, riunitasi a Copenaghen, indisse ufficialmente la prima “Giornata della Donna” a livello internazionale, giornata volta a omaggiare il movimento in favore dei diritti della donna per ottenere il suffragio universale, come testimoniano le parole di Clara Zetkin e Käthe Duncker:

«In accordo con le organizzazioni politiche e sindacali del proletariato di classe nei rispettivi paesi, le donne socialiste di tutti i paesi organizzano ogni anno una Giornata Internazionale della Donna, dedicata principalmente alle lotte per il suffragio femminile. Questa rivendicazione deve essere considerata nel contesto dell’intera questione femminile, secondo i principi socialisti. La Giornata Internazionale della Donna deve avere un carattere internazionale e richiedere un’accurata preparazione.»

Nonostante la proclamazione della “Giornata Internazionale della Donna”, non venne stabilita una data universalmente riconosciuta: in alcuni paesi europei come Germania, Austria, Svizzera e Danimarca, la Giornata si svolse il 19 marzo 1911, data scelta perché il 19 marzo del 1848 durante la rivoluzione, il Re di Prussia per la prima volta dovette cedere davanti alla minaccia di una rivolta proletaria e tra le molte promesse che fece allora e che in seguito dimenticò, figurava il riconoscimento del diritto di voto alle donne. 

La data dell’8 marzo entra nella storia per la prima volta nel 1914: in questa data, infatti, si tennero una serie di incontri dei movimenti femministi, volti a protestare contro la violenza della guerra in corso e per solidarizzare con le cittadine russe che l’anno precedente, nel 1913, avevano celebrato la loro prima Giornata internazionale della Donna nell’ultima domenica di febbraio. 

Nel 1917, il 23 febbraio secondo il calendario giuliano, utilizzato al tempo in Russia, l’8 marzo secondo il calendario gregoriano, le donne russe proclamarono lo sciopero di “pane e pace” e guidarono una grande manifestazione a San Pietroburgo che rivendicava la fine della guerra. Questa data non solo fu simbolicamente scelta come data di inizio della Rivoluzione Russa di febbraio, ma venne scelta anche come Giornata Internazionale dei Diritti delle Donne dato che erano state proprio le operaie delle industrie tessili a scendere in piazza. Il 16 dicembre del 1977 infatti, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, con la risoluzione 32/142, dichiarò un giorno all’anno la “Giornata delle Nazioni Unite per i diritti delle Donne e per la pace internazionale”. La data dell’8 marzo venne scelta in quanto data già utilizzata da molte Nazioni. 

L’8 marzo ad oggi è prevalentemente considerata una “festa”, ma se ci si ferma a pensare, cosa c’è da festeggiare? In Italia una volta ogni tre giorni una donna rimane vittima di un femminicidio; circa una donna su tre tra fra i 16 e i 70 anni ha subito violenza fisica, sessuale o verbale; il diritto all’aborto è messo in pericolo quotidianamente; le donne continuano a percepire fra il 20% e il 40% in meno degli uomini, a pari di monte ore lavorative, posizione e preparazione. 

L’8 marzo non è una festa, è una giornata in cui, come tutti gli altri giorni dell’anno, è necessario ricordare che purtroppo, ancora oggi, i diritti e la sicurezza delle donne non vanno dati per scontati, ma anzi bisogna continuare a lottare e a combattere per ottenere una parità di genere che non sia solo di facciata, ma strutturale, sociale e culturale; una parità che ancora oggi appare lontana e utopica.

COSMO: l’arte di fare rete tra Modena e Amsterdam

Di Veronica Neulichedl

Dal 30 gennaio al 1 febbraio, il locale Wanakam ad Amsterdam ha ospitato l’Art Weekend organizzato da COSMO. Si tratta di un evento multidisciplinare, composto da diverse sfumature artistiche, nato dalla collaborazione tra il collettivo COSMO e lo spazio culturale Wanakam. Sono stati tre giorni di arti visive, poesie performative e musica dal vivo, che, arricchiti dai workshop, hanno trasformato Ruyschstraat 34 in un laboratorio creativo aperto alla città. L’ingresso gratuito ha infatti permesso, non solo di riunire gli artisti stessi in un unico spazio, di intercettare un nuovo pubblico.

