Mese: Dicembre 2024

“Parenti serpenti”: il lato oscuro della famiglia italiana

Di Chiara Pascucci

Se dovessimo chiederci quale sarebbe il vero significato delle feste natalizie, tutti risponderemmo solo una cosa: il tempo passato insieme alla nostra famiglia. Numerosi sono i cult natalizi dove, dopo innumerevoli avventure, la famiglia si riunisce e scopre in sé la propria forza e la propria pace.Nel 1994 però, Monicelli, il grande regista della commedia all’italiana,ci regala uno dei gioielli filmici più importanti del nostro cinema.Con il suo sguardo cinico, ed una capacità d’analisi sociale acuta e brillante, aveva lavorato per tutta la vita deridendo l’ipocrisia italiana, e il comportamento dell’uomo medio; ma è solo all’età di ottant’anni che prende di mira una delle istituzioni più importanti per la tradizione italiana: la famiglia. È un rischio azzardato, che si rivela però efficace.Con un soggetto di Carmine Amoroso, e la collaborazione in sceneggiatura di Suso Cecchi D’Amico e Piero De Bernardi, “Parenti Serpenti” contiene nel nome già una previsione di ciò che il film vuole raccontare.Siamo nel periodo natalizio, e una famiglia della piccola-borghesia si riunisce a Sulmona per festeggiare il periodo festivo.Quattro figli e rispettive famiglie: C’è Lina, nevrotica bibliotecaria di Teramo sposata con Michele, geometra iscritto alla Democrazia cristiana, e il loro piccolo Mauro. C’è la buona e sensibile Milena, depressa a causa della sua sterilità, e sposata con Filippo, maresciallo maggiore dell’Aeronautica militare. C’è Il fratello Alessandro, impiegato alle poste di Modena e dalle idee comuniste, con la moglie Gina, una donna snob, e con la loro figlia Monica, una ragazza pre-adolescente che sogna di fare la ballerina di “Fantastico”,ma che viene continuamente vessata dalla madre per la sua forma fisica. Ed infine c’è Alfredo, professore d’italiano di un istituto femminile privato di Como, l’unico scapolo.Ad aprire il film è proprio la voce fuori campo del piccolo Mauro, che si presta a raccontarci le proprie vacanze di Natale passate con i suoi genitori e gli zii, come da tradizione, a casa di Nonna Trieste, vecchietta arzilla, e Nonno Saverio, carabiniere in pensione affetto da una leggera demenza senile che lo fa convincere di essere ancora in servizio.La scelta di porre in rilievo il punto di vista del bambino, oltre a proporci un racconto oggettivo dei fatti, è esemplare nell’esplicare l’educazione ipocrita che l’infanzia è costretta a subire dal mondo adulto, come già De Sica aveva perfettamente mostrato nel suo “I bambini ci guardano”.Dai racconti di Mauro emergono i personaggi che popolano il paesino, con descrizioni derivanti dai pettegolezzi che i grandi portano avanti con libertà di fronte a lui. All’arrivo delle varie famiglie nel sacro focolare domestico dei nonni, i nodi sembrano quasi sùbito venire al pettine: le due sorelle, Lina e Milena, non sopportano la cognata Gina, pur mantenendo di fronte a lei un atteggiamento gentile di convenienza (che si apprestano sùbito a mutare appena la cognata esce fuori dalla stanza). Sembra quasi che tutti interpretino una parte costruita su misura, per portare avanti la recita della famiglia perfetta borghese.All’interno della famiglia però, tra le battutine acide, la corsa ai regali più belli di facciata, l’ilarità è assicurata, perché essi assumono un comportamento che ci risulta quotidiano, a cui tutti siamo abituati. Nell’interpretazione formidabile di Marina Confarone, Alessandro Haber, Monica Scattini, Cinzia Leone, ritroviamo il classico contorno di risatine, bugie e cattiverie che nella famiglia borghese fa da sfondo ai festeggiamenti natalizi.Ma tutto è sotterrato dal velo dell’ipocrisia della famiglia perfetta, che assolutamente non può essere mutato. La stessa Lina ad esempio, in verità, sente stretta la sua condizione di madre perfetta