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21 agosto al Verano: le rose rosse per Togliatti, 62 anni dopo 

Di Lorenzo Gnolfo

Oggi, 21 agosto, ero al Cimitero del Verano. Sono passati 62 anni dalla morte di Palmiro Togliatti. 1964 – 2026. A ricordare c’era Rifondazione Comunista. Pochi, ma c’erano. Bandiere, discorsi brevi, e tante rose rosse sulla tomba del Famedio del PCI, dove riposa insieme a Nilde Iotti.

La morte a Yalta e il funerale di un popolo

Togliatti muore il 21 agosto 1964 a Yalta, in Crimea, mentre è in vacanza. La notizia arriva in Italia come uno choc. Il 25 agosto un milione di persone sfila a Roma per i suoi funerali, da San Giovanni al Verano. È uno dei grandi funerali laici e popolari del Novecento italiano, come sarà poi quello di Enrico Berlinguer vent’anni dopo, nel 1984. Muore lasciando un documento incompiuto, il Memoriale di Yalta, l’idea che il movimento comunista dovesse liberarsi dallo stalinismo, trovare strade nazionali al socialismo, riconoscere il pluralismo e la critica interna. Un testo che verrà discusso per decenni.

L’uomo del partito nuovo

Togliatti non è solo il segretario del PCI. È l’uomo che dopo il 1944 inventa il “partito nuovo”. Non più la setta clandestina, ma un partito di massa, aperto, radicato nelle fabbriche, nelle sezioni di quartiere, nelle Case del Popolo. Un’organizzazione che entra nella vita quotidiana degli italiani. È una rottura teorica enorme: il partito non è avanguardia ristretta, ma casa comune, strumento di democrazia e di educazione civile. Da lì nascerà il più grande partito comunista d’Occidente.

La via italiana al socialismo e la Svolta di Salerno

È colui che ha tracciato la via italiana al socialismo: l’idea che in Italia il socialismo dovesse passare per la democrazia, per la Costituzione, per il Parlamento, per le riforme, non per l’insurrezione. L’atto fondativo è la Svolta di Salerno, marzo 1944. Togliatti rientra dall’esilio sovietico e propone una cosa impensabile per molti comunisti di allora: mettere da parte la questione istituzionale (monarchia o repubblica) e entrare nel governo Badoglio per cacciare i nazisti e ricostruire l’Italia. Unità antifascista prima di tutto. Da quella scelta nasce la legittimazione del PCI come forza nazionale, non settaria. E da lì nasce la sua partecipazione alla scrittura della Costituzione – Togliatti è tra i 75 della Commissione – con l’idea di una democrazia progressiva che attui i principi di libertà e uguaglianza.

Nilde Iotti: compagna e custode

Accanto a lui, nella stessa tomba, Nilde Iotti. Partigiana col nome di battaglia Livia, deputata a 26 anni nell’Assemblea Costituente, prima donna Presidente della Camera dal 1979 al 1992. La compagna di una vita, conosciuta nella clandestinità. Dopo la morte di Togliatti sarà lei a custodirne la memoria, ma con una sua autonomia politica fortissima: battaglie per i diritti delle donne, per il divorzio, per la laicità dello Stato. Metterli insieme al Verano è stata la scelta più giusta. La loro non è stata solo storia di politica. È stata storia d’amore e storia della Repubblica.

Oggi

Rifondazione lo ha ricordato senza retorica. Con i fiori, con un minuto di silenzio, con i nomi. Cosa resta di quella via italiana al socialismo oggi? Forse resta proprio questo rito minimo. Poche persone, ma ostinate, che il 21 agosto sotto il sole portano una rosa rossa al Verano. Perché la Storia passa anche da qui. Da una tomba, da delle rose rosse, da persone che hanno provato a cambiare il paese. E oggi, 21 agosto, qualcuno se l’è ricordato.

