Mese: Maggio 2025

Kashmir: tra religione e guerre

Di Francesca Insogna

Il cashmere è una pregiata fibra tessile formata dal pelo delle capre del Kashmir, regione situata fra le montagne del nord del subcontinente indiando. Il settore tessile, con la produzione di scialli di lana, è storico, ma nella regione si stanno sviluppando anche industrie alimentari, meccaniche e del cemento.Il Kashmir è una regione formata principalmente dalla valle del Kashmir e le alte e mistiche montagne dell’Himalaya. Un luogo di mezzo, dove tre grandi Stati asiatici quali l’India, il Pakistan e la Cina ne rivendicano le vette ed i villaggi.Storicamente al tempo coloniale la regione era sotto dominio del il maharaja Hari Singh, di religione indù, nonostante la maggior parte della popolazione pastorale fosse musulmana. Fu proprio il Kashmir la miccia che accese la prima guerra fra le due superpotenze nell’ottobre del 1947 quando il principe indiano Hari Singh si unì alla neo-India e si concluse con la risoluzione n. 47 delle neo Nazioni Unite, che di fatto ha diviso il territorio fra i contendenti. Nonostante, infine, la risoluzione 122 dell’ONU, dove una Missione di Osservazione delle Nazioni Unite tra l’India e il Pakistan (UNIPOM) si mobilitava per supportare la UNMOGIP nella regione del Kashmir degli anni ‘60, la contesa ottenne più attori. Nel ‘62 infatti, la Cina occupò l’Aksai Chin, rivendicato dall’India. La Cina gioca la partita come alleato del Pakistan e nemico dell’India, con cui condivide un confine di 3.488 chilometri. Questa linea di demarcazione è spesso definita come la “Line of Actual Control” (LAC), molto labile.La teoria delle due nazioni ed il ruolo della religioneFin da prima dello smantellamento delle colonie inglesi nelle Indie Orientali, il territorio venne molto influenzato dalla “teoria delle due nazioni” promossa negli anni ‘30 dal leader del partito musulmano emergente, Muhammed Ali Jinnah, dove veniva postulato che gli indù ed i musulmani dovessero dividersi in due stati distinti. Già nel 1883 l’ideatore della teoria Sayyid Ahmad Khan aveva attestato che la convivenza pacifica dei due gruppi religiosi fosse impossibile.La teoria nacque come risposta alle tensioni tra la Lega Musulmana e il Congresso Nazionale Indiano, e si diffuse in modo significativo nel periodo che precedette la partizione dell’India. Secondo un articolo di Eurasia infatti con l’adozione del Congresso Nazionale del Vande Mataram come inno nazionale, aveva indignato il partito musulmano in quanto il canto si definiva fondato sull’odio dei mussulmani. La sottomissione dei territori indiani sotto un califfato d’Islam sunnita fiorì dal 1526 al 1707 nell’impero Moghul. L’impero era caratterizzato da periodi di convivenza pacifica e di discriminazioni religiose rispetto alle personali preferenze del califfo. Molti indiani, ciononostante, si convertirono principalmente alla religione mussulmana, come via libera dal sistema di caste, intrinseco della religione induista. Che succede oggi?Anche oggi quindi la religione ha una valenza importante. Torniamo così alla divisione di oggi, la linea di controllo tra i paesi di oggi è stata ottenuta dopo la seconda guerra del Kashmir nel 1977. Le tensioni sono riemerse nella regione del Kashmir dopo che nel 5 agosto 2019 il Kashmir amministrato dall’India ha perso la sua autonomia politica ed è stato declassato da Stato a tutti gli effetti a territorio governato dal governo federale. L’escalation tra India e Pakistan è iniziata il 22 aprile 2025 con un violento attacco terroristico a Pahalgam nel Kashmir indiano, dove sono stati uccisi 28 civili tra turisti e civili induisti. Da allora il Primo Ministro Narendra Modi ha dichiarato che avrebbe creato un nuovo Kashmir, “che non solo sarebbe stato libero dal terrorismo ma anche un paradiso per i turisti”. Nella giornata de 7 Maggio, l’India ha lanciato dei missili contro il Pakistan, in una operazione denominata “Operazione Sindoor”. Come riporta la BBC, il ministero della Difesa indiano ha dichiarato che gli attacchi fanno parte di un ‘impegno’ a ritenere “responsabili” i responsabili dell’attacco del 22 aprile a Pahalgam, nel Kashmir amministrato dall’India.Ma il Pakistan, che ha negato qualsiasi coinvolgimento nell’attacco, ha descritto gli attacchi come “non provocati” e il Primo Ministro Shehbaz Sharif ha affermato che “l’atroce atto di aggressione non rimarrà impunito”.Vediamo dunque oggi come questo conflitto persistente sta lentamente riprendendo piede tra due nazioni, che a parte la religione, hanno pari lingua e cultura. La contesa ha riacceso toni molto aspri e solo il domani potrà dirci come si concluderà il conflitto della regione, non economicamente troppo ricca, ma geopoliticamente essenziale.

Sebastiã0 Salgado: una vita per il Pianeta Terra

Di Agnese Bettucci

Venerdì 23 maggio 2025 “L’istituto Terra” ha annunciato la morte di uno dei più grandi fotoreporter del nostro tempo, Sebastião Salgado.

 Nato l’8 febbraio 1944, ad Aimorés, Brasile, si trasferisce a Parigi nel 1969 insieme alla compagna Lélia Deluiz Wanick, che diventerà pilastro e colosso per lo sviluppo della carriera fotografica di Sebastiao.

Conosciuti da giovanissimi, durante gli anni universitari, i due  fuggirono insieme dalla dittatura brasiliana e, approdati a Parigi, Sebastião  continuò gli studi di economia, mentre Lélia quelli di architettura. Un giorno memorabile, la ragazza, ormai diventata moglie del fotografo,  riportò a casa una macchina fotografica che diventerà la grande compagna di vita di Salgado. 

La prima foto di Salgado fu  un ritratto della moglie, ma il vero primo incontro con il mondo su pellicola avvenne in Africa, dove si era recato per conto della “International coffee organisation”.

 Dopo i numerosi viaggi in Africa accompagnato dalla sua macchina fotografica, Salgado capisce che la sua vocazione non era leggere grafici economici, ma fotografare ciò che lo circondava. 