e figlia perfetta che si occupa dei genitori; per Milena invece,la tristezza della sua sterilità non dipende da un sogno materno purtroppo interrotto, ma dalla sensazione di venire meno alla figura della donna- madre in cui il concetto di famiglia tradizionale intrappola la donna. Una condizione che tutti si apprestano sempre a ricordarle con battutine neanche tanto velate, pur nascondendosi dietro il dispiacere. Ma non solo le donne sono soggette ai valori tossici borghesi, anche lo stesso Alfredo, lo scapolo di famiglia, viene continuamente beffeggiato e spinto nel cercare moglie e diventare padre. La scoperta della sua omosessualità getta un’ulteriore preoccupazione sui fratelli, che sono costretti a nascondere tutto per non rovinare la propria reputazione nel paese. Ipocrisia, sotterfugi, ali tarpate, in nome di valori malati e crudeli, e che Monicelli riteneva importante doverci mostrare.Ma gli equilibri si rompono quando i due genitori, durante la cena di Natale, annunciano di voler lasciare la casa e di volersi trasferire da uno dei quattro figli per non restare da soli in vecchiaia.È qui che le scene di grandi baci d’affetto ai genitori, il baciamano della tradizione, la venerazione e la nostalgia dei ricordi lasciano il posto alla più cruda verità: nessuno vorrebbe prendersi cura di loro.Da questo momento in poi, la finzione si interrompe, e le varie famiglie lasciano da parte le maschere per rinfacciarsi a vicenda ogni piccolo rancore nascosto, litigando per chi effettivamente dovrebbe prendersi cura dei genitori.Si scopre anche una storia clandestina tra Michele e Gina, che Milena e il marito tirano fuori per colpire Lina, che nonostante tutto, non ha la forza di lasciare il marito traditore, e che probabilmente neanche ama.Nessuna soluzione sembra risolvere i litigi: nessuno vuole ospitarli e l’ospizio metterebbe in cattiva luce la famiglia. Il grado di crudeltà si alza con i conti e le gite al cimitero nella speranza che i poveri anziani abbiano una veloce dipartita.Ma è quando al telegiornale viene annunciata un’ennesima esplosione domestica a causa di una stufa a gas mal funzionante, che il covo di parenti serpenti elabora il diabolico piano.La scena che Monicelli dirige è evocativa e senza precedenti: una panoramica riprende in primo piano i volti di tutti i componenti seduti al tavolo, che al seguito della notizia, sembrano aver avuto la stessa grande illuminazione.Sùbito dopo, nella scena successiva, gli amorevoli figli regalano una stufa a gas agli increduli genitori. Un regalo per Capodanno. La stufa viene portata in cucina, seguita da Milena e Lina che si prendono sottobraccio e che sembrano già seguire un feretro.Un regalo di morte.La risata per lo spettatore si spegne, lasciando spazio all’amarezza, al sapore acro dell’egoismo e della pura cattiveria.Mentre l’anno nuovo scatta, e i parenti serpenti sono ad un veglione a cui non sarebbero mai potuti mancare, ballando e sorridendo, il film ci mostra la casa di nonna Trieste e nonno Saverio esplodere; un’esplosione a cui nessuno fa caso con l’eco dei botti di Capodanno.Al termine del film, scopriamo che il piccolo Mauro, forse l’unico realmente legato ai nonni, sta terminando di leggere il suo tema delle vacanze davanti alla maestra. Annunciando la morte di entrambi i suoi nonni a causa di una stufa a gas difettosa, non riesce proprio a spiegarsi del perché sua madre abbia detto che fosse troppo vecchia, dal momento che gli era stata regalata da poco.Termina così tra il non detto che è fin troppo evidente, un racconto certamente iperbolico nei fatti, ma che nasconde in sé una verità amara e soprattutto innegabile, che apre le porte al lato oscuro della famiglia, luogo sacro di protezione ma anche luogo in cui si possono concentrare alcune delle più grandi forze distruttive.Il film è disponibile in streaming su Netflix e Prime Video.

