Mese: Novembre 2023

Coltelli

È bella, su questo non ci piove.

Era bella anche un tempo, quando ancora non sapevate che la vita fosse difficile, fosse terrificante.

Ma adesso, gonfia e livida e fredda e sporca di terra e imbozzolata in quel vecchio completo scuro che non le era mai piaciuto, è bella da mozzare il fiato, più del sole che di giorno picchia sulla schiena, di un Luglio che non ne vuole sapere della tua disperazione, fredda e roca e vacua come pioggia di Dicembre.

Nelle tue mani, la pala è pesante, scivolosa di sudore; la getti a terra. Ormai ha fatto il suo lavoro. La fossa è troppo poco profonda: quando eri piccola, tua nonna ti disse che meno è profonda la fossa di un morto e più a lungo la sua anima resterà in terra a tormentare i suoi vivi rimasti. Non immaginavi che un giorno il pensiero ti avrebbe confortato. 

Salti giù nel buco con lei: è stretto e angusto e hai un raggio di luna in faccia, ma è di nuovo come essere accoccolate a letto insieme, leggere romanzi e bere troppo caffè e guardare reality show brutti perché la fanno ridere.

Non sta ridendo, adesso. L’hanno seppellita tutta corrucciata. Non ti sta giù, la cosa: aveva un sorriso bello abbastanza da spegnere il sole, e invece è morta con le labbra serrate e le sopracciglia aggrottate, fondotinta giallastro ad imbruttirle i lineamenti. È bella anche così, eh, sia chiaro. 

Ma è per questo che ti sei preparata. Apri la tua borsa: salviette struccanti, trucchi, il suo vestito preferito, bianco neve e giallo girasole, con i fiocchetti sulle spalle e i laccetti attorno alla vita che la facevano sentire una principessa. 

Il primo punto è il tuo coltello: con un clic, la lama spunta fuori, e di lì è un attimo a tagliare via tutto quel nero che la riveste e la ricopre, finché non è altro che brandelli, che sistemi come meglio puoi sotto la sua testa, e lei rimane nuda.

È bella esattamente come te la ricordavi, spalle forti e seno piccolo e cosce formose attorno al suo sesso, piccolo e decrepito. È glabra: prima che se ne andasse, le hai fatto compagnia in bagno mentre si depilava dappertutto, pronta a riprendersi, almeno, quest’ultima dignità.

Le hanno tagliato i capelli, ma non le avrebbero potuto far ricrescere i peli.

Adesso, però, hai un lavoro importantissimo.

Nelle tue mani, il coltello è leggero come una piuma, familiare: lasci che la punta le accarezzi le ginocchia ossute, le cosce, i fianchi sempre troppo snelli per i suoi gusti. La carne cede facilmente, ma non c’è sangue nella via della lama.

L’acciaio cerca la sua strada; con la mano destra, le prendi il membro e i testicoli insieme; delicatamente, li tieni ben tesi via dal suo corpo e lasci che il coltello passi nettamente tra inguine e base, affilato come il peccato. Ancora niente sangue. Lo chiudi in una bustina di plastica, pulisci bene la zona di liquidi o protuberanze in eccesso che non le sono mai servite e mai le serviranno.

Così si vedeva, allo specchio. È bellissima.

Vorresti metterle il vestito addosso adesso, ma non sei mai stata brava con trucchi e tinte, macchieresti il bianco: preferisci passare prima una lieve mano di fondotinta, un poco di arancione attorno al mento e bianco sotto gli occhi; rosso sulle guance e terra ambrata sotto gli zigomi; oro sulle palpebre, mascara, eyeliner; un lieve rosa sulle labbra, la matita giusto un poco fuori dal loro contorno naturale, e poi polvere luminosa sulle guance, sul naso.

Rieccola, finalmente, dopo averla tenuta nascosta tanto tempo in questa scatola sotto terra.

Con attenzione, le infili il vestito: la testa, piano, piano—non macchiare il cotone di fondotinta!—un braccio, poi un altro, dita che sfiorano sottili linee in rilievo nella pelle dei suoi polsi; ogni tocco è elettrico, questo corpo nudo che conosci così bene, che hai adorato e venerato e scopato tante volte, che ancora ti accende anche così, freddo e molle e vagamente viscido, floscio nelle tue braccia che bramano qualcosa da stringere.

No, adesso è meglio di no. Un’altra volta, magari.

Le sistemi la gonna del vestito attorno alle gambe, ma la lasci a piedi nudi: diceva sempre di voler essere seppellita a piedi nudi, a contatto con la natura. Ti arrampichi fuori dalla fossa e riprendi la pala, e adesso è più leggera nelle tue mani, mentre richiudi il buco e la ridai alla Terra per farne ciò che vuole.

Saresti soddisfatta, ma è quasi l’alba ormai, e il coltello, pesantissimo nella tasca dei tuoi jeans, dovrà rimanere inguainato per stanotte.

Domani, dovrai fare visita ai tuoi suoceri.