 Così, insieme alla moglie Lélia, decide di abbandonare la sicurezza della carriera da economista  per tornare  a Parigi e costruirsi  un vero e proprio arsenale di attrezzatura fotografica. 

Prima di approdare definitivamente al fotoreportage, Salgado si dedica anche a foto sportive, servizi per matrimoni, ritratti e anche nudi. Grazie a Lélia, che proponeva le foto del marito ad agenzie e riviste, Salgado entra a far parte dell’agenzia Sygma, per poi, nel 1979,  entrare a far  parte della celebre Magnum Photos, dove ebbe l’opportunità di incontrare alcuni fra i più influenti fotografi del ‘900, tra cui Henri Cartier Bresson e Robert Capa

Fra gli anni settanta e novanta del Novecento cattura alcuni fra i più significativi eventi del secolo, fra cui la rivoluzione dei garofani  in Portogallo, la guerra coloniale in Angola e in Mozambico e l’attentato a Ronald Reagan.

Accanto però all’attività e ai viaggi di lavoro, Salgado si dedica ad un altro progetto fotografico che lo occuperà dal 1977 al 1984 e che chiamerà “Otras Americas”. Il fotoreportage, ideato e curato  insieme alla moglie, aveva il compito di ritrarre l’America latina profonda, il suo volto contadino e le sue popolazioni indigene. 

Nel 1994 Salgado lascia la Magnum per creare insieme alla moglie l’agenzia di stampa “Amazonas images”, e nel 1998 fondano insieme “L’Istituto Terra” , organizzazione dedicata a combattere la deforestazione in atto e a garantire  una biodiversità incontaminata. 

Durante gli ultimi anni della sua vita ha continuato a recarsi dagli ultimi e a dedicarsi al tema delle  migrazioni umane, del cambiamento climatico, della deforestazione e della difesa delle comunità aborigene. 

Nel 2013 Salgado ha dato il suo sostegno alla campagna di Survival International per salvare gli Awá del Brasile, la tribù più minacciata del mondo. 

Fra i vari reportage ricordiamo: “La mano dell’uomo”, raccolta di quattrocento pagine, realizzata in 26 paesi tra cui Ruanda, Bangladesh e Brasile, offrendo  una visione sul lavoro manuale e sui suoi effetti nella vita dei singoli individui. 

Migrations”, reportage pubblicato nel 2000, dopo sei anni di lavoro fra migranti e rifugiati di tutto il mondo, esplora e cattura le storie di persone comuni, la cui vita è stata stravolta e distrutta da guerre e conflitti. 

Gli ultimi reportage sono “Genesi” e “Amazônia”: “Genesi” è il risultato di otto anni di viaggi ai confini del mondo, volti a catturare la bellezza di ogni angolo del pianeta e  a lanciare un appello, ovvero preservare questa magnificenza e splendore minacciati dai danni sempre più irreversibili del cambiamento climatico; Amazônia invece è un ritorno alle radici del fotografo, che sceglie di documentare le vere interiora della foresta Amazzonica: attraverso i suoi scatti, Salgado mostra come gli unici protettori del polmone verde della terra siano le popolazioni aborigene, le uniche non solo in grado di proteggerla, ma di viverci assieme.

Ogni volta che ci si ritrova davanti a uno scatto di Sebastião Salgado è impossibile non riconoscere l’occhio e la mano dietro l’obiettivo. Se il bianco e nero è la prima caratteristica a risaltare nelle immagini del Fotografo, a mio parere, non è in realtà ciò che contraddistingue la cifra stilistica dell’artista. 

Il fotografo in una delle sue interviste ha affermato che “Non si fotografa con la propria macchina fotografica. Si fotografa con la propria cultura”.

 Ecco quindi qual è la firma del fotografo:  in ogni scatto è evidente l’influenza che la sua formazione in economia ha avuto, portandolo non solo a conoscere perfettamente il meccanismo del sistema produttivo mondiale, ma a prendere le difese di coloro che quel sistema se lo portano sulle spalle ricevendo in cambio solo miseria, esclusione e soprusi. Nelle varie pellicole notiamo anche l’influenza dell’infanzia in Brasile: Salgado stesso nel documentario “Il sale della terra”, di WimWenders, afferma che  nella maggior parte dei suoi scatti il soggetto è posto in controluce per ricreare quell’effetto luminoso del sole  abbagliante nell’entroterra brasiliano. Non a caso inoltre, la natura, che ha circondato tutta la prima parte della vita dell’artista, diventa il soggetto principale: Salgadoritrae la natura come  vera abitatrice primordiale del pianeta terra, facendo ritornare l’essere umano a una condizione di ospite che non può far altro che rispettare e preservare ciò che lo circonda.

 Ad oggi le foto di Sebastião Salgado sono il vero testamento dell’artista, e ci esorta a vedere il mondo senza paura, osservarlo nei suoi angoli più bui e tetri, senza commiserazione, ma con speranza: mettersi in moto perché si crede nel cambiamento, denunciare e riflettere per avere un futuro migliore, non solo per noi specie umana, ma per tutte le specie animali e vegetali che creano il meraviglioso ecosistema terra. 

Il messaggio che credo sia importante tramandare e continuare a mantenere vivo, è racchiuso in una frase di Salgado: “Non possiamo essere solo spettatori della distruzione. Dobbiamo essere agenti di cambiamento.”