La fotografia in Wes Anderson

Wes Anderson. Che dire? Tutti lo conosciamo per la simmetria utilizzata nei suoi film; questa simmetria, però, non è che uno dei dettagli che contraddistingue l’enorme lavoro che c’è dietro alle opere del regista.La fotografia dei film di Wes Anderson è iconica, contraddistinta dalla pulizia e dall’ordine che l’autore vuole trasmettere. Per fare ciò, sono necessarie delle tecniche cinematografiche legate alla modalità di utilizzo della macchina da presa. Ed è quasi inutile sottolineare il fatto che ogni inquadratura presente nei suoi film, sia minuziosamente studiata al dettaglio.Wes Anderson basa il suo lavoro sui piani fissi e sui piani sequenza, i quali non fanno altro che attribuire un valore aggiunto all’opera nel suo complesso; l’autore non lascia nulla al caso: nei suoi film vedremo movimenti di camera ben definiti, come i PAN e gli ZOOM, che vanno a creare quella simmetria rigidamente rispettata che caratterizza le opere di Anderson. Con i piani fissi, si genera un’atmosfera teatrale e quasi artificiale; in netta contrapposizione con i piani sequenza, che sono riprese di lunga durata e senza tagli, perfetti per infondere una sensazione di fluidità e continuità. La commistione fra i due utilizzi della camera, porta lo spettatore a immergersi totalmente nel film, sentendosi quasi parte della storia.Il lavoro di fotografia nei film di Wes Anderson si può definire una perfetta scuola per la narrativa fotografica applicata a un reportage di matrimonio: la camera tenderà a non avvicinarsi subito ai soggetti, ma creerà un approccio più generale, più largo e descrittivo per passare, poi, lentamente a un approccio più di dettaglio. In questo modo, lo spettatore entrerà in empatia con i singoli personaggi.Così come “dietro un grande uomo, c’è sempre una grande donna”, affianco ad ogni regista che si rispetti, c’è un D.O.P. degno di questo nome.Nel nostro caso, parliamo di Robert Yeoman, direttore della fotografia per i film di Anderson da circa un decennio. Possiamo azzardarci a dire che il lavoro dei due professionisti continua, tutt’oggi, a creare ponti fra il cinema muto e la pop-art contemporanea; che è un paradosso, perché si va quasi a negare il valore che, oggigiorno, siamo abituati ad attribuire all’immagine nel film. Un perfetto esempio, da prendere in esame, è sicuramente il film “The French Dispatch”, nel quale Anderson dimostra di non credere all’immagine in movimento, da sempre pilastro dell’arte cinematografica. Al contrario, il regista punta a collegare, il movimento all’interno di ogni singola immagine, alle geometrie che si ridefiniscono continuamente in base a cosa accade e a chi c’è in scena.Altro esempio, che dimostra questa visione dell’autore, è “Grand Budapest Hotel”: durante la scena d’amore fra Zero e Agatha possiamo notare come le scatole, che fanno da sfondo, non siano accatastate in maniera casuale, ma sono disposte a trapezio, in modo che i due amanti, perfettamente posizionati al centro della scena, bilanciati verso il lato corto superiore della figura, vi risultino “contenuti” all’interno.Chi è Robert Yeoman?Yeoman è sicuramente un direttore della fotografia le cui opere sono capaci di catapultare lo spettatore in un mondo che ha dei codici a sé stanti, e che basa il suo lavoro su tre pilastri fondamentali: immaginazione, creatività e originalità. Tutto testimoniato anche dalla scelta dei colori che Yeoman utilizza nelle sue scene.Questa scelta si riflette benissimo nel già citato “Grand Budapest Hotel”, caratterizzato da un’esplosione di colori forti, accesi e brillanti, che va in netto contrasto con la scelta di colori più “sacrali” e tonalità più basse in saturazione come, appunto, nella sopracitata scena d’amore fra Zero e Agatha in cui i colori prediletti, possiamo dire, sono sicuramente il rosa antico e l’azzurro.Tutto ciò ci riporta, inevitabilmente, alla simmetria (di cui sopra) che nei film di Anderson è fondamentale: le composizioni che Yeoman crea tendono a far sì che ci sia sempre ordine e bidimensionalità nelle scene; i personaggi sono sempre a distanza bilanciata rispetto allo sfondo, oltre che nel loro perfetto centro.Non si tratta di semplice ricerca meticolosa, ma di vera e propria ossessione, in modo che lo spettatore si senta continuamente coinvolto e trasportato dall’armonia del mondo che Anderson e Yeoman creano.Purtroppo, come se si trattasse di una relazione amorosa, a un certo punto Yeoman ha deciso di prendersi una pausa: recentemente ha dichiarato di aver bisogno di un po’ di distacco dai ritmi frenetici di Anderson, sempre alla ricerca di originalità e continuamente spinto a trovare nuovi modi di fare, di creare e di uscire dalla propria zona di comfort.Al netto di ciò, Anderson non si è perso d’animo e per il suo prossimo film “The Phoenician Scheme”, la cui uscita è prevista nel 2025, ha ingaggiato Bruno Delbonnel, direttore della fotografia francese, le cui capacità ci sono ben note, se abbiamo visto opere come “Dark Shadows”, “La ballata di Buster Scruggs” e “Harry Potter e il Principe Mezzosangue”.Chiaramente, siamo tutti impazienti di poter ammirare il capolavoro che i due maestri produrranno; ma siamo sicuri che Delbonnel sia all’altezza di Yeoman?