Robert Doisneau al Museo del Genio di Roma: una mostra sulla gentilezza

Di Lorenzo Gnolfo

Il 19 luglio, ultimo giorno di apertura della mostra dedicata a Robert Doisneau al Museo del Genio di Roma, ho deciso di visitare l’esposizione in una delle giornate più calde dell’estate. Sono arrivato intorno alle 14:45 e, con mia sorpresa, la mostra era quasi deserta. Forse per l’orario, forse perché ormai Roma pensa più al mare che ai musei, ma l’assenza di visitatori ha reso l’esperienza particolarmente piacevole e raccolta. Già dall’ingresso si percepisce il carattere dell’allestimento. Un piccolo bookshop introduce il percorso, anche se non particolarmente ricco né valorizzato dalla posizione. Da lì la visita si sviluppa attraverso un percorso a serpentina che accompagna il visitatore lungo le diverse fasi della vita e della carriera del fotografo. La mostra assume un significato particolare anche per il contesto in cui è stata organizzata: le celebrazioni per i 200 anni della fotografia e il settantesimo anniversario del gemellaggio tra Roma e Parigi. Quello che emerge con forza dalle fotografie esposte è soprattutto la straordinaria umanità dello sguardo di Doisneau. Esponente della fotografia umanista francese, il fotografo non cerca gli eventi eccezionali né le grandi svolte della storia. Al contrario, concentra la sua attenzione sulle persone comuni, sui bambini che giocano, sugli innamorati, sui lavoratori e sui piccoli episodi della vita quotidiana. Tra le opere più celebri presenti in mostra spicca naturalmente Le Baiser de l’Hôtel de Ville del 1950, accompagnata da altri scatti iconici come Un chien à roulettes, La concierge aux lunettes e L’information scolaire. Particolarmente interessanti sono anche i ritratti di Pablo Picasso, Alberto Giacometti, Jean Cocteau e Brigitte Bardot. Un dettaglio curioso riguarda proprio il celebre Bacio dell’Hôtel de Ville. Contrariamente a quanto molti credono, non si tratta di uno scatto rubato: la scena fu infatti realizzata per un servizio commissionato dalla rivista Life e interpretata da due giovani attori. L’emozione più forte è stata il senso di vicinanza con le persone ritratte. Pur essendo fotografie scattate decenni fa, i loro protagonisti appaiono incredibilmente moderni. Doisneau riesce a farci sorridere, a commuoverci e talvolta a riconoscerci in quegli sconosciuti. È probabilmente questa la forza della sua fotografia: ricordarci che, al di là delle epoche e delle città, le emozioni umane restano le stesse. Lasciando la mostra, l’impressione più forte non è legata a una singola fotografia, ma all’idea di mondo che emerge dall’intero percorso espositivo. Doisneau sembra raccontare una realtà più umana, più attenta agli altri, fatta di piccoli gesti e relazioni quotidiane. In un’epoca spesso frenetica e distratta, le sue immagini ricordano che la bellezza può nascondersi nelle cose più semplici.

Visita a Villa Adriana: viaggio in uno dei patrimoni più significativi dell’antica Roma

Di Maria Chiara Della Camera

La Villa Adriana di Tivoli (RM) fu costruita dall’ imperatore Adriano nel II secolo d.C, come residenza imperiale ed oggi è riconosciuta come Patrimonio dell’ Umanità UNESCO. Durante la visita ho avuto l’occasione di scoprire uno dei siti archeologici più importanti dell’ antica Roma. Appena entrata mi sono trovata circondata da lunghi viali alberati. Gli ampi spazi naturali rendono il luogo molto suggestivo e permettono di immaginare la grandezza che la Villa doveva avere in epoca romana. Passeggiando tra le rovine, ho osservato resti di edifici, colonne e antiche strutture, tra cui il Canopo: una lunga vasca d’acqua circondata da vegetazione e monumenti. Durante il percorso ho visitato anche alcune sala espositive dove sono conservati busti, statue e reperti archeologici nel Museo “Mouseia”, nel cuore della Villa, e si tratta di vari tesori rinvenuti del complesso archeologico, che permettono di comprendere meglio la ricchezza artistica e culturale della Villa. Adriano realizzò un complesso di edifici, giardini, terme e luoghi dedicati al tempo libero, ispirandosi ai luoghi visitati durante i suoi viaggi nell’ Impero Romano.
In conclusione, Villa Adriana è un luogo di grande valore storico ed artistico. Visitandole ho potuto vedere da vicino le testimonianze dell’ antica Roma, ed è un’ esperienza molto consigliabile per chi volesse conoscere meglio il patrimonio culturale italiano

WALFARE NOT WARFARE

Di Lorenzo Gnolfo

Nel silenzio dei media italiani il giorno 14 giugno a Bruxelles si è svolta la manifestazione promossa dalla piattaforma stop Rearm Europe che riunisce sindacati, movimenti sociali e organizzazioni della società civile di diversi paesi. Era presente anche Rifondazione Comunista, la CGIL e l’ANPI. Il corteo è partito dalla Gare du Nord dietro lo striscione “THEY PREPARE FOR WAR, WE WORK FOR PEACE” per raggiungere il quartiere europeo, animato da slogan e canti in diverse lingue, dai colori delle bandiere e dalla creatività dei movimenti giovanili. Alla manifestazione hanno partecipato tra le dieci e le quindicimila personeprovenienti da tutta l’Europa, che non è male per una domenica in una città con meno di duecentomila abitanti. E’ stata una giornata importante per l’Europa della gente comune e non quella dei burocrati, un momento di crescita della coscienza europea contro il riarmo e contro le guerre. Al termine della manifestazione si è tenuta un’assemblea internazionale acui hanno partecipato un centinaio di delegati delle organizzazioni politiche e sindacali presenti in piazza. Si è deciso di dare continuità alla mobilitazione contro il riarmo in Europa con iniziative che sono state messe in cantiere per l’autunno: una manifestazione a Roma in ottobre e una giornata internazionale contro il riarmo e la leva militare a novembre. 

Estrattivismo e neocolonialismo, la corsa al litio in Sudamerica

Di Agnese Bettucci

Se molti credono che il colonialismo sia un fenomeno che ha caratterizzato la storia di alcuni paesi europei più o meno dal XVI secolo fino alle ultime indipendenze del XX secolo, in realtàaltrettanti ritengono che questo sistema, politico ed economico, non si sia mai esaurito del tutto, ma abbia cambiato soltanto le vesti. 

Un esempio dell’ancora vigente sistema coloniale, che da ora in poi chiameremo neocolonialismo, è ciò che sta accadendo in Sud America, territorio sfruttato per l’estrazione di litio. 