L’ascesa silenziosa delle api

Di Francesca Insogna

Il 20 maggio si celebra la Giornata mondiale delle api, ufficializzata il 20 dicembre 2017 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Le api sono importanti impollinatori. Secondo Greenpeace Italia e api come le conosciamo oggi derivano da un insetto carnivoro che, nel periodo del Cretaceo, quando, con l’apparizione dei fiori, la loro dieta è cambiata. Il ruolo di impollinatore viene svolto dalle api come conseguenza della loro alimentazione. Le api, volando di fiore in fiore, trasferiscono polline e permettono la riproduzione delle piante, mentre ronzano tra i petali. In media, un’ape può visitare dai 1.000 ai 2.000 fiori al giorno: un record impressionante. Come riporta l’analisi degli impollinatori dell’IPBES (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services), circa il 75% delle coltivazioni alimentari del globo dipende dall’impollinazione operata dagli insetti, in particolare da api, farfalle e altri impollinatori selvatici. Tuttavia, la situazione era e rimane critica nel Nord del mondo. Tra queste coltivazioni alimenti per l’uomo, di cui la figura delle api rimane cruciale, abbiamo da frutti esotici come l’avocado, a prodotti quotidiani come mele e mandorle… e molti altri alimenti, per noi ormai scontati, che troviamo con facilità sugli scaffali. Ma attenzione: le api impollinano anche piante fondamentali per l’alimentazione del bestiame e di altri animali, come l’erba medica e il trifoglio. Di conseguenza, anche quando non sono direttamente coinvolte nella produzione dei cibi che arrivano nei nostri piatti, svolgono comunque un ruolo essenziale nella catena alimentare, contribuendo indirettamente a molti degli alimenti che consumiamo ogni giorno.Negli USA, le prime segnalazioni del declino delle api risalgono agli anni ‘90, ma è dal 2006 che il fenomeno è esploso, con milioni di api scomparse senza spiegazioni: nasceva il Colony Collapse Disorder. Questo avvenne perché, dal 2006 al 2007, migliaia di apicoltori statunitensi cominciarono a segnalare la misteriosa scomparsa delle api dalle arnie: le api adulte abbandonavano l’alveare senza lasciare tracce, lasciando indietro la regina, le larve e il miele. Il crollo arrivò fino al 90% in alcuni casi, suscitando una nuova crisi nel mondo scientifico. L’allarme non era stato generato da malattie note all’epoca e doveva dunque essere causato da fattori esterni. Eppure, la realtà era già stata svelata un biennio prima.Il vero e proprio collegamento tra pesticidi e declino delle api emerse già negli anni ’90, con studi focalizzati sull’uso di neonicotinoidi (una classe di pesticidi sistemici, derivati dalla nicotina) sviluppati negli anni ’80. Nel 2008, la European Food Safety Authority (EFSA) ha approfondito ulteriormente gli effetti dannosi di questi pesticidi: vengono assorbiti dalle piante, in particolare quando applicati sui semi, e si distribuiscono nei fiori, che sono poi visitati dalle api. Uno studio importante di K.M. Kegley, realizzato su richiesta della Pesticide Action Network, ha evidenziato che i neonicotinoidi non solo causano mortalità diretta nelle api, ma alterano anche il loro comportamento, compromettendo la capacità di foraggiarsi e di ritornare all’alveare. Parallelamente, un lavoro dell’Università di Göttingen in Germania ha dimostrato che i neonicotinoidi interferiscono con la capacità delle api di localizzare i fiori, riducendo così il loro contributo all’impollinazione. Tuttavia, nonostante queste evidenze scientifiche, l’Unione Europea ha iniziato a vietare i neonicotinoidi solo nel 2013, con un rafforzamento del divieto nel 2018, dopo oltre venti anni di ritardi, durante i quali milioni di api sono scomparse in Occidente.La scomparsa dal 2007 aveva generato una crescente preoccupazione generale. In America erano nati gli slogan: “se le api scompaiono, all’uomo restano 4 anni di vita”- ed ancora- “Le api da miele scompaiono, lasciando i coltivatori in pericolo”. In comunicazione, il sensazionalismo dei titoli tende ad avere un effetto duplice: da una parte possono distorcere la realtà, molto più complessa, dall’altra lasciano al lettore in uno stato emotivo ansioso ed allarmato. Eppure, è anche vero, che i contenuti più sensazionalistici tendono ad essere i più virali ed a subire una condivisione più ampia nel mondo delle telecomunicazioni, tanto da portare le api fino alla cima più alta del palazzo dell’Onu. Ma quindi vediamo di capire come, dal 2017 a oggi, la situazione delle api sia cambiata e, soprattutto, comprendere come mai in alcuni Paesi del mondo la situazione non sia la stessa. L’Asia ospita una grande biodiversità di api, del genere Apis (che include l’ape mellifera e altre specie selvatiche). Ciò è dovuto a caratteristiche ambientali ed ecologiche uniche della regione, tra cui la presenza di diversi ecosistemi, dalle foreste tropicali alle regioni montane, e al ruolo di rifugio evolutivo, dove la diversità genetica è stata protetta per milioni di anni, aumentando lo stock asiatico di api. Inoltre, la Cina è il primo produttore mondiale di miele e ospita il maggior numero di colonie di api. L’apicoltura nel continente è altamente supportata; la FAO segnala che oltre il 30-40% delle colonie di api del mondo si trova in Asia.Negli USA, dal 2007 al 2024, la popolazione di api è aumentata costantemente, stando ai dati del Dipartimento dell’Agricoltura, a seguito di una campagna di informazione. In Europa, invece nel 2018 il Parlamento europeo ha tentato di rafforzare la protezione delle api con una risoluzione (2017/2115, INI), ma con scarso impatto concreto. Sebbene fossero stati vietati insetticidi nocivi, i programmi nazionali hanno incontrato poca adesione, i piani finanziari sono stati poco esaustivi e le importazioni di miele dai Paesi extraeuropei hanno comportato un’applicazione minima della risoluzione. Il 9 luglio 2020, la Corte dei Conti ha cercato di sanare l’inefficienza con una Relazione speciale che richiede di includere gli impollinatori nella valutazione dei pesticidi e di obbligare gli Stati a rendicontare le misure adottate.Purtroppo, in Italia, stando all’Istituto Zooprofilattico di Venezia, in un sondaggio su 564 apicoltori sono state rilevate perdite di colonie pari al 63,4% a causa dell’inverno del 2023. Durante la primavera del 2024, il numero di colonie di api è diminuito del 43% rispetto alla primavera dell’anno precedente e, tra quelle ancora esistenti, circa un terzo si è presentato in condizioni di debolezza. Questo situazione impone agli apicoltori italiani un significativo impegno, sia in termini di tempo che di risorse economiche, per recuperare la quantità e la vitalità delle colonie.Oggi più che mai, ricordiamoci che salvare le api significa proteggere il nostro passato, il nostro presente… e soprattutto il nostro futuro. Ricordarci delle loro straordinarie proprietà, del loro ruolo insostituibile e del perché meritano tutta la nostra protezione.