Ska

“Il Boom”: L’amara verità dietro la maschera del benessere

di Chiara Pascucci

Nel 1958,in Italia avvenne uno dei più grandi momenti della nostra Storia: il boom economico. Tutti l’abbiamo sentito almeno una volta in televisione, oppure nei racconti di qualcuno che l’ha vissuto e che nostalgico ne ricorda le abitudini.L’Italia si lasciava alle spalle le miserie della guerra, ed accoglieva a braccia aperte il benessere diffuso che sembrò inebriare il nostro paese. Automobili, musica, rivoluzione tecnologica, vestiti, feste; tutto in Italia sembrava presagire l’inizio di un’epoca d’oro, e un’onda di eccitazione prendeva il sopravvento nella quotidianità degli italiani. Il cinema, costretto ad abbandonare in parte i racconti sulla tragedia della guerra e sulle sue conseguenze terribili, si concentra su ciò che lo circonda, e tramite il suo occhio ne analizza e ne sviscera i tratti più importanti. Il Boom era davvero ciò che sembrava?Nasce così la famosa “Commedia del Boom”, un ramo del genere della commedia all’italiana, che vede la presenza di film incentrati sulla vita dell’individuo all’interno della nuova società dei consumi italiana. Uno dei suoi capolavori è rappresentato dall’opera diretta da Vittorio De Sica,con soggetto e sceneggiatura di Cesare Zavattini, “Il Boom”, anno 1963.Il film racconta la storia di Giovanni Alberti, interpretato da un magnifico Alberto Sordi, che ci regala una delle sue migliori interpretazioni.Alberti è un giovane geometra che lavora nella ditta di costruzioni del ricco signor Baratti. Lo vediamo vestito elegante, accompagnato da una magnifica moglie, e padre amorevole di un figlio di due anni. Si muove tra i classici luoghi della borghesia del boom economico: l’ippodromo con le sue scommesse sui cavalli, i locali alla moda aperti fino a tarda sera, le piazze vuote di Roma per fare baldoria, e le case di altre coppie borghesi dove organizzare le immancabili partite a carte. La sua vita sembra perfetta, ma qualcosa si nasconde dietro il velo patinato della dolce vita romana: Giovanni in realtà è pieno di debiti.Il film con occhio cinico ci rivela con assoluta verità, fin dall’inizio, tutti i suoi tentativi vani, nel chiedere prestiti ad amici, o proroghe alla banca con cui risulta indebitato.La dolce vita perciò costa, e costa molto di più di ciò che gli italiani possono permettersi.Giovanni spende più di quello che guadagna realmente, solo per mantenere una reputazione di ricchezza all’interno della società. Meravigliosi i momenti in cui, durante i vari eventi sociali, Alberti dopo i mancati prestiti, si sforza di apparire sorridente, quasi come un vero e proprio attore pronto per salire alla ribalta con la propria maschera.“Il Boom” perciò è una maschera, un ruolo da indossare, una reputazione da proteggere.Interessante il suo rapporto con la moglie Silvia, che lui ama sinceramente, ma che gli appare sempre più lontana.Silvia è una donna frivola, una donna del boom, divisa tra parrucchiere ed estetista, che vede nel marito colui che deve occuparsi continuamente di mantenere alto il loro tenore di vita.Bellissima la scena in cui, dopo la festa, i due si coricano nella loro camera da letto. Il marito cerca un’intimità con la moglie che però è quasi inesistente, poiché i loro discorsi si basano esclusivamente su pagamenti, ville al mare, vestiti e acconciature nuove. Alberti ascolta la moglie con adorazione, ma anche con vergogna perché consapevole di star mentendo e di non poter più esaudire tutti i suoi desideri. Le chiede anche se gli voglia bene davvero, impaurito che nella povertà possa abbandonarlo.