Il litio è un elemento chimico che, nella sua forma più pura, assume un colore bianco, tanto da essere chiamato come “oro bianco”. In natura il litio non si trova mai nella sua forma metallica nativa ma deve essere, appunto, estratto. 

Proprio grazie alla sua reattività, il litio è diventato il protagonista delle nuove tecnologie: le batterie a litio, infatti, grazie alla loro struttura, sono ricaricabili e per questo utilizzate nella maggior parte dei dispositivi elettrici. Inoltre, queste batterie hanno un voltaggio estremamente elevato, possono immagazzinare energia rinnovabile come quella solare o eolica. 

Se però da un lato queste batterie permettono l’utilizzo di energie rinnovabili, dall’altro la loro fabbricazione ha dei risvolti, che vedremo, oltre che essere poco ecologici, essere poco etici. 

Il 60% delle risorse mondiali di litio, sono concentrate nel così detto “Triangolo del Litio”, un territorio compreso fra le Ande di Argentina, Cile e Bolivia. Quest’area viene chiamata in dialetto quechua andino “Puna”, ovvero “terra di altura”. Qui, infatti, le altitudini superano i 6000 metri, la vegetazione scarseggia a causa del clima sfavorevole e della scarsezza di acqua: le popolazioniandine, fra cui Kolla e Atacama, sono le uniche che, da tempo indefinito, convivono con questo ecosistema, rispettandolo, eppure sono proprio queste popolazioni a doversi “sacrificare” per il benessere del così chiamato “Nord globale”. Secondo la geopolitica, possiamo dividere il mondo in Sud e Nord globale: se sotto il nome di Nord Globale confluiscono paesi come StatiUniti, Cina e Australia, con il termine “Sud Globale” ci si riferisce a tutte le aree del mondo storicamente relegate ai margini dei sistemi economici globali, come l’America Latina, l’Africa e gran parte dell’Asia. Quest’ultime condividono, per la maggior parte una storia di colonialismo, sottosviluppo economico e, in molti casi, di instabilità politica. I concetti di Sud e Nord Globale non indicano una posizione geografica, ma si fanno portavoce di problematiche socioeconomiche, disuguaglianze, dinamiche di potere e governance.  

L’estrazione del litio è un fenomeno eclatante delle dinamiche fra Sud e Nord Globale. 

Non a caso il biologo e ricercatore uruguaiano Eduardo Gudynas, definisce l’estrattivismo non come un modo di produzione, ma di appropriazione, ed evidenzia le tre caratteristiche principali di questo modello socioeconomico, neocoloniale ed estrattivista: l’estrazione è effettuata ad alta intensità, la maggior parte delle risorse estratte non viene raffinata e la maggior parte di esse sonoesportate. 

Per osservare le dinamiche di sfruttamento e di usurpazione del territorio e delle popolazioni, partiamo dal metodo di estrazione del litio. 

Il litio viene estratto da due fonti, roccia dura e piana di sale, fonte principale di litio in Sud America. Per estrarre il litio dalla piana di sale si crea un deposito sotterraneo di salamoia che viene inviato ai bacini di evaporazione dove l’acqua contenuta evapora lasciando un concentrato di litio. Questo metodo di estrazione, attraverso bacini di evaporazione, necessita di molta acqua: si stima che per ricavare il litio dai grandi salares, come quelli sudamericani, occorrono 1,8 milioni di litri d’acqua per ogni tonnellata, una quantità alquanto critica soprattutto in zone come ilTriangolo del litio dove le risorse idriche scarseggiano. Questa metodologia, oltre che privare le popolazioni locali della già poca acqua disponibile, inquina le falde acquifere: si stima che globalmente, l’industria di litio produce emissioni di Co2 che variano dalle 5 alle 15 tonnellate.

Inoltre, i protagonisti dell’estrazione in Sud America, sono sempre imprese private appartenenti al Nord Globale, per la maggior parte occidentali e cinesi, come Albemarle Corporation, Rio Tinto e Ganfeng Lithium. 

Le terre vengono sfruttate, le popolazioni locali perdono le loro case per garantire il benessere e la transizione ecologica del Nord, creando nuovamente dinamiche di sfruttamento dominio e distruzione come in passato. 

Nella zona del Triangolo del litio vivono più di quattrocento comunità indigene, comunità che non hanno alcun tipo di documento che testimoni ufficialmente che quel territorio, dove vivono da svariati secoli, ancora prima della colonizzazione spagnola, è in parte anche loro. 

Oltre ai danni concreti dell’estrazione del litio, come la deviazione dei corsi d’acqua verso gli impianti che compromette il già delicato ecosistema della zona, esistono anche altre forme di sopruso e di violenza come la mancanza di rappresentanza indigena all’interno delle istituzioni locali. 

Ogni tipo di decisione sullo sfruttamento del territorio per l’estrazione di litio, viene discussa e approvata dal binomio azienda-istituzioni, escludendo a priori il coinvolgimento delle popolazioni autoctone se non ad atti già scritti. 

In un contesto dove già all’interno dello Stato stesso la rappresentanza indigena nelle istituzioni scarseggia, nella partita aziende private-istituzioni è completamente assente. 

Ancora oggi le popolazioni autoctone, non essendo tutelate dallo Stato in primis, sono calpestate ed escluse da qualsiasi tipo di decisione, presa da terzi, che riguarda il futuro del loro territorio e quindi delle loro vite. 