“Il Seduttore”: la piaga dell’infantilismo

Di Chiara Pascucci

In questa rubrica abbiamo affrontato molto spesso i film della commedia all’italiana del Boom, con i suoi lati oscuri e le sue maschere esilaranti. Uno dei grandi protagonisti è senza dubbio Alberto Sordi, mattatore instancabile, in grado di interpretare ogni tipologia di difetto tipicamente italiano, con la capacità di tradurlo in maniera maniacale nei tempi comici.

In particolare, negli anni ‘50, quando ancora il boom economico non aveva pervaso completamente le narrazioni della commedia, possiamo fare riferimento ad una serie di ritratti umani e soprattutto maschili, accomunati dalla sua interpretazione. Un piccolo film, seppur discreto, lontano da quelli che saranno poi i suoi grandi capolavori, ci aiuta a comprendere come già la commedia avesse colto ed avesse delineato la sua nuova comicità tipicamente amara e sarcastica.

Parliamo de “Il Seduttore” 1954, con la regia di Franco Rossi, e la sceneggiatura di Leo Benvenuti, Ugo Guerra, Guido Leoni, Giorgio Prosperi, Raul Radice, Rodolfo Sonego e Rossi stesso.

Sordi interpreta il suo omonimo Alberto – caratteristica ricorrente nei suoi film, che ci testimonia l’attaccamento quasi camaleontico che intratteneva con i suoi personaggi- un giovane sposato, buono a nulla, ma soprattutto instancabile seduttore. Nella commedia, soprattutto nella sua scrittura, i titoli sono esplicativi e legati ad una concezione comica: essi, infatti, soprattutto quelli dei ritratti maschili di questo periodo, sono accomunati dall’articolo determinativo “Il” seguito da un sostantivo, che possa riassumere la figura del protagonista. Pensiamo a titoli come “Il Vigile” 1960, “Il Marito” 1958, “Il Vedovo”,1959. Il meccanismo comico si innesca nel momento in cui si comprende, quasi sùbito, come il protagonista sia in realtà completamente diverso da quella descrizione, e che quindi in un certo senso, ne scimmiotti le caratteristiche in maniera puramente comica.

Secondo questa teoria quindi, il nostro Alberto protagonista è tutto fuorché un seduttore.

Infatti, egli è convinto di possedere un fascino irresistibile fin dai titoli di testa del film, mentre elargisce consigli di conquista ad un suo amico più timido ed impacciato, spacciandosi per grande conoscitore del mondo femminile e vantandosi di conquiste che, come apprendiamo durante il corso del film, possiamo considerare fallimentari.

Nella vita di Alberto però la donna che rappresenta un punto fermo è assolutamente Giovanna, sua moglie, interpretata da una magnifica Lea Padovani. Alberto la tradisce saltuariamente, e lei, pur sapendo tutto, lo perdona sempre e ignora le sue scappatelle.

Uno degli aspetti interessanti della commedia risiede nell’ambivalenza che costituisce il nostro Alberto; come ogni protagonista del boom, in questo caso suo precursore, Alberto nella vita si rivela un vero e proprio inetto. Egli si appoggia sul lavoro della moglie e della madre di lei, che gestiscono un ristorante, mentre lui, anche nella dimensione lavorativa, risulta incapace. Nonostante le sue numerose scappatelle Alberto teme che Giovanna possa lasciarlo; questo diventa uno stratagemma tipico della commedia per poter raccontare l’ipocrisia del matrimonio borghese, considerato un vincolo di status più che una scelta personale. Ma in generale, “Il Seduttore” diventa il film dove emerge la necessità da parte della commedia, di criticare la figura maschile italiana del boom. 

Una delle caratteristiche principali di Alberto, ma anche di tutti quelli che verranno dopo di lui (pensiamo al Gassman de “Il Sorpasso”) è assolutamente l’infantilismo. Una vera e propria piaga che sembra colpire tutti i nostri protagonisti, e che la commedia riscontrava nella società del tempo. Gli uomini sembrano infatti essere talmente pervasi da questo nuovo vitalismo dettato dal benessere, da ridursi a comportamenti tipicamente infantili. Questo si percepisce anche nel rapporto coniugale: Giovanna, come tutte le donne del boom, si rivolge ad Alberto con un fare prettamente materno, ed è solo nei racconti, o nelle donne con le quali si rapporta che egli mentendo, cerca di riconquistare un’autorità maschile che però non gli appartiene. Tutto ciò deriva da una volontà di rinnovamento che non riesce mai effettivamente a staccarsi dalle tradizioni. Nella scena finale, nella quale le sue due amanti e la moglie vengono a scoprire tutte le sue bugie, egli è spaventato e finisce per scappare, perché incapace di prendersi la responsabilità delle proprie azioni.

La scena finale è assolutamente emblematica: Giovanna ha perdonato di nuovo Alberto, e ce lo racconta con un voice over, mentre la macchina da presa la mostra al mare su un lettino, intenta a prendere il sole; davanti a lei c’è Alberto, che sulla spiaggia, improvvisa una vera e propria danza di seduzione che lo rende ridicolo e grottesco. Egli non ha di certo perso il suo vizio, e cerca di conquistare le donne che gli passano accanto.

«Lo sorveglio. Eh eh, Alberto?! Ricominciamo?»

Esclama la moglie interiormente, guardandolo; ma quell’occhiata basta al nostro protagonista per tornare sulla retta via, come un bambino che è stato appena sgridato dalla madre per un comportamento sbagliato.

Ma è ormai su quella spiaggia che il nuovo italiano medio si mostra in tutta la sua vanità, con i suoi nuovi punti deboli, con i suoi nuovi difetti. La commedia stava tracciando la sua lunga strada di ritratti e maschere, che avrebbero regalato al nostro cinema una delle sue epoche più belle e stimolanti.

Il film è disponibile in streaming gratis su Rai Play.