Il collettivo, nato a Modena nel dicembre 2025 daSadun Warnakulasuriya, mira ad essere uno spazio dedicato agli artisti emergenti che si incontrano in un ambiente in cui arti diverse possono convivere e dialogare fra di loro. 

“L’idea è nata dal fatto di voler portare una rivoluzione culturale ed artistica in una Modena ferma e non molto propensa al cambiamento, prendendo spunto da realtà in giro per l’Europa. Ho deciso di creare COSMO per offrire a Modena un’alternativa alla monotonia culturale.Quindi diciamo che COSMO nasce da una necessità di cambiare la realtà per un futuro migliore a livello artistico, culturale e sociale.”

Entrare nel vivo di questo evento significa immergersi in uno spazio in cui da un lato veniamo accolti da opere pittoriche, dall’altro da opere fotografiche, da installazioni visive, fino alle opere di scrittura. E tutto questo accompagnato anche dall’aspetto sonoro, grazie a dj e musicisti, contribuendo a costruire un’atmosfera immersiva.Possiamo proprio parlare di una sinergia fra le arti, che ha l’obiettivo di espandersi nel resto d’Europa. 

COSMO ad Amsterdam, l’Art Weeekend a Wanakam

Dopo il debutto a Modena nel dicembre 2025, l’approdo ad Amsterdam nel gennaio 2026 rappresenta il primo passo verso un’espansione europea del collettivo. L’evento, che è durato tre giorni, ha visto il suo inizio venerdì 30 gennaio 2026. Gli artisti hanno allestito lo spazio esponendo le proprie opere, con le relative didascalie. A dare vita alle pareti e agli angoli di Ruyschstraat 34 sono state le visioni di un gruppo eterogeneo di talenti:

Marianna Sorrentino, Paula Werblicka, Işıl Sevim, AFo, Veronica Neulichedl, Nathaliya Wolff, Samantha De Leo, Warnabe, Antonella Paola, Leapbits, Tea Ferrari, ramixjg, antonia, Giuseppe Phos, Amber khan e Disha.

Ognuno di loro ha portato un pezzo di un puzzle che, una volta montato, ha mostrato il vero volto di COSMO. E dopo essersi scambiati le proprie visioni artistiche sono arrivati verso sera i primi artisti sonori, alcuni di essi come Apollo accompagnati da un’opera visiva in movimento. Gli altri presenti erano YOJIBERI, issagirl e Love era.

Sabato 31 gennaio l’evento si è movimentato ulteriormente con la presenza di workshop, tra cui il laboratorio organizzato dalle co-curatrici Anna Fossi, Martina Dalessandro e Veronica Neulichedl. Un collage collettivo che si è esteso fino al giorno seguente. Al termine delle attività sono iniziate le performance poetiche scritte e performate davanti al grande pubblico da I’m Victoria Words, Kevin-Ahn Kwang Soo-Groen e Asia Minuti. Per poi passare nuovamente alla parte sonora con Second Hand Sunset, Apollo, Jaya ed infine Fast Ferrariaccompagnata per 30 minuti da Lefka. Mentre il giorno dopo: domenica 1 febbraio si sono esibiti Sakemaki e nuovamente Jaya.

Oltre i confini: cosa aspetta COSMO dopo Amsterdam

COSMO si configura come un collettivo indipendente che lavora sulla contaminazione tra discipline, con un approccio curatoriale fluido edaperto alla sperimentazione.

Tra gli obiettivi futuri vi è quello di continuare a portare la nostra idea ad altre città italiane e rendere Modena un hub artistico internazionale, collaborando con realtà straniere, cosa che già stiamo iniziando a fare piano piano. Già l’evento di Amsterdam ci è servito come vetrina per far conoscere quello che Modena può offrire oltre al buon cibo, i motori, ecc.”