Vista dunque l’altra faccia della produzione di litio, costellata di problematiche etiche, ecologiche e sociali, volta al mero sviluppo “sostenibile” esclusivo del Nord Globale, può essere considerato ancora un’ottima alternativa alle energie non rinnovabili? E se sì ache prezzo? 

Museo Aristaios, Collezione Giuseppe Sinopoli- Una mostra, un viaggio nel tempo

Di Maria Chiara Della Camera

La mostra allestita al Museo Aristaios, Collezione Giuseppe Sinopoli, è come affrontare un viaggio nel tempo. L’esposizione è composta da uno spazio elegante, ordinato e silenzioso, con luci che fanno risaltare gli oggetti esposti, e il tempo è come se si fermasse.
Una parte interessante della mostra è quella dedicata alla villa e al suo territorio. I pannelli spiegano da dove provengono gli oggetti e che rapporto avevano con il territorio. La mostra prova anche a raccontare la vita dietro di essi attraverso mappe, immagini e fotografie degli scavi e, grazie ad esse, puoi immaginare meglio com’era quel luogo nel passato.
Il tutto è reso ancora più interessante perché gli oggetti sembrano parte di una storia più grande. Le immagini degli scavi mi hanno colpito molto perché fanno vedere il lavoro archeologico in modo concreto. Si vedono strutture, muri, resti venuti fuori dalla terra.
Un’altra parte interessante da vedere, secondo me, è quella con i vasi esposti nelle teche. Per come sono stati esposti, a mio parere può venire spontaneo voler sapere a cosa servissero e chi li usasse.
È una visita da vivere con curiosità e con amore per il sapere. La mostra mi ha dato l’idea di un percorso ideato per entrare in contatto con un pezzo di storia, che ci fa capire che il passato può sempre parlarci in modo forte.

Concorso nazionale per giovani soggettisti

PREMIO VINCENZONI 2026

Come una Call for papers: avete un’idea per un soggetto cinematografico? Volete cimentarvi con la scrittura di una commedia? Ecco l’occasione giusta. 

E’ stato pubblicato il bando per la 12^ edizione del Premio Vincenzoni, riservato agli under 35, per la stesura di un soggetto cinematografico che – soltanto per quest’anno, in cui ricorre il centenario della nascita del grande soggettista e sceneggiatore Luciano Vincenzoni – dovrà essere di genere commedia. 

In tutte le sue declinazioni, naturalmente. 

Chi era Luciano Vincenzoni

Luciano Vincenzoni, a cui è intitolata l’Associazione che organizza il Premio, era nato a Treviso nel 1926, ed è stato il soggettista e sceneggiatore di molti film di registi come Pietro Germi, Sergio Leone, Mario Monicelli, Elio Petri, Carlo Lizzani, Steno, Dino Risi e altri. Ha lavorato per molti anni anche negli Stati Uniti, dove è stato ammesso al WGA (Writing Guild of America, una sorta di sindacato degli sceneggiatoriche annovera tra i membri soltanto 8 italiani), guadagnandosi il titolo di “script doctor” della commedia all’italiana. Ha scritto anche per Tornatore (Malena). E’ morto a Roma nel 2013

Il concorso

Il bando prevede una sezione per soggetti e una sezione per musiche per film. Quindi che siate soggettisti, o aspiranti tali, o anche musicisti, date un’occhiata qui.

La partecipazione al concorso è gratuita.

Per quanto riguarda la sezione soggetti, le opere possono avere una lunghezza massima di 14.000 battute, con una sinossi di circa 600 battute, e dovranno essere inviateentro il 30 giugno a concorso@premiovincenzoni.it. 

Per la sezione musicale, il regolamento prevede la composizione di un brano da montare su una sequenza del film Un giorno devi andare di Giorgio Diritti (2013), scaricabile dalla pagina del bando. Le caratteristiche tecniche sono specificate nello stesso bando.

Le due giurie tecniche, composte da professionisti in campo cinematografico e musicale, come critici, sceneggiatori, registi, docenti universitari, responsabili di Film Commission, compositori di colonne sonore e giornalisti di settore, sceglieranno i due vincitori per ciascuna categoria, a cui andrà un premio in denaro, e potranno assegnare anche menzioni speciali. Le premiazioni si svolgeranno a novembre, nell’ambito della Settimana del cinema di Treviso. 

Allora, pronti a partecipare? 

Rita Ippolito

Questa serie tv non è quello che sembra: il fenomeno mediatico e simbolico de “I segreti di Twin Peaks”