“Il Boom” è anche questo: rapporti frivoli, freddezza coniugale, rapporti di convenienza, aridità emotiva. E in mezzo c’è il povero individuo che lotta con la massa, in mezzo c’è il povero Giovanni Alberti.Come ultima occasione, Alberti spera nell’aiuto del miliardario famoso costruttore Carlo Bausetti, a cui propone un affare inconcludente, che egli infatti si affretta a rifiutare.Emblematica per la nostra riflessione una frase che Bausetti gli rivolge:«Volete guadagnare in un anno quello che noi abbiamo guadagnato in cinquant’anni!»“Il Boom” è quasi un vaneggiamento, un delirio di onnipotenza, un’illusione dolce ma crudele.Alberti conosce anche la moglie di Bausetti, che nella sua calma di chi non ha preoccupazioni finanziarie, cerca di tranquillizzarlo.Nel campo e contro campo che riprende il dialogo con la signora, la macchina da presa opera uno zoom sugli occhi del povero Alberti sconsolato.Infatti successivamente, la donna sembra aver notato qualcosa di interessante, e gli propone un appuntamento a casa sua, sfruttando l’assenza momentanea del marito. Egli -forse pensando ad un incontro romantico che possa procurargli del denaro- accetta sùbito per disperazione.Qualcosa ha attirato l’attenzione della signora Bausetti, ma cosa?L’incontro si svolge nel rigore formale del tenore di vita borghese, fino a quando, con profondo stupore da parte di Alberti, la signora gli pone una semplice domanda:«Lei venderebbe un occhio?»Raggiungiamo perciò il velo del grottesco, dell’assurdo.La signora Bausetti, interessata ad un occhio buono che possa sostituire quello del marito, diventato cieco a causa di un incidente, offre una cifra elevatissima per attenuare i debiti di Alberti.L’interpretazione di Sordi è fenomenale, con le sue battute romane di spirito, e la stessa vicenda provoca nello spettatore una certa ilarità.Ma il film deride cinicamente la spregiudicatezza di chi vive nel Boom; gli agi e la bella vita sono ormai troppo importanti, ed oscurano il buon senso dell’uomo medio italiano in maniera patologica ed inquietante.All’inizio Alberti è completamente risoluto nel declinare l’offerta ambigua, ma quando la moglie scopre la verità e lo abbandona, è costretto ad accettare per non perderla. La sua tristezza è talmente forte da scendere a compromessi senza esitazione.“Il Boom” annienta la coscienza.Con il denaro dell’anticipo per l’operazione “speciale”, Alberti riesce a riconquistare Silvia, ed a organizzare una festa a casa sua, nella quale, ubriaco, insulta ed umilia tutti i componenti di quella società malata, egoista e falsa, che lo obbliga a vendersi pur di mantenere intatta la reputazione della sua famiglia.Il giorno dell’operazione, Alberti, inventando come scusa per la moglie un viaggio di lavoro, si reca nella clinica privata.Dopo aver sentito al telefono Silvia però, ci ripensa, e scappa dalla sala operatoria al momento dell’anestesia.Inseguito da un’intera equipe di medici, viene di nuovo soggiogato dalla signora Bausetti, che lo mette di fronte alle difficoltà dei suoi debiti e lo convince di non aver proprio altra scelta.L’ultima sequenza riprende il povero Alberti, che sulle strisce pedonali, contornato dai suoi medici aguzzini vestiti di bianco, viene trasportato di nuovo nella clinica, per affrontare il suo destino, o meglio, la parola data, che un signore non rinnega mai.Finisce così tra l’amarezza e l’assurdità un film che ci ha rivelato le parti oscure del famoso boom economico italiano.Un boom che di fortunato non aveva nulla, perché frutto di giochi speculativi crudeli.Il film di De Sica fu bocciato dalla critica, forse perché per primo riuscì ad accorgersi di qualcosa che gli italiani non erano ancora pronti ad ammettere. Una malattia che pian piano avrebbe distrutto il paese.Le apparenze però, ci rendono schiavi ancora oggi, ci guidano nelle nostre scelte, a volte bizzarre e a volte estreme.Perciò voi, lo vendereste un occhio?