I dazi tra economia e politica: dalla teoria al ritorno di Trump

di Francesca Insogna

Una bandiera a strisce bianche e rosse che sventola sullo sfondo di milioni di film: da Rocky a Il Padrino, da Taxi Driver a Il mago di Oz, fino ad arrivare a blockbuster moderni come Avatar e l’universo Marvel. Sono i colori di Captain America, il simbolo di un’industria cinematografica che ha plasmato l’immaginario collettivo globale. Ma ora, proprio da quella stessa America, arriva una scossa. Domenica 4 maggio, il presidente Donald Trump ha annunciato sui social la sua intenzione di introdurre una tassa del 100% sui film stranieri. Il motivo? “Salvare l’industria cinematografica statunitense da una morte rapida”, ha scritto. Negli ultimi anni, infatti, gli studios americani hanno sempre più spesso scelto di girare all’estero, attratti da incentivi fiscali e location esotiche. Ma con i nuovi dazi, persino Hollywood potrebbe vacillare. La storia dei dazi, però come sappiamo, non è iniziata il 4 Maggio, ma il mese prima, esattamente dal 2 Aprile, da Trump ribattezzato il “Liberation Day”. Il Neopresidente degli Stati Uniti giunge su un padio con ‘il Chart’, la grande Carta, la sua Carta, dove vengono elencati i dazi, che il suo gabinetto ha imposto. Trump sorride e scherza con il pubblico, mentre legge la lista dei peggiori trasgressori in ambito commerciale, a cui toccheranno guai d’ora in poi. Ma cosa sono esattamente questi strumenti di cui Trump si fa sempre più portavoce? Per comprenderlo, partiamo dalla definizione stessa di dazio.Nella definizione fornita dalla Treccani, il dazio è un’”imposta indiretta sui consumi che colpisce la circolazione dei beni. Si applica a prodotti che attraversano i confini tra Stati (dazio esterno). I dazi possono essere d’importazione, i più rilevanti in termini finanziari, e dazi d’esportazione. Nella maggior parte dei casi, il dazio è calcolato come una percentuale del valore della merce importata, e viene applicato al momento dell’ingresso nel territorio doganale del paese di destinazione.”Questi strumenti, una volta confinati ai confini fisici tra Stati, che in passato, per noi italiani, si stagliavano tra le cime degli alberi delle alpi italiana e quelle delle alpi francesi. Oggi si muovono in un panorama economico globale sempre più complesso, frammentato di attori economici globali, che operano su diversi ‘oceani’ di interessi. Alcuni Paesi si aggregano in grandi alleanze come l’Unione Europea, altri emergono come potenze inedite, come i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica). A questi si affiancano le nuove economie africane, le Tigri asiatiche, le nazioni del Golfo con le loro strategie energetiche, il Sud America (in fase di trasformazione) ed i buoni tre vicini, i cui rapporti commerciali hanno fatto molto parlare ultimamente: Messico, USA e Canada. Dal punto di vista economico, essi sono parte integrante della politica dei paesi proprio per la loro natura economica: l’applicazione su beni importati nel paese di destinazione va a delimitare la scelta dei prodotti a cui i consumatori locali possono accedere. Questo comporta una deviazione nei comportamenti di compravendita tra i consumatori del paese di destinazione e genera reazioni a catena anche nel paese di esportazione. Ecco perché le misure annunciate da Trump non sono semplici gesti simbolici, ma decisioni con profonde ricadute economiche.La tassa può colpire prodotti esteri con elasticità rigida, ossia beni essenziali o molto preferiti dai consumatori locali: in questo caso, il sovrapprezzo verrebbe assorbito dai consumatori, generando entrate per lo Stato. Al contrario, se i beni sono caratterizzati da un’elevata elasticità della domanda, anche una lieve variazione di prezzo potrebbe ridurre drasticamente le vendite, costringendo il produttore a compensare la perdita attraverso tagli ai costi in altre aree della produzione o distribuzione. Il dazio, infine, si applica in percentuale sul valore della merce (dazio ad valorem), oppure come importo fisso per unità (dazio specifico), o ancora come una combinazione dei due.Come rileva Petrucci (1995), in un modello a cambi fissi l’imposizione di un dazio ha effetti recessivi: riduce occupazione, produzione e consumo, poiché l’effetto di sostituzione (più tempo libero, meno lavoro) prevale su quello di reddito. Tuttavia, un possibile effetto positivo è l’aumento dello stock di moneta nazionale, dovuto alla riduzione delle importazioni e quindi dei flussi di valuta in uscita.A livello storico, abbiamo sempre fatto uso dei dazi in diversi momenti della nostra storia: tra Comuni, Stati e Imperi. Del resto, non si tratta di una novità neppure per gli Stati Uniti. Una storia già vista: USA contro GiapponeNegli anni ’90, una delle dispute commerciali più celebri riguardò proprio i dazi nel settore automobilistico. Al centro della contesa ci furono USA e Giappone. Nonostante, infatti, negli anni ’80 la Toyota producesse oltre 800 veicoli all’ora grazie a una rete di impianti altamente efficienti, l’economia giapponese conobbe un brusco rallentamento durante la cosiddetta “Lost Decade”, con una crescita media del PIL dell’1,3%.Nel 1995, però gli Stati Uniti minacciarono dazi fino al 100% su 13 modelli di auto di lusso giapponesi, accusando il Giappone di imporre barriere non tariffarie all’accesso di prodotti americani. All’epoca gli US portavano ancora avanti un liberalismo globale basato sul libero scambio e liberalizzazione commerciale. Il Giappone reagì portando il caso (DS6) al WTO, ma la controversia fu risolta in sede diplomatica, senza procedere alla sentenza. Da allora, le regole dell’OMC prevedono che ogni Paese stabilisca una aliquota massima vincolata (“bound rate”) per categoria merceologica, superabile solo in casi eccezionali.Quali furono i risultati di questa battaglia dei dazi? Il Giappone rimane uno dei maggiori produttori ed esportatori di automobili al mondo. Allo stesso tempo quelle stesse politiche economiche hanno cambiato l’industria di oggi degli americani, spingendo le case automobilistiche americane (Ford, GM, Chrysler) a reagire investendo in SUV e pick-up, molto grandi e per questo popolari tra i consumatori statunitensi. In un articolo del 2001 pubblicato su The World Economy, Saadia Pekkanen aveva definito la recente strategia commerciale del Giappone come un “legalismo aggressivo”. È possibile che altri Paesi oggi adottino la stessa linea contro le nuove tariffe statunitensi. Che succede oggi? La mossa di Donald Trump è stata ampliamente criticata. Molti stati a seguito di un crash di Wall Street alla fine del mese di aprile hanno denunciato il presidente, seguendo lo slancio della California. Ecco perché la nuova ondata protezionista lanciata nel 2025 ha scatenato reazioni senza precedenti.Se l’obiettivo che Trump aveva proclamato nel Liberation Day fosse stato davvero quello di tornare ad essere ricchi, vediamo allora che le ultime azioni degli USA hanno abbattuto anni di sviluppo nell’espansione di un liberalismo sempre più privatista e de-regolarizzato in politica estera. Ricordiamo però che, fino al 15 aprile 2025, il debito pubblico lordo degli Stati Uniti ha raggiunto i 36,22 trilioni di dollari, pari a circa il 124% del PIL. Di questi, 8,96 trilioni di dollari sono detenuti dal ‘pubblico’, ovvero i titoli del Tesoro sono in possesso di investitori esterni, ed il restante 7,26 trilioni di dollari è in mano a fondi fiduciari federali. Esperti finanziari, come Howard