Di Lodovica Pacifici

Nel 1990, esce colei che ha cambiato completamente la storia delle serie tv, si chiama Twin Peaks. Twin Peaks non è il classico programma che si vedeva in televisione a quell’epoca. In precedenza eravamo abituati a vedere “soap-opera” o “telefilm”, che avevano una durata ben più lunga di quelle che circolano adesso e che ogni episodio aveva un suo nucleo narrativo. Twin Peaks cambiò questo modo di vedere la serie tv: in Twin Peaks c’è un mistero, e questo mistero non si conclude con un episodio; anzi, esso si espande sempre di più. È grazie a Twin Peaks che verranno fuori altri capolavori che hanno al proprio centro un mistero che persiste nel corso delle stagioni che si susseguono, come Lost oppure X-Files. Parlare di questa serie adesso può sembrare sia semplice che difficile allo stesso tempo: dopotutto questo sarà stato l’intento basilare di David Lynch quando l’ha concepita. In Italia, era stata introdotta da Mike Bongiorno con la domanda “Chi ha ucciso Laura Palmer?” . A questo proposito viene da chiedersi, chi era Laura Palmer? Lei è il personaggio-chiave che dà inizio a questa storia. Il pilot (un episodio che ha una durata circa di 110 minuti) inizia con delle inquadrature su questo paesaggio boschivo, al confine tra gli Stati Uniti D’America e il Canada. In seguito, vediamo un fiume che scorre, con a riva un telo di plastica. Vediamo un personaggio, che poi scopriremo essere Pete Martell (Jack Nance), che giunge a vedere cosa si nasconde dentro a questo misterioso telo : un corpo, il cadavere della diciassettenne Laura Palmer. Da qui inizia il mistero, l’annuncio della morte di questa “dolce ragazza” di cui tutti avevano buona memoria, ricordandola sempre con il suo splendido sorriso e la sua gentilezza. Quando è stata ritrovata Laura non rideva, il suo corpo ormai di ghiaccio, lasciava trasparire una freddezza austera dovuta chissà a quale abuso prima di perdere coscienza. E infatti, non è tutto oro ciò che luccica e questo anche la stessa Laura lo sapeva, con un macigno sul suo petto che la tormentava dall’età di dodici anni e che non la lascerà nemmeno durante la sua morte. 

Il fenomeno di questa serie fu diffuso ovunque. Si parlava dappertutto di quel folle genio che aveva diretto il film con la figlia di Roberto Rossellini e Ingrid Bergman, Velluto Blu e quell’altro film fantascientifico, un fiasco al botteghino, prodotto da Dino De Laurentiis chiamato Dune. Dopo l’esperienza di Dune, il nostro amato genio voleva lasciare tutto, ma c’era ancora della gente che aveva fiducia in lui. Uno di questi era sicuramente Kyle MacLachlan, che lo aveva seguito sia in Velluto Blu che in Dune come protagonista e che sarà anche qui, uno dei protagonisti centrali che cercherà di risolvere il mistero nei panni dell’agente dell’FBI Dale Cooper. 

Ma questa serie non è stata ideata solo dal maestro Lynch, ma anche da Mark Frost, che ha aiutato Lynch a scrivere la sceneggiatura e che ha continuato anche quando Lynch lasciò il progetto, dalla metà della seconda stagione. Lynch ritornerà al progetto in due momenti fondamentali: per il film/prequel Twin Peaks: Fuoco cammina con me, nel 1992, e in Twin Peaks: The Return, la serie-evento realizzata ventisette anni dopo, nel 2017.  

La serie parla, oltre che della morte di questa giovane ragazza, anche della città in cui viveva, chiamata proprio Twin Peaks, anch’essa intrisa di misteri che sembrano nascondersi all’interno di una piccola cittadina dei sobborghi americani, tipici delle commedie romantiche oppure dei melodramma girati tra gli anni ‘50 e ‘60. Per raccontare questi eventi, la serie riprende lo stile classico delle soap operas dell’epoca, aggiungendoci gli elementi tipici del giallo. Gli stessi eventi che avverranno nella serie, vengono anticipati in una sorta di mise-en-abyme, attraverso l’uso della fittizia soap opera che vedono gli abitanti della cittadina chiamata Invitation To Love. Questo stesso espediente veniva già annunciato in Velluto Blu.

D’altro canto, Twin Peaks non è solo mistero legato al genere crime, è anche vicino al misticismo. Questo è evidente in tutta la serie: dall’uso dei sogni e al misticismo tibetano di Dale Cooper (Kyle MacLachlan) per risolvere il mistero dell’assassinio della giovane Palmer fino alla presenza essenziale della Loggia Nera e Bianca, elementi chiave delle credenze mistiche delle popolazioni native su cui si fonda la piccola cittadina dello stato di Washington. 

Non solo, troviamo la filosofia alla base di questa serie: il Male e chi lo ha creato. Il mistero risiede in questo: chi è che ha potuto fare così male ad una giovane ragazza, dall’aspetto dolce e sereno, la tipica “fidanzata d’America”, che aveva ancora tanti anni davanti a sè, a tal punto da ucciderla? Nel mentre che ci accompagnano a scoprire la realtà di questa cittadina e alla scoperta della vita attorno a Laura, ci sono Angelo Badalamenti con la sua colonna sonora, piena di note che portano verso una dimensione-altra, spesso accompagnato dalla voce angelica di Julee Cruise, che intrattiene i ragazzi di Twin Peaks al locale The Roadhouse.

Ovviamente avrei potuto scrivere per ore di quello che viene trattato in Twin Peaks ma non vorrei dilungarmi oltre per non spoilerare, anche se credo che sia molto difficile spoilerare una serie del genere…

Spero di avervi incuriosito se non l’avete mai vista, oppure di avervi fatto venire nostalgia da fare un bel rewatch! 