Ma Roma è femminista?

Di Francesca Insogna

Ieri, davanti al Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Roma Tre, gli studenti hanno osservato un minuto di rumore, portando fiocchi rossi sulle giacche come simbolo di solidarietà. Questa iniziativa, nata come alternativa al minuto di silenzio, si è affermata nel contesto femminista come un gesto simbolico per ricordare le vittime della violenza di genere e sensibilizzare sul tema dei diritti delle donne. Il rumore, in questo contesto, rappresenta la rottura del silenzio che per anni ha circondato il patriarcato, il femminicidio e altre forme di oppressione.

Il silenzio e il rumore

Il minuto di rumore non è solo un gesto commemorativo, ma un atto di protesta che rompe quella complicità implicita nel tacere, un silenzio che molte donne — le nostre madri e nonne — hanno dovuto mantenere per generazioni. Ma oggi il rumore è davvero così prorompente? Oppure si sta affievolendo in una società apparentemente più consapevole, ma ancora profondamente segnata dalle disparità? Per capire se Roma possa essere considerata una città libera da barriere ideologiche contro la libertà femminile, analizziamo i dati del 2024.

Violenza di genere a Roma e nel Lazio

I numeri parlano chiaro: la violenza contro le donne è ancora un problema radicato. Secondo i dati del Ministero dell’Interno, tra il 1° gennaio e il 17 novembre 2024, in Italia si sono registrati 269 omicidi, 98 dei quali hanno avuto vittime femminili. Di queste, 84 sono state uccise in ambito familiare o affettivo, e 51 per mano del partner o ex partner. Quindi, se in Italia gli uomini muoiono di più per la maggiore esposizione degli uomini alla criminalità, ai conflitti interpersonali e alle situazioni ad alto rischio spiega il più alto tasso di omicidi maschili rispetto a quelli femminili. Le donne se muoiono, vengono uccise dai propri cari invece. Nel Lazio, tra il 2019 e il 2023, si sono contati 59 femminicidi e oltre 2.500 violenze sessuali, con un picco di 566 denunce per stupro nel 2022, di cui 465 a Roma. La Capitale guida tristemente la classifica nazionale dei femminicidi, con 50 vittime nell’ultimo quinquennio.Nel 2024, inoltre, si è osservato un aumento significativo delle richieste di aiuto: il numero antiviolenza 1522 ha ricevuto circa 48.000 contatti nei primi nove mesi dell’anno, segnando un incremento del 57% rispetto allo stesso periodo del 2023. Questo aumento, inizialmente legato all’ondata emotiva seguita al femminicidio di Giulia Cecchettin nel novembre 2023, è diventato strutturale. Questi dati dimostrano quanto il fenomeno della violenza di genere sia ancora radicato e necessiti di interventi urgenti e strutturali.Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner, nel 3,6% da parenti e nel 9,4% da amici (Prospetto 2). Anche le violenze fisiche (come schiaffi, calci, pugni e morsi) sono per la maggior parte opera dei partner o ex partner. Gli sconosciuti sono autori soprattutto di molestie sessuali (76,8% fra tutte le violenze commesse da sconosciuti). È importante interpretare questi dati con cautela, evitando generalizzazioni che possano alimentare xenofobia o discriminazione. Le statistiche possono essere influenzate da vari fattori, tra cui la propensione a denunciare e le modalità di raccolta dei dati. Ricordiamo che per ‘molestie’ si intende un insieme di comportamenti indesiderati e non consensuali che causano disagio, paura o intimidazione a chi li subisce. E spesso tali denunce ricadono su imputati, i quali a priori sono abbastanza in più vittime di pregiudizi da parte della polizia, che dunque prenderebbe più seriamente le denunce, rispetto ad un uomo bianco. In questo punto, troviamo noi il grande bias della polizia e alcuni intoppi esecutivi nelle azioni di protezione nei confronti della donna, come la poca propensione a denunciare da parte delle donne, e poca capacità di prendere seriamente le denunce (e far scattare un’azione immediata). Per le donne straniere in Italia, il rischio di violenza fisica o sessuale nel corso della vita è simile a quello delle italiane (31,3% contro il 31,5%). Tuttavia, la violenza fisica è più frequente tra le prime (25,7% contro il 19,6% delle italiane), mentre la violenza sessuale è più frequente tra le seconde (16,2% delle straniere contro il 21,5% delle italiane).

Le cause: un problema di identità maschile?