La collaborazione con Wanakam ha confermato la capacità di COSMO di costruire reti culturali che si spingono oltre i confini locali. Il successo di pubblico ad Amsterdam ha dunque rafforzato il desiderio del fondatore Sadun Warnakulasuriya di espandere il collettivo, con l’obiettivo di strutturare una rete nazionale capace di connettere città diverse sotto una stessa visione artistica. Infatti, COSMO tornerà in Italia a marzo 2026 nelle date 21 e 22 a Modena, la città da cui tutto è partito. Art Weekend non è stato soltanto un evento, ma l’inizio di una rete culturale in espansione che punta a ridefinire il ruolo dei collettivi indipendenti nel panorama artistico contemporaneo. E il successo olandese conferma che c’è fame di spazi ibridi e indipendenti, un’energia che ora è pronta a tornare a casa, a Modena, per la data di marzo.

Beyond the doorway of Wanakam lies a shared environment: three days in which visual arts, sound, and performance transform the space into a collective laboratory.

Here, COSMO takes shape through the fusion of different practices, building connections and dialogues that transcend geographical boundaries.

MILANO-CORTINA 2026: IL LATO UMANO DEL “DIO DEL GHIACCIO”

di Mariangela Palazzesi

Movimenti complessi, salti, trottole ed eleganza sono all’insegna di questo artistico sport invernale. Il pattinaggio di figura è una vera e propria danza su ghiaccio, in cui elementi tecnici ardui si mischiano con la delicatezza dello scivolare sul ghiaccio e del danzare, in coppia o da soli.Il “mito del ghiaccio”, che ha incantato spettatori dal vivo e da casa alle Olimpiadi invernali MilanoCortina 2026, è il fenomeno conosciuto tra gli appassionati del pattinaggio di figura che si è fatto strada nel mondo, impressionando anche chi di questa disciplina non aveva mai sentito parlare.

Ilia Malinin, classe 2004, figlio di campioni del pattinaggio di figura e allenato da suo padre. Ha iniziato a pattinare a sei anni e ha rappresentato gli Stati Uniti nella competizione sportiva più ambita, quella che tutti gli atleti sognano sin da quando sono bambini: le Olimpiadi. Il re del ghiaccio statunitense si presenta alle Olimpiadi con alle spalle due ori mondiali, tre nella Finale Grand Prix e uno nei Campionati Mondiali Juniores.Cosa distingue però questo talento da tutti gli altri? Ci sarà una chiave dietro al suo successo?Ilia Malinin si presenta come il primo pattinatore su ghiaccio ad aver completato un “quadruplo axel”, ossia quattro rotazioni e mezzo in aria partendo da davanti, in meno di un secondo.

Il Dio del ghiaccio non si lascia intimorire e porta a termine nei suoi esercizi il salto più difficile e tecnico del pattinaggio di figura, diventato ormai il suo cavallo di battaglia.Ogni volta che il ventunenne entra sul ghiaccio, il pubblico da tutto il mondo festeggia, aspettandosi un’esibizione da togliere il fiato. Il suo viso appare risoluto, imperturbabile, pronto a portare a casa ogni difficoltà presente nel suo esercizio, ogni elemento che solo lui riesce a compiere, aggiudicandosi medaglie e intere arene in standing ovation. Anche ammirandolo dalla televisione si può avvertire la fatica dietro a tutto quel successo: ore e ore a lavorare sullo stesso salto, grande passione e momenti di sconforto.Il quadruplo axel non è il solo elemento “impossibile” che l’eroe del ghiaccio riesce a portare a termine, ma scommetto che chiunque abbia avuto la fortuna di assistere ad una sua esibizione sia rimasto senza parole a seguito del suo “backflip”.