Per entrambe le opzioni vi invito a vedere il 16 aprile alle 17:00 al DAMS (Via Ostiense 139, aula 3) l’episodio pilota di questa meravigliosa serie, con una presentazione fatta da me e a seguire un dibattito 😉

Res- parte 4- La solitudine condivisa

di Carolina Maccione

Quando trovi qualcuno che capisce gli aspetti più tristi della tua vita ma con cui puoi anche ridere poi è difficile accontentarsi delle altre persone” Res non aveva amici. O meglio, le persone della sua famiglia erano i suoi unici amici. A volte, quando sentiva parlare di quel legame, uno dei pochi che scegli di tua spontanea volontà e che non chiede niente in cambio, si sentiva strano.

Come se fosse una cosa che non gli sarebbe mai potuta appartenere…ed era così. Negli ultimi tempi Aurora aveva fatto amicizia con un bambino di nome Pablo. Un ragazzino gentile e ironico per difesa.

Lui si era trasferito da poco e la maestra Luisa lo aveva fatto sedere al banco con la piccola di casa Della Torre. In realtà le elementari erano state una bella esperienza per Aurora, ma… non aveva mai trovato dei veri e propri amici.

Poi, era arrivato lui, in una mattina qualunque del quarto anno.Pablo era gentile e non faceva domande indiscrete, questo rese facile per Aurora raccontarsi a lui. Pablo l’ascoltava davvero.

E pian piano anche lui iniziò ad aprirsi, con cautela ma anche con la volontà di farsi conoscere veramente. Lui non era un bambino cattivo, né timido. Era selettivo e tendeva a rifugiarsi nella propria mente, perché lì, niente poteva fargli male. O quasi. Era diverso da Aurora, ma allo stesso tempo erano anche simili. La bambina era solitaria ma aperta, lui socievole ma chiuso. Se per la strada per andare a casa Aurora non salutava nessuno. Lui sorrideva alle vecchiette vestite in un modo buffo o alle persone che riteneva interessanti. In non molto tempo Pablo divenne ospeite fisso a casa Della Torre.Res era incuriosito da lui. Poi aveva anche sentito dire da Lucia che la situazione a casa non era delle migliori. Anche per Aurora non era facile.

Ma, nonostante questo almeno lì c’era amore. Qualcosa che Pablo conosceva solo in parte. Aurora e il suo amico spesso si confidavano tra loro, Res amava ascoltarli sviscerare le proprie anime l’uno all’altra. Così aveva avuto modo anche di conoscere nuovi aspetti della sua sorellina. Spesso i due bambini finivano per piangere insieme e, poi, dopo lunghi silenzi scoppiavano a ridere, all’unisono… come due anime perse allo stesso modo che, stando insieme, finivano solo per ritrovarsi. Ecco, questo a Res mancava. Lui era un’anima a sé. E, alle volte, gli sembrava di vivere solo attraverso le anime degli altri.

E faceva male. A lui, che si perdeva e ritrovava in continuazione. Come una città di mare che viene popolata di gioia solo in estate. Avrebbe voluto confidarsi con qualcuno in grandi di sé rido davvero ma… lui con gli altri oggetti della casa non parlava mai. Di fatto gli risultava complicato comunicare. Ma gli risultava incredibilmente facile amare. Non amava, però, “quelli come lui”, gli altri componenti d’arredo della casa. Li trovav frivoli e senza emozioni.Non erano Aurora, Davide, Lucia o Pablo.

Per Res ora come ora era impensabile provare affetto per un oggetto dopo aver conosciuto gli umani così bene. Con tutte le loro contraddizioni e la loro anima incredibile.

Non voleva più accontentarsi. E non lo avrebbe fatto. Aurora, invece, aveva provato ad accontentarsi, ma non ci era riuscita… forse il cercare qualcuno di nuovo per sconfiggere la solitudine non era uno “sport” adatto a lei (sport che aveva scoperto essere molto in voga tra i suoi compagni di classe, che a suo parere non piacevano davvero tra loro) La giovane Della Torre, che ora aveva 13 anni e con Pablo non parlava più…Ci aveva pure provato a farsi nuovi amici ma come si può dopo un’amicizia del genere trovare gradevole chi si diverte nel prendere in giro gli altri? Lei non lo sapeva. Lei che dopo due anni si chiedeva ancora perché Pablo non le parlasse. «Leggi durante la ricreazione anche oggi?» Chiese la prof. Ferro abbassandosi appena gli occhiali e guardando Aurora.

La ragazza non si mosse, troppo concentrata. A quel punto la professoressa tossì forzatamente.«Mh?» Scattò Aurora.La donna la guardò con disapprovazione e indicò il libro. La ragazzina sospirò, chiudendo il libro, lasciando però un dito tra le pagine per non perdere il segno.«È che…» iniziò. «Lo so, “le persone della mia età sono noiose” giusto?» la interruppe Isabella Ferro, nonché l’unica professoressa che trovava vagamente simpatica e in gamba.«Già.» Annuì lei.La professoressa Ferro sorrise appena togliendosi gli occhiali, che Aurora notò per la prima volta essere di un rosso fragola.“Li avrà cambiati?” Non riusciva a ricordare. Non guardava le persone molto spesso. Non avrebbe potuto dire con certezza di aver osservato attentamente nessuno dei suoi professori, né tantomeno i compagni, di quella cosa orribile chiamata “scuola media”, almeno una volta.Aurora sbatté piano le palpebre, tornando al presente.