Per la giornata di ieri sono stati fatti diversi commenti. Da una parte, l’articolo scritto da Annalisa Camilli, “La politica chiude gli occhi di fronte alla violenza di genere”, pubblicato su Internazionale, riporta, per la giornata del 25 novembre, che “Massimo Cacciari esagera quando dice che il patriarcato è morto duecento anni fa, ma certamente il patriarcato come fenomeno giuridico è finito con la riforma del diritto di famiglia del 1975, che ha sostituito alla famiglia fondata sulla gerarchia la famiglia fondata sull’eguaglianza”. E ancora: “Otto italiani su dieci ritengono che le leggi attuali non siano sufficienti per contrastare il fenomeno. Nonostante ciò, l’interesse sul tema da parte dei politici è molto basso: nell’ultimo anno meno dell’1,5% dei post sui social network dei parlamentari, dei rappresentanti del governo nazionale e di quelli delle autorità locali si è occupato di violenza maschile contro le donne. La ricerca Oltre le parole. Narrazione politica e percezione pubblica sulla violenza maschile contro le donne ne ha analizzati trecentomila.”Dall’altra parte, però, le nuove dichiarazioni del ministro Valditara sono state: “Non si può fare finta di non vedere che l’incremento dei fenomeni di violenza sessuale è legato anche a forme di marginalità e devianza in qualche modo discendenti dall’immigrazione illegale”. Anche la presidente Meloni ha affermato che, a suo parere, “l’immigrazione illegale incide particolarmente sulla violenza contro le donne insieme ad altre cause”.Ma perché si assiste a una fuga di accuse da destra a manca, da parte delle istituzioni e della stampa, sulle cause dei problemi che affliggono le donne in questa Italia moderna? Perché, nonostante l’interesse, il dialogo non è accompagnato da un’adeguata protezione?Forse perché, puntando il dito contro un nemico esterno, la società eviterebbe di guardare la propria immagine riflessa in uno specchio.Infatti, nella nostra società, se una donna muore, muore per mano di un uomo. La violenza contro le partner, in particolare, è descritta come un grave problema che compromette la salute fisica e psicologica delle giovani donne coinvolte. Studi precedenti, come il Violence Against Women Survey di Statistics Canada, mostrano che oltre il 50% delle donne canadesi ha subito almeno un episodio di violenza fisica o sessuale dai 16 anni in su, con tassi elevati di abusi anche tra adolescenti nelle relazioni sentimentali. Questi dati confermano che il problema non è circoscritto a specifiche aree geografiche o culture, ma è invece una realtà universale che richiede interventi sistematici.Un importante articolo scientifico, “Girlfriend Abuse as a Form of Masculinity Construction among Violent, Marginal Male Youth” di Mark Totten, esplora il legame tra le ideologie familiari e di genere e la costruzione dell’identità maschile nei giovani maschi marginalizzati, appartenenti a bande o gruppi di pari violenti. Lo studio si concentra su giovani tra i 13 e i 