Marks di Oaktree Capital, avvertono che l’espansione del debito, combinata con politiche fiscali aggressive e guerre commerciali, potrebbe compromettere la fiducia degli investitori internazionali, invece che arricchire la nazione. Questo scenario potrebbe portare a un aumento dei tassi di interesse e a una maggiore difficoltà nel finanziare il debito futuro degli US.Ma con quale logica sono state stabilite queste nuove tariffe? Gli Stati Uniti hanno adottato una formula: i dazi sono stati calcolati sulla base della bilancia commerciale, ovvero la differenza tra import ed export che gli USA hanno con gli altri stati del mondo, divisa poi a metà. In altre parole: (disavanzo commerciale USA con il paese di riferimento) ÷ (importazioni USA da quel paese) ÷ 2 = tasso del dazio. Applicando questa formula alla Cambogia, si è ottenuto un dazio del 49%, uno dei più alti tra i paesi colpiti. Tra i paesi più colpiti, però, spiccano due giganti dell’economia globale, che non hanno tardato a reagire: la Cina e l’Unione Europea.Il 4 aprile 2025, la Cina ha presentato un reclamo formale presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), sostenendo che i dazi imposti dagli Stati Uniti violano le regole dell’OMC. L’imposizione di dazi statunitensi fino al 145% sulle importazioni cinesi avrà un impatto significativo sull’economia della Cina nel 2025. Questo reclamo ha dato avvio alla procedura di risoluzione delle controversie, che inizia con un periodo di consultazione di 60 giorni. Quali regole WTO sono state presumibilmente violate? In primis, la clausola della Nazione più favorita (MFN). Secondo questa regola, ogni membro del WTO deve applicare le stesse tariffe a tutti gli altri membri. I dazi “reciproci” degli Stati Uniti, che variano da paese a paese, infrangono questo principio di non discriminazione. Gli Stati Uniti, in aggiunta, hanno concordato limiti massimi (bound rates) per le tariffe su specifici prodotti. L’imposizione di dazi superiori a questi limiti, come quelli fino al 145% su beni cinesi, viola tali impegni.A casa, Germania e Italia sono i Paesi che verrebbero dalle stime più colpiti, rispettivamente per 34 e 14 miliardi di euro. Nel “Rapporto Catene di fornitura tra nuova globalizzazione e autonomia strategica” del Centro Studi Confindustria, i settori più penalizzati sarebbero i macchinari (3,43 miliardi), le automobili (2,55 miliardi) e la farmaceutica (1,58 miliardi), seguiti da agroalimentare (1,34 miliardi) e moda (1,16 miliardi). Ed da oggi anche i film. La formula trumpista di dazio semplifica eccessivamente le complesse dinamiche commerciali, ignorando fattori come la domanda dei consumatori e le catene di approvvigionamento globali.Questi dazi che effetto producono?La formula trumpista di dazio semplifica eccessivamente le complesse dinamiche commerciali, ignorando fattori come la domanda dei consumatori e le catene di approvvigionamento globali. Se le ritorsioni commerciali fanno aumentare i costi, chi ci guadagna è in primis lo Stato, e in secudins, come abbiamo dimostrato nel caso del Giappone, anche le aziende nazionali, se sono già avviate e politicamente sostenute.Ma come faranno ora le agenzie statunitensi a crescere, dopo aver deregolamentato e delocalizzato interamente la propria catena di produzione? Lo scopriranno molto presto — e forse, nel modo più duro.In un mondo sempre più interdipendente, il ritorno aggressivo dei dazi rischia di trasformare ogni decisione economica in un atto politico. E come dimostrano i numeri, il costo non ricade solo sui governi, ma su industrie e consumatori in ogni angolo del pianeta. Se Trump farà marcia indietro, non possiamo prevederlo; ciò che è certo, però, è che dopo anni di accordi bilaterali e promesse di un mercato davvero globale, quell’ideale ha sUna bandiera a strisce bianche e rosse che sventola sullo sfondo di milioni di film: da Rocky a Il Padrino, da Taxi Driver a Il mago di Oz, fino ad arrivare a blockbuster moderni come Avatar e l’universo Marvel. Sono i colori di Captain America, il simbolo di un’industria cinematografica che ha plasmato l’immaginario collettivo globale. Ma ora, proprio da quella stessa America, arriva una scossa. Domenica 4 maggio, il presidente Donald Trump ha annunciato sui social la sua intenzione di introdurre una tassa del 100% sui film stranieri. Il motivo? “Salvare l’industria cinematografica statunitense da una morte rapida”, ha scritto. Negli ultimi anni, infatti, gli studios americani hanno sempre più spesso scelto di girare all’estero, attratti da incentivi fiscali e location esotiche. Ma con i nuovi dazi, persino Hollywood potrebbe vacillare. La storia dei dazi, però come sappiamo, non è iniziata il 4 Maggio, ma il mese prima, esattamente dal 2 Aprile, da Trump ribattezzato il “Liberation Day”. Il Neopresidente degli Stati Uniti giunge su un padio con ‘il Chart’, la grande Carta, la sua Carta, dove vengono elencati i dazi, che il suo gabinetto ha imposto. Trump sorride e scherza con il pubblico, mentre legge la lista dei peggiori trasgressori in ambito commerciale, a cui toccheranno guai d’ora in poi. Ma cosa sono esattamente questi strumenti di cui Trump si fa sempre più portavoce? Per comprenderlo, partiamo dalla definizione stessa di dazio.Nella definizione fornita dalla Treccani, il dazio è un’”imposta indiretta sui consumi che colpisce la circolazione dei beni. Si applica a prodotti che attraversano i confini tra Stati (dazio esterno). I dazi possono essere d’importazione, i più rilevanti in termini finanziari, e dazi d’esportazione. Nella maggior parte dei casi, il dazio è calcolato come una percentuale del valore della merce importata, e viene applicato al momento dell’ingresso nel territorio doganale del paese di destinazione.”Questi strumenti, una volta confinati ai confini fisici tra Stati, che in passato, per noi italiani, si stagliavano tra le cime degli alberi delle alpi italiana e quelle delle alpi francesi. Oggi si muovono in un panorama economico globale sempre più complesso, frammentato di attori economici globali, che operano su diversi ‘oceani’ di interessi. Alcuni Paesi si aggregano in grandi alleanze come l’Unione Europea, altri emergono come potenze inedite, come i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica). A questi si affiancano le nuove economie africane, le Tigri asiatiche, le nazioni del Golfo con le loro strategie energetiche, il Sud America (in fase di trasformazione) ed i buoni tre vicini, i cui rapporti commerciali hanno fatto molto parlare ultimamente: Messico, USA e Canada. Dal punto di vista economico, essi sono parte integrante della politica dei paesi proprio per la loro natura economica: l’applicazione su beni importati nel paese di destinazione va a delimitare la scelta dei prodotti a cui i consumatori locali possono accedere. Questo comporta una deviazione nei comportamenti di compravendita tra i consumatori del paese di destinazione e genera reazioni a catena anche nel paese di esportazione. Ecco perché le misure annunciate da Trump non sono semplici gesti simbolici, ma decisioni con profonde ricadute economiche.La tassa può colpire prodotti esteri con elasticità rigida, ossia beni essenziali o molto preferiti dai consumatori locali: in questo caso, il sovrapprezzo verrebbe assorbito dai consumatori, generando entrate per lo Stato. Al contrario, se i beni sono caratterizzati da un’elevata elasticità della domanda, anche una lieve variazione di prezzo potrebbe ridurre drasticamente le