Il salto mortale all’indietro era stato vietato nel 1976 poiché considerato “troppo pericoloso” e “troppo spettacolare” o poco artistico, probabilmente poco elegante per una disciplina di questo tipo. Nel 1998 a riportare questo salto in una competizione fu la francese Surya Bonaly, completando l’atterraggio su un solo piede e ottenendo però una penalità dai giudici. Furono altri i pattinatori che si cimentarono nell’esecuzione del backflip, fino a che nel 2024 non venne riammesso perché considerato un elemento coreografico e idoneo alla disciplina su ghiaccio.È proprio Ilia Malinin a riportare alle ultime Olimpiadi il salto mortale, atterrando su un piede e scatenando l’euforia dell’arena italiana.Purtroppo, però, quando ci si trova sull’alta vetta del successo è molto facile cadere, e più si è in alto più ci si fa male. Sfortunatamente il “Dio dei quadrupli” si è ritrovato a dover affrontare questa dura realtà durante la finale delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026.Malinin inizia il suo ultimo esercizio della gara non completando il suo solito quadruplo axel. Seguono una serie di elementi ben eseguiti, ma vediamo la competizione precipitare con la prima caduta su un “quadruplo lutz”, generalmente portato a casa in modo spettacolare, e subito dopo un salto doppio finito a terra.

A seguito di queste due cadute si percepisce la resa dell’atleta, che comincia a eseguire il resto dei movimenti come se fosse stanco, appare traballante sui pattini ealla fine dell’esercizio, crolla in un pianto di delusione che lo accompagna fino all’uscita dalla pista.“Ilia Malinin può perdere solo contro sé stesso”: questa è la frase detta dalle telecroniste della finale olimpica del pattinaggio di figura, ed è vero. Un campione di questo calibro ha un enorme potere che può usare sia per splendere sia per autodistruggersi. La pressione, le altissime aspettative, la sicurezza da parte di tutti di un oro hanno schiacciato il giovane, che ha dimostrato come anche i migliori eroi possano crollare.

Tuttavia, però, questo concetto appare non accettabile e normale per il suo allenatore e padre Roman Skorniakov, che vediamo agire con enorme freddezza nei confronti di suo figlio, visibilmente distrutto da quella pista che gli ha regalato soddisfazioni e grandi ferite.Le mani nei capelli e lo sguardo basso, non un abbraccio o una carezza di conforto. Questa è la reazione del campione pattinatore e allenatore Skorniakov di fronte agli errori di suo figlio, che lo guarda in attesa di una parola o di un segnale amorevole. Scena che indubbiamente ha sconvolto il pubblico, che al contrario mostra vicinanza e affetto al pattinatore, il quale spiega al “Fatto Quotidiano” quanto sia pericolosa la “troppa pressione olimpica” e che anche i grandi possono cadere di fronte a questa.Spesso ci si dimentica che anche le persone più talentuose e spettacolari sono umane e possono avvertire violentemente il peso della responsabilità e delle aspettative, talmente tanto da crollare completamente. Il Dio dei quadrupli, il Dio del ghiaccio, l’eroe del pattinaggio di figura, in realtà prima di tutto è Ilia Malinin: un ragazzo di soli ventuno anni che ha davanti a sé ancora una vita intera da cavalcare per avere la sua rivincita. Un ragazzo schiacciato da quei pochi minuti di gara che hanno visto andare in fumo giorni, mesi e anni di allenamenti e che spero e confido riuscirà a trarre da questa impattante esperienza un motivo per ricominciare

Intervista ad Anna Victoria Mammone sullo Snowboard alpino

di Veronica Neulichedl

Oggi incontriamo Anna Victoria Mammone, atleta altoatesina di snowboardalpino.

Un percorso iniziato prestissimo, costruito tra disciplina, sacrifici e unaforte consapevolezza di sé, che l’ha portata dalle prime gare giovanili fino aicircuiti internazionali. Con lei ripercorriamo le tappe fondamentali della sua formazione sportiva epersonale: dall’infanzia sugli sci alla scelta dello snowboard, dalla scuolasportiva di Malles fino all’ingresso in Nazionale, passando per momenti didifficoltà, crescita e risultati importanti.

Oggi siamo qui con Anna Vittoria Mammone, atleta di snowboard alpino.Siamo qui per farti qualche domanda e conoscere meglio il tuo percorso: non solo sportivo, ma anche personale. Partirei da un cliché molto diffuso negli sport invernali: spesso si inizia con lo sci e solosuccessivamente si passa allo snowboard. Tu, Anna, di quale cliché fai parte?