17 anni, utilizzando interviste qualitative approfondite per analizzare il comportamento abusivo verso le ragazze, le persone LGBTQ+ e le minoranze razziali.Nei suoi punti salienti, l’articolo cerca di dimostrare che i comportamenti abusivi sono interpretati come una reazione alla percezione di un accesso limitato ai benefici tradizionali del patriarcato (es. status, potere, controllo). La violenza diventa quindi uno strumento per affermare la propria identità maschile, soprattutto nel clima sessista emergente grazie alla diffusione di podcast su internet con una dialettica fortemente patriarcale, un fenomeno nato come backlash (contraccolpo) — termine definito dalla giornalista statunitense Susan Faludi — in risposta all’affermarsi del femminismo in parte dell’opinione pubblica mondiale.Per i giovani intervistati nello studio, la costruzione dell’identità maschile è un processo quotidiano, negoziato costantemente sulla base delle risorse e delle norme disponibili nei loro ambienti sociali. Questo processo è influenzato significativamente dai modelli patriarcali e autoritari presenti nella famiglia e nella comunità. Tuttavia, nel campione studiato emergono differenze nei tipi di violenza: alcuni giovani, influenzati da fattori come l’ambiente familiare o il gruppo di pari, adottano modelli patriarcali con forme meno gravi di abuso, come l’intimidazione psicologica, mentre altri ricorrono a violenze fisiche o sessuali più estreme.

Nella crisi della mascolinità tradizionale troviamo una ridefinizione dei ruoli maschili e femminili. L’avanzamento dell’uguaglianza di genere sta sfidando i tradizionali ideali di forza, dominio e protezione associati agli uomini. Il declino del ruolo di capofamiglia è legato non solo alla perdita di potere simbolico, ma anche a una crisi identitaria lavorativa, alla percezione di una minaccia di competizione femminile sul posto di lavoro — già di per sé precario — e a una reazione contraria, basata su una distorta comprensione del femminismo e delle sue finalità.

Dalla crisi alla responsabilità

Se Roma e il mondo intero vogliono davvero essere femministi, non basta denunciare le disuguaglianze. È necessario affrontare il cuore del problema: il ruolo degli uomini in una società in trasformazione.Ci ritroviamo ora di fronte all’amara conclusione che non sono le donne a essere a rischio, ma gli uomini. Sono proprio questi ultimi, affogati in un emergente smarrimento collettivo, a trascinare le donne giù nei loro abissi: alcune per poco, altre per sempre.

L’unica via d’uscita è una profonda riflessione culturale, che passi attraverso l’educazione, la comprensione delle radici storiche e sociali del patriarcato, l’azione statale immediata e la costruzione di nuovi modelli di mascolinità, non basati sul controllo e sulla forza, ma sull’equità e sul rispetto reciproco. Solo così il rumore di oggi potrà trasformarsi in un’azione concreta per il futuro.

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