La professoressa stava dicendo qualcosa da un pò ma lei percepì solo il: «Forse a volte… ci basta solo qualcuno con cui condividere la solitudine. Non credi?» Poi accadde il fatto, qualcosa che Isabella non aveva previsto nel suo monologo a cui Aurora non aveva prestato per nulla attenzione; avvenne uno di quei momenti incredibili in cui l’adulto che vuole insegnare finisce invece per imparare. Perché Aurora rispose solamente: «Ma io la solitudine non la voglio condividere con chiunque.» Colpita e affondata.

O almeno si sentiva così.“La solitudine non la voglio condividere con chiunque” a distanza di giorni Isabella Ferro non riusciva a smettere di pensarci.Quel giorno, però, si trovava in un’altra classe ad insegnare… la classe peggiore dell’istituto, quella che inconsciamente forse odiava. Per fortuna a salvarla da quegli studenti chiassosi ci pensò la campanella della ricreazione.

La donna sospirò appena, lasciandosi scivolare sulla sedia della cattedra. Fissava distrattamente le punte delle sue scarpe a ballerina. Erano le sue scarpe preferite: nere con la punta laccata di rosso. Un colore cupo addolcito dal colore della passione e… del sangue Lei aveva versato, metaforicamente parlando, litri di sangue per poter vivere l’amore, la passione. E ora che ce l’aveva non si sentiva completa. Da un paio d’anni aveva un compagno: Lucio. Gli voleva bene e c’era passione, ma non parlavano di cose importanti, mai. E alla sua età gli sembrava assurdo non poter avere un legame vero e solido. Scosse le spalle, un brivido di fastidio. Si sentiva indietro. «Tutto bene Prof.?» Chiese d’un tratto Pablo Flores, l’unico alunno che più o meno tollerava della Terza “E”.

Non si era accorta ci fosse ancora qualcuno in aula e per poco non le venne un colpo.Si mise , quasi di scatto e forzò un sorriso.«Certo Pablo! Stai tranquillo.»Il giovane annuì con poca convinzione. Era rimasto solo lui in classe e Isabella notò solo in quel momento che Pablo era intento nello spezzettare la buccia di mandarino che, a quanto sembrava, aveva appena finito di mangiare.Le dita lunghe e leggermente ambrate, però, raccontavano un nervosismo che il ragazzino cercava in ogni modo di non mostrare. Qualcosa che la donna riconosceva solo perché ci era passata anche lei, molto tempo prima.«Tu stai bene?» Chiese alzandosi e avvicinandosi a Pablo, che era al primo banco.

In quel momento alla donna venne uno strano Deja-vù. Non ci aveva mai fatto caso prima, ma la sua allieva preferita: Aurora Della Torre e, l’unico bambino che tollerava della 3E “Pablo Flores”, si muovevano nello stesso identico modo: con sicurezza e delicatezza mista a nervosismo. «Sì.» disse piano il ragazzino non avendo il coraggio di guardarla in faccia. «Sicuro?» domandò dolcemente la donna. Pablo sorrise in un modo strano e disse solo: «Non proprio.» sussurrando appena. Isabella a quel punto fece per parlare. Voleva capire, aiutare… come nessun professore aveva fatto con lei anni addietro. Ma la campanella di fine ricezione non glielo permise. Isabella sapeva bene che anche se il dolore esiste e delle volte vogliamo solo essere capiti, la vita a volte va troppo veloce e ci fa scordare come si può parlare delle cose vere. La verità, secondo lei, risiedeva nel fatto che a volte chiamiamo dubbi le verità che non abbiamo il coraggio di fare nostre. Ma, in quella scuola, lo sapevano anche due bambini dal cuore troppo grande che, nonostante tutto, condividevano ancora la solitudine insieme. In due aule diverse, ma con lo stesso respiro. A volte, anche se si vuole bene a qualcuno, può non essere il momento giusto. Ma questo non cancella l’affetto o il pensiero, mai.

O, almeno, per Pablo e Aurora era così.Loro, che avevano condiviso gioia e profondità, ma che s’erano anche mangiati il dolore l’uno dell’altra, finendo solo per far crescere di più il mostro sotto i loro rispettivi. Pablo questo l’aveva capito. Aurora, invece, non era ancora pronta ad accettarlo.Bisogna prima guarire dal proprio dolore per poterlo sorreggere insieme a qualcun altro, sennò poi, finisce che quel dolore schiaccia entrambi. il giovane lo sapeva bene che le avrebbe voluto bene per sempre, sperava solo che quando sarebbero stati davvero pronti a ritrovarsi lei lo avrebbe perdonato.

PERCHÉ L’8 MARZO NON È UNA FESTA

Di Agnese Bettucci

È opinione comune pensare all’8 marzo come “Festa della Donna”, opinione fomentata dalla commercializzazione di una giornata istituita per commemorare tutt’altro: se infatti si analizza da un punto di vista storico il ruolo che questa giornata ha avuto a partire dal secolo scorso, si può facilmente intuire il motivo per cui il nome corretto dell’8 marzo sia “Giornata Internazionale dei Diritti delle Donne” e non “Festa della Donna”. 