Esattamente di quello. Ho iniziato a sciare a tre anni. Poi ho due fratelli piùgrandi e uno di loro ha iniziato a fare snowboard. E ovviamente da bravasorella minore ho deciso di copiarlo. Ho iniziato anch’io a fare snowboard, alui dava un po’ fastidio che lo facessi anche io, quindi lui ha smesso… e io hocontinuato.Quindi hai iniziato a sciare a tre anni.

Invece quando hai iniziato con lo snowboard?

Ho iniziato quando avevo sei anni. Quindi comunque molto presto.

Quando hai raggiunto il punto in cui non volevi che rimanesse solo una passione, ma che diventasse qualcosa di più serio, quasi un lavoro?

A nove anni ho iniziato a fare le gare, quindi a praticare lo sport a livelloagonistico. Però ho capito davvero che volevo fare questo nella mia vitaquando ho scelto di andare alla scuola sportiva di Malles, prima del primosuperiore, quindi intorno ai tredici-quattordici anni. Ho capito che mi piacevaquello stile di vita e che volevo andare avanti.

Come funzionava la scuola sportiva di Malles? Era una scuola pensataproprio per gli atleti, per conciliare studio e allenamenti?

La scuola si trova a Malles Venosta, che è un posto fantastico per gli atleti: cisono tantissime palestre, un campo di atletica libero, le piste sono vicine esiamo a circa un’ora dallo Stelvio e dal ghiacciaio.

La posizione è perfetta.La scuola era organizzata a blocchi: c’erano il biennio e poi il triennio. Inautunno andavamo a sciare due volte a settimana e il resto del tempoandavamo a scuola.Durante l’inverno, quindi nella stagione delle gare, sciavamo anche tre oquattro volte a settimana, sia al mattino che al pomeriggio. In primavera invece andavamo tutti i giorni a scuola, e per me è stato uno shock perchénon ero abituata.

Che indirizzo scolastico frequentavi oppure era solo sportivo?

Era una scuola con indirizzo di economia aziendale, quindi ragioneria.

Quindi com’era strutturata una giornata tipo scolastica?

Spesso ci allenavamo al mattino sulle piste, il pomeriggio andavamo a scuolae poi facevamo ancora due ore di palestra. Con il mio gruppo ci allenavamopraticamente ogni giorno due ore. La maggior parte di noi viveva in convitto,quindi la giornata era molto organizzata: cena presto, poi studio e comunquetanto tempo passato insieme.

Come hai vissuto questa esperienza?

Me la sono vissuta davvero bene. Mi ha fatto crescere tantissimo e la rifareisicuramente.

Oltre allo snowboard, la scuola quali altri sport prevedeva?

Era specializzata negli sport invernali: snowboard alpino, sci alpino, sci difondo, biathlon, slittino naturale e artificiale. Poi, in un’altra sezione, c’eranoanche badminton, calcio e hockey. Se uno decideva di praticare anche altri sport, la scuola aiutava molto, perchéera una delle poche che permetteva di seguire lezioni e verifiche online.Avevamo, ad esempio, un’atleta di freestyle che seguiva tutto a distanzamentre viaggiava per le competizioni. In questi cinque anni sei riuscita a far conciliare studio e carrierasportiva.

È stato sempre facile?

No, a scuola ho sempre fatto un po’ fatica e spesso dovevo fare ripetizioni.Dal terzo anno sono entrata in comitato, quindi mancavo ancora di più eseguivo molte videolezioni con i professori, che mi hanno sempre sostenuta. La scuola offriva anche una mental coach, un’ora alla settimana, e mi haaiutata molto. Mi diceva sempre che io ero lì per fare sport, non per diventareuna ragioniera. Il mio obiettivo era dare il minimo indispensabile per passarel’anno, non l’eccellenza scolastica.

Quindi la priorità era chiaramente lo sport.

Esatto.

A livello sportivo, quali sono stati i momenti più difficili da superare?

La stagione 2023–24 era partita molto bene, poi a gennaio mi sono ammalatadi mononucleosi. Per un atleta è complicato, perché devi fermarticompletamente: più fai sport, più stai male, quindi devi riposare e recuperare.

È stata una stagione difficile perché volevo entrare in Nazionale proprioquell’anno e invece mi sono dovuta fermare. Anche mentalmente è statocomplicato, perché allenarmi ogni giorno era la mia routine e trovarmi ferma acasa è stato destabilizzante.