vendite, costringendo il produttore a compensare la perdita attraverso tagli ai costi in altre aree della produzione o distribuzione. Il dazio, infine, si applica in percentuale sul valore della merce (dazio ad valorem), oppure come importo fisso per unità (dazio specifico), o ancora come una combinazione dei due.Come rileva Petrucci (1995), in un modello a cambi fissi l’imposizione di un dazio ha effetti recessivi: riduce occupazione, produzione e consumo, poiché l’effetto di sostituzione (più tempo libero, meno lavoro) prevale su quello di reddito. Tuttavia, un possibile effetto positivo è l’aumento dello stock di moneta nazionale, dovuto alla riduzione delle importazioni e quindi dei flussi di valuta in uscita.A livello storico, abbiamo sempre fatto uso dei dazi in diversi momenti della nostra storia: tra Comuni, Stati e Imperi. Del resto, non si tratta di una novità neppure per gli Stati Uniti. Una storia già vista: USA contro GiapponeNegli anni ’90, una delle dispute commerciali più celebri riguardò proprio i dazi nel settore automobilistico. Al centro della contesa ci furono USA e Giappone. Nonostante, infatti, negli anni ’80 la Toyota producesse oltre 800 veicoli all’ora grazie a una rete di impianti altamente efficienti, l’economia giapponese conobbe un brusco rallentamento durante la cosiddetta “Lost Decade”, con una crescita media del PIL dell’1,3%.Nel 1995, però gli Stati Uniti minacciarono dazi fino al 100% su 13 modelli di auto di lusso giapponesi, accusando il Giappone di imporre barriere non tariffarie all’accesso di prodotti americani. All’epoca gli US portavano ancora avanti un liberalismo globale basato sul libero scambio e liberalizzazione commerciale. Il Giappone reagì portando il caso (DS6) al WTO, ma la controversia fu risolta in sede diplomatica, senza procedere alla sentenza. Da allora, le regole dell’OMC prevedono che ogni Paese stabilisca una aliquota massima vincolata (“bound rate”) per categoria merceologica, superabile solo in casi eccezionali.Quali furono i risultati di questa battaglia dei dazi? Il Giappone rimane uno dei maggiori produttori ed esportatori di automobili al mondo. Allo stesso tempo quelle stesse politiche economiche hanno cambiato l’industria di oggi degli americani, spingendo le case automobilistiche americane (Ford, GM, Chrysler) a reagire investendo in SUV e pick-up, molto grandi e per questo popolari tra i consumatori statunitensi. In un articolo del 2001 pubblicato su The World Economy, Saadia Pekkanen aveva definito la recente strategia commerciale del Giappone come un “legalismo aggressivo”. È possibile che altri Paesi oggi adottino la stessa linea contro le nuove tariffe statunitensi. Che succede oggi? La mossa di Donald Trump è stata ampliamente criticata. Molti stati a seguito di un crash di Wall Street alla fine del mese di aprile hanno denunciato il presidente, seguendo lo slancio della California. Ecco perché la nuova ondata protezionista lanciata nel 2025 ha scatenato reazioni senza precedenti.Se l’obiettivo che Trump aveva proclamato nel Liberation Day fosse stato davvero quello di tornare ad essere ricchi, vediamo allora che le ultime azioni degli USA hanno abbattuto anni di sviluppo nell’espansione di un liberalismo sempre più privatista e de-regolarizzato in politica estera. Ricordiamo però che, fino al 15 aprile 2025, il debito pubblico lordo degli Stati Uniti ha raggiunto i 36,22 trilioni di dollari, pari a circa il 124% del PIL. Di questi, 8,96 trilioni di dollari sono detenuti dal ‘pubblico’, ovvero i titoli del Tesoro sono in possesso di investitori esterni, ed il restante 7,26 trilioni di dollari è in mano a fondi fiduciari federali. Esperti finanziari, come Howard Marks di Oaktree Capital, avvertono che l’espansione del debito, combinata con politiche fiscali aggressive e guerre commerciali, potrebbe compromettere la fiducia degli investitori internazionali, invece che arricchire la nazione. Questo scenario potrebbe portare a un aumento dei tassi di interesse e a una maggiore difficoltà nel finanziare il debito futuro degli US.Ma con quale logica sono state stabilite queste nuove tariffe? Gli Stati Uniti hanno adottato una formula: i dazi sono stati calcolati sulla base della bilancia commerciale, ovvero la differenza tra import ed export che gli USA hanno con gli altri stati del mondo, divisa poi a metà. In altre parole: (disavanzo commerciale USA con il paese di riferimento) ÷ (importazioni USA da quel paese) ÷ 2 = tasso del dazio. Applicando questa formula alla Cambogia, si è ottenuto un dazio del 49%, uno dei più alti tra i paesi colpiti. Tra i paesi più colpiti, però, spiccano due giganti dell’economia globale, che non hanno tardato a reagire: la Cina e l’Unione Europea.Il 4 aprile 2025, la Cina ha presentato un reclamo formale presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), sostenendo che i dazi imposti dagli Stati Uniti violano le regole dell’OMC. L’imposizione di dazi statunitensi fino al 145% sulle importazioni cinesi avrà un impatto significativo sull’economia della Cina nel 2025. Questo reclamo ha dato avvio alla procedura di risoluzione delle controversie, che inizia con un periodo di consultazione di 60 giorni. Quali regole WTO sono state presumibilmente violate? In primis, la clausola della Nazione più favorita (MFN). Secondo questa regola, ogni membro del WTO deve applicare le stesse tariffe a tutti gli altri membri. I dazi “reciproci” degli Stati Uniti, che variano da paese a paese, infrangono questo principio di non discriminazione. Gli Stati Uniti, in aggiunta, hanno concordato limiti massimi (bound rates) per le tariffe su specifici prodotti. L’imposizione di dazi superiori a questi limiti, come quelli fino al 145% su beni cinesi, viola tali impegni.A casa, Germania e Italia sono i Paesi che verrebbero dalle stime più colpiti, rispettivamente per 34 e 14 miliardi di euro. Nel “Rapporto Catene di fornitura tra nuova globalizzazione e autonomia strategica” del Centro Studi Confindustria, i settori più penalizzati sarebbero i macchinari (3,43 miliardi), le automobili (2,55 miliardi) e la farmaceutica (1,58 miliardi), seguiti da agroalimentare (1,34 miliardi) e moda (1,16 miliardi). Ed da oggi anche i film. La formula trumpista di dazio semplifica eccessivamente le complesse dinamiche commerciali, ignorando fattori come la domanda dei consumatori e le catene di approvvigionamento globali.Questi dazi che effetto producono?La formula trumpista di dazio semplifica eccessivamente le complesse dinamiche commerciali, ignorando fattori come la domanda dei consumatori e le catene di approvvigionamento globali. Se le ritorsioni commerciali fanno aumentare i costi, chi ci guadagna è in primis lo Stato, e in secudins, come abbiamo dimostrato nel caso del Giappone, anche le aziende nazionali, se sono già avviate e politicamente sostenute.Ma come faranno ora le agenzie statunitensi a crescere, dopo aver deregolamentato e delocalizzato interamente la propria catena di produzione? Lo scopriranno molto presto — e forse, nel modo più duro.In un mondo sempre più interdipendente, il ritorno aggressivo dei dazi rischia di trasformare ogni decisione economica in un atto politico. E come dimostrano i numeri, il costo non ricade solo sui governi, ma su industrie e consumatori in ogni angolo del pianeta. Se Trump farà marcia indietro, non possiamo prevederlo; ciò che è certo, però, è che dopo anni di accordi bilaterali e promesse di un mercato davvero globale, quell’ideale ha