La storia ha inizio nel 1907 quando, dal 18 al 24 agosto, si tenne a Stoccarda il VII Congresso della II Internazionale Socialista, seguita dalla Conferenza Internazionale delle donne socialiste del 26 agosto; in queste manifestazioni venne trattata anche la questione femminile e la rivendicazione del diritto di voto alle donne, istituendo “L’Ufficio di informazione delle donne socialiste” di cui Clara Zetnik ne fu eletta segretaria. All’interno dei movimenti socialisti dell’epoca si crearono tensioni riguardo l’autonomia delle donne e le strategie per ottenere il suffragio: i socialisti erano contrari all’alleanza con le femministe borghesi, principalmente per la differenza di “classe sociale”, ma tra le femministe non tutte erano della stessa idea. 

Figura di spicco in queste tensioni fra i movimenti socialisti fu Corinne Brown, socialista e suffragetta statunitense, che nelfebbraio 1908, affermò sulla rivista The Socialist Woman che il Congresso non aveva “alcun diritto di dettare alle donne socialiste come e con chi lavorare per la propria liberazione”. Il 3 maggio dello stesso anno presiedette la conferenza del partito socialista di Chicago nel Garrick Theater, a cui furono invitate tutte le donne, che fu chiamata “Woman’s Day”; alla conferenza si discusse dello sfruttamento dei datori di lavoro ai danni delle operaie, delle discriminazioni sessuali e del diritto di voto alle donne. 

Alla fine dello stesso anno il Partito socialista americano, su proposta dell’attivista Theresa Malkiel, incoraggiò tutte le sezioni del partito a dedicare l’ultima domenica del mese di febbraio all’organizzazione di una manifestazione per il diritto di voto femminile. 

Negli Stati Uniti, la prima e ufficiale “Giornata della Donna”, fu celebrata il 23 febbraio 1909, evento che venne ripetuto ogni anno fino al 1913. 

Sulla spinta dell’iniziativa del Partito Socialista americano, l’Internazionale Socialista del 1910, riunitasi a Copenaghen, indisse ufficialmente la prima “Giornata della Donna” a livello internazionale, giornata volta a omaggiare il movimento in favore dei diritti della donna per ottenere il suffragio universale, come testimoniano le parole di Clara Zetkin e Käthe Duncker:

«In accordo con le organizzazioni politiche e sindacali del proletariato di classe nei rispettivi paesi, le donne socialiste di tutti i paesi organizzano ogni anno una Giornata Internazionale della Donna, dedicata principalmente alle lotte per il suffragio femminile. Questa rivendicazione deve essere considerata nel contesto dell’intera questione femminile, secondo i principi socialisti. La Giornata Internazionale della Donna deve avere un carattere internazionale e richiedere un’accurata preparazione.»

Nonostante la proclamazione della “Giornata Internazionale della Donna”, non venne stabilita una data universalmente riconosciuta: in alcuni paesi europei come Germania, Austria, Svizzera e Danimarca, la Giornata si svolse il 19 marzo 1911, data scelta perché il 19 marzo del 1848 durante la rivoluzione, il Re di Prussia per la prima volta dovette cedere davanti alla minaccia di una rivolta proletaria e tra le molte promesse che fece allora e che in seguito dimenticò, figurava il riconoscimento del diritto di voto alle donne. 

La data dell’8 marzo entra nella storia per la prima volta nel 1914: in questa data, infatti, si tennero una serie di incontri dei movimenti femministi, volti a protestare contro la violenza della guerra in corso e per solidarizzare con le cittadine russe che l’anno precedente, nel 1913, avevano celebrato la loro prima Giornata internazionale della Donna nell’ultima domenica di febbraio. 

Nel 1917, il 23 febbraio secondo il calendario giuliano, utilizzato al tempo in Russia, l’8 marzo secondo il calendario gregoriano, le donne russe proclamarono lo sciopero di “pane e pace” e guidarono una grande manifestazione a San Pietroburgo che rivendicava la fine della guerra. Questa data non solo fu simbolicamente scelta come data di inizio della Rivoluzione Russa di febbraio, ma venne scelta anche come Giornata Internazionale dei Diritti delle Donne dato che erano state proprio le operaie delle industrie tessili a scendere in piazza. Il 16 dicembre del 1977 infatti, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, con la risoluzione 32/142, dichiarò un giorno all’anno la “Giornata delle Nazioni Unite per i diritti delle Donne e per la pace internazionale”. La data dell’8 marzo venne scelta in quanto data già utilizzata da molte Nazioni. 

L’8 marzo ad oggi è prevalentemente considerata una “festa”, ma se ci si ferma a pensare, cosa c’è da festeggiare? In Italia una volta ogni tre giorni una donna rimane vittima di un femminicidio; circa una donna su tre tra fra i 16 e i 70 anni ha subito violenza fisica, sessuale o verbale; il diritto all’aborto è messo in pericolo quotidianamente; le donne continuano a percepire fra il 20% e il 40% in meno degli uomini, a pari di monte ore lavorative, posizione e preparazione. 

L’8 marzo non è una festa, è una giornata in cui, come tutti gli altri giorni dell’anno, è necessario ricordare che purtroppo, ancora oggi, i diritti e la sicurezza delle donne non vanno dati per scontati, ma anzi bisogna continuare a lottare e a combattere per ottenere una parità di genere che non sia solo di facciata, ma strutturale, sociale e culturale; una parità che ancora oggi appare lontana e utopica.

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