Immagino sia stato difficile. Mentre passando a qualcosa di più positivo,quale è stato invece il periodo più soddisfacente?

La stagione successiva, l’ultima con il comitato dell’Alto Adige. È stata unastagione in cui ho fatto tante nuove esperienze.È stata anche l’ultima stagione con il mio allenatore, Gert Hauserdorfer, concui lavoravo da cinque anni. È stato lui a convincermi ad andare a Malles esenza di lui probabilmente non sarei qui.

Mi ha sempre supportata e ho fattodelle belle gare, arrivando anche a una buona prestazione ai Mondiali Junior.

Come hai vissuto l’esperienza ai Mondiali Junior?

Raccontaci un po’.Erano a Zakopane, in Polonia. Abbiamo fatto circa dodici ore di macchina. Lecondizioni non erano ideali, faceva caldo e la neve non era delle migliori.

L’anno prima ero andata molto male, ero ancora in difficoltà dopo lamononucleosi. Il mio unico obiettivo era qualificarmi per la seconda manche.

Alla fine sono riuscita ad arrivare nella top 15, quindi ero davvero soddisfattae felice.

Nell’estate 2025 hai finito la scuola, dunque conseguito la maturità,come sta proseguendo ora il tuo percorso?Da aprile sono in Nazionale. In estate non abbiamo fatto raduni, ma hocontinuato a seguire il programma che mi aveva dato la scuola. In autunno,sulla neve, ho conosciuto i miei due nuovi allenatori.

È stato un cambiamentoimportante, ma necessario: senza cambiamenti non si cresce.

E per quanto riguarda la preparazione atletica come ti stai organizzandonell’ultimo periodo?

Sono tornata a lavorare con la mia allenatrice delle superiori, che stimomolto. Mi ha preparato un programma e riusciamo a fare tutto tranquillamenteanche a distanza.

Come si sta evolvendo questo inizio di stagione? Dove sei andata e percosa hai concorso?

Abbiamo fatto quattro gare di Europa Cup. Le prime due a Götschen, inGermania, come ogni anno. Il primo giorno è andato molto bene: sonoentrata per la prima volta nei quarti di finale e ho chiuso arrivando settima.

Le altre due gare le abbiamo fatte a Monínec, in Repubblica Ceca. La neve lìè tutta artificiale e molto particolare. Nel primo giro ho fatto il miglior tempo dimanche, che per me era già una grande soddisfazione. Anche lì sono entratanella top 16.Quattro gare, quattro top 16: sono molto soddisfatta di questo inizio distagione.

Com’è ora una tua giornata tipo di allenamento al di fuori di quandoveniva organizzato dalla scuola?

In estate faccio di solito due allenamenti al giorno: la mattina palestra, ilpomeriggio campo con ripetute, coordinazione e velocità.In inverno e in autunno andiamo in pista o sul ghiacciaio, facciamo dai sei aidodici giri, poi il pomeriggio allenamento, video-analisi, preparazione dellatavola, lamine, sciolina, controllo dell’attrezzatura.

Poi cena e a dormire.Ultimamente, durante i ritiri, con le mie compagne di squadra abbiamoiniziato anche a disegnare con gli acquerelli nei momenti liberi.

Vuoi lasciare un messaggio finale per chi leggerà l’intervista?

Una cosa che ho letto una volta in un libro: i top 10 sprinter al mondo hannotutti lo stesso corpo, gli stessi muscoli e gli stessi allenamenti. La differenzatra il primo e il decimo è la testa. Nel mio sport la testa fa l’ottanta per centodel lavoro. Devi essere il primo fan di te stesso. Se non hai la testa a posto,non vai da nessuna parte.Inoltre, volevo ringraziare di cuore il mio sponsor principale Südtirol Sporthilfeche ha aiutato, e aiuta ancora la mia crescita come atleta, permettendomi dipotermi concentrare sullo sport.