Subito un colpo profondo

Come la fotografia di Lol Crawley racconta The Brutalist

Di Francesca Bordi

Nel film The Brutalist, diretto da Brady Corbet, la fotografia curata da Lol Crawley è parte integrante della narrazione. L’apparato cinematografico diventa lo strumento primario per riflettere i temi centrali dell’opera: la ricostruzione personale, l’alienazione, e il dialogo tra uomo e spazio architettonico.

Lol Crawley ha scelto di girare il film in VistaVision, un formato cinematografico sviluppato negli anni ’50 che prevede l’uso della pellicola 35mm in orientamento orizzontale. Questo approccio offre un’immagine più ampia e definita rispetto alla normale pellicola verticale, con un campo visivo maggiore e una distorsione ridotta. Crawley ha motivato questa scelta con l’esigenza di rappresentare l’architettura brutalista in modo fedele, catturando i dettagli strutturali con chiarezza e potenza visiva.

L’ampio campo visivo del VistaVision permette alle lenti di restituire paesaggi e architetture con una prospettiva naturale, senza necessità di lenti grandangolari estreme. In altri contesti, per ottenere risultati simili si utilizzano ottiche basculanti o inclinabili, spesso impiegate nella fotografia architettonica. Qui, invece, è il formato stesso a restituire la tridimensionalità senza artifici ottici.

Una scena particolarmente significativa è l’arrivo di László a New York, dove lo spettatore è colpito da una luce bianca e abbagliante. Questa luce avvolge il protagonista, come un’improvvisa illuminazione che lo stordisce, segnando il suo passaggio da un mondo familiare e tranquillo a un mondo nuovo e sovrastante. È come se fosse proiettato in un universo che lo sovrasta, con un’intensità che non può ancora comprendere completamente. La scena si chiude con un’inquadratura rovesciata della Statua della Libertà, simbolo ambiguo: rappresenta da un lato la speranza, dall’altro un disorientamento profondo. È un’immagine che restituisce visivamente lo stato emotivo confuso e vertiginoso del protagonista.

Un’altra scena chiave si svolge tra László e Van Buren. Crawley e Corbet hanno scelto di girare la scena nel momento successivo al tramonto, catturando il cielo in una luce sospesa. Anche se il contenuto del dialogo è ottimistico, la luce introduce un sottotesto inquietante, come a suggerire che le celebrazioni siano premature o illusorie. La fotografia così sovverte le aspettative, facendo emergere un senso di instabilità anche nei momenti apparentemente positivi.

La libertà concessa da Corbet ha permesso a Crawley di esplorare un’estetica fluida ma rigorosa, priva di storyboard fissi, ma sempre coerente con la tensione emotiva della narrazione. Il risultato è una fotografia che non solo accompagna il racconto, ma lo scolpisce visivamente, conferendo profondità a ogni scena.

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