Res- parte 3 La felicità

di Carolina Maccione

Lucia percepiva la felicità nello stomaco, da sempre. Quelle “farfalle dell’innamoramento” incredibili, che fanno vivere i colori anche quando si osserva una foto in bianco e nero, le sentiva da prima dell’amore romantico. La sua era apparenza viscerale nei confronti della vita, anche quando la vita era complicata. Lucia amava, senza freni ma con dignità.

E Res aveva sempre visto questa cosa, dal primo giorno. Da quando aveva notato i suoi occhi dolci ma stanchi. Stanchi perché quel mondo era troppo crudele per una donna come lei.Lucia credeva profondamente nella terra, ma gli uomini e le donne che la popolavano puntualmente finivano per deluderla durante il telegiornale. Res, dal canto suo, la sentiva sempre borbottare dalla stanza affianco, dove si trovava la sala da pranzo.Per lui era impensabile poter provare tutte quelle sensazioni incredibili da umani e sputarci sopra con la guerra e la crudeltà.

La verità che Res ignorava, risiedeva ancora una volta nella fragilità che caratterizzava non solo gli uomini, ma l’equilibrio stesso del mondo. A volte la felicità per essere percepita come tale, deve essere accompagnata dal dolore.Ma alcuni dolori sono troppo grandi per viverli come pura legge di compensazione.(3 anni dopo…)«Non mi va di andare a scuola!»Lucia con lo zaino di Aurora stretto in mano da una bretella, sembrava sull’orlo di una crisi di nervi.«Io devo andare a lavoro.

E tu devi andare a scuola.»«Ma io non voglio andarci.»La bambina incrociò le braccia al petto, un gesto familiare sia a Lucia che Res. Aurora era la fotocopia del padre. Nella testardaggine soprattutto.«Ah si? E perché?»Sbottò a quel punto la donna.«Non voglio! Papà rimane a casa e voglio rimanerci anche io.»«Tuo padre è… in ferie.»«E io voglio stare in ferie dalla scuola.» Aurora cominciava ad agitarsi, ma i suoi non erano puri e semplici capricci. Aveva 7 anni ed era pur sempre una bambina, ma non era stupida.« Ma tu ami la scuola.»

Disse esasperata Lucia, posando lo zainetto a terra.«Amo di più papà.»Lucia alzò le sopracciglia. Confusione che si dissolveva improvvisamente dentro un’altra sensazione: il terrore.«Perché dici questo?»La piccola lo disse tutto insieme, come parole vomitate e lacrime agli occhi che non sapeva controllare: «Perché non ride più. Magari se resto ride di nuovo…»La verità è che l’amore a volta è più forte della felicità o dell’essere realisti.Aurora amava suo papà più della scuola, che era un luogo che la rendeva felice.E Davide e Lucia amavano Aurora al punto da credere di essere riusciti a proteggerla dalla realtà.

Ma, la verità , prima o poi bussa alle porte delle case e ti ricorda, spesso in modo poco gradevole, che esiste. Questo l’aveva capito anche Res.Lui, che una volta aveva sentito dire che gli uomini non piangono. Ma che avrebbe saputo descrivere alla perfezione la tristezza asciutta delle lacrime trattenute da Davide.Quando Lucia era a lavoro e Aurora a scuola Davide aveva l’abitudine di entrare in camera di sua figlia per leggere, almeno da quando lo avevano licenziato.

E lì, lontano da occhi indiscreti, Davide poteva vivere storie diverse dalla sua. Storie talvolta leggere, altre meno. Ed era proprio tramite queste ultime che Res lo aveva visto cambiare a poco a poco e aveva imparato a conoscere la sua anima. Perché l’uomo leggeva a voce alta, quasi recitando i dialoghi.Recitava la calma e la gioia e riviveva tramite l’arte delle parole scritte la pesantezza.

Che poi, Res lo aveva capito, a volte serve prendersi sul serio.Tanto quando serve ritornare a respirare nel prendersi in giro.La felicità del lampadario a forma di delfino, da due mesi a questa parte, era la purissima e devastante consapevolezza che non si può sempre sopravvivere per vivere la felicità e a volte va bene così.A volte serve solo galleggiare e sperare di non allontanarci troppo.Poi il resto, viene da sé.

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