Recensione: C’è ancora domani di Paola Cortellesi (2023)

Introduzione

Dal 26 ottobre è disponibile nelle sale cinematografiche italiane C’è ancora domani, il debutto alla regia di Paola Cortellesi, già attrice, comica ed autrice. Il film, presentato alla diciottesima edizione della Festa del Cinema di Roma, ha raccolto consensi ed entusiasmo dalla sua prima proiezione: vincitore del Premio Speciale della Giuria, del Premio del Pubblico e della Menzione Speciale come Miglior Opera Prima, C’è ancora domani è una storia che, nella sua ordinarietà, riesce a raccontare la condizione femminile, di ieri e di oggi, in modo originale e sovversivo. Paola Cortellesi interpreta la protagonista Delia che è, per dirla con le parole della regista, “una di quelle donne che nessuno ha mai celebrato, come le nostre nonne e le nostre madri che facevano le casalinghe”; nel cast abbiamo poi: Valerio Mastandrea, nei panni di Ivano, marito violento e possessivo di Delia; Giorgio Colangeli, nel film il Sor Ottorino, padre di Ivano; Romana Maggiora Vergano, ovvero la figlia maggiore Marcella; Francesco Centorame, Giulio, promesso sposo di Marcella; Emanuela Fanelli, nel film Marisa, amica fidata di Delia; Vinicio Marchioni, infine, interprete del primo amore di Delia, Nino. La sceneggiatura è scritta a sei mani dalla stessa Paola Cortellesi, da Giulia Calenda e da Furio Andreotti, già collega della regista nei film Scusate se esisto! e Come un gatto in tangenziale. Infine, C’è ancora domani vede la collaborazione di Davide Leone per la fotografia e di Lele Marchitelli per le musiche.

Recensione

C’è ancora domani, ambientato nella Roma popolare del Secondo dopoguerra, racconta soltanto apparentemente una storia lontana dal nostro sentire “moderno”. La sensazione che ci restituisce il film è infatti di familiarità, una familiarità che non si limita agli echi delle storie di chi quel periodo storico lo ha vissuto sulla propria pelle: a chiunque sarà capitato di ascoltare le storie di nonne, zie o semplicemente conoscenti che, appunto, sono state ragazze durante gli anni della guerra e del dopoguerra. Sono per lo più racconti di precarietà e di violenza, dentro casa e fuori, che restituiscono alla nostra mente un’idea di progresso e miglioramento di quella che è la condizione femminile oggi. Eppure: Delia è costretta a vivere la sua quotidianità in funzione dei figli, del marito, del suocero; il suo ruolo di madre, moglie e donna sono più forti di qualsiasi possibile autodeterminazione, tale da renderla l’ingranaggio fondamentale del complesso meccanismo della vita domestica – un meccanismo creato proprio per far sì che le donne, tutte, facciano fatica a rendersi conto dell’importanza che rivestono e, qualora lo realizzino, non possano comunque emanciparsi senza sensi di colpa. Paola Cortellesi restituisce questo concetto in modo efficace: penso alla sequenza in cui Marcella dimentica la pentola con le patate a cuocere sui fornelli e Delia, prendendosi la colpa della distrazione della figlia, viene picchiata da Ivano, il quale davanti ai figli dice che “stasera ce tocca magnà pane e latte pe colpa de quella ritardata de vostra madre”; oppure, la sequenza del pranzo con la famiglia di Giulio, in cui Delia inciampa e rovescia un vassoio di pastarelle e Ivano, prima di picchiarla per la brutta figura fatta con i consuoceri, le dice “manco la serva sai fà”. Il concetto espresso è quello dello squilibrio di carico mentale, per cui si chiede alle donne di complicarsi la vita in virtù del benessere di qualcun altro. Nel dibattito attuale, la disparità di genere è spesso associata al dislivello di salario o, in generale, al raggiungimento degli stessi diritti; si tratta chiaramente di rivendicazioni sacrosante, ma la realtà celata dalle mura delle proprie case è che le energie degli uomini sono indirizzate al lavoro e alle loro passioni, mentre quelle delle donne defluiscono nell’accudimento degli affetti e nell’organizzazione della loro giornata. Se gli uomini rispondono ad un “perché”, le donne devono rispondere ad un “per chi”. Il dislivello di carico mentale è un argomento su cui il film ci invita ad essere più consapevoli, così da poterlo affrontare per quello che è, ovvero una condizione sociale modificabile con l’impegno collettivo. Altro tema su cui C’è ancora domani invita a riflettere è quello della violenza di genere che, nelle vicende di Delia, è evidente nell’abuso fisico, economico e psicologico che subisce principalmente da Ivano. Anche in questo caso, la sensazione di familiarità è legittimata da un ottimo lavoro di scrittura e regia: oggi, che si tratti di informazione o intrattenimento, la narrazione della violenza domestica ha spesso toni sensazionalistici e incuranti di quella che è effettivamente l’esperienza traumatica delle vittime; al contrario, il film racconta con grande delicatezza la storia di Delia. La violenza fisica è infatti lasciata intendere più che mostrata nella sua crudeltà: tornando all’esempio precedente, quando Delia si prende la colpa di aver bruciato la cena al posto di Marcella, la figlia è invitata ad uscire di casa; vediamo quindi Ivano chiudere le finestre e la ragazza sedersi in cortile accanto alle vicine di casa, in attesa che il padre finisca di sfogare la propria rabbia sulla madre. Oppure, si pensi alla sequenza in cui Ivano accusa Delia di aver fatto la “scivolosa” con i soldati americani, vero motivo per cui le avrebbero regalato della cioccolata; qui Valerio Mastandrea e Paola Cortellesi inscenano un ballo in cui i gesti violenti si mescolano ai passi di danza sulle note della cover di Nessuno, celebre successo di Mina, dei Musica Nuda. L’affinità tra Mastandrea e Cortellesi in questa sequenza è tale da restituire agli spettatori un’idea completa del rapporto tra i due personaggi: l’amore che un tempo univa Ivano e Delia adesso si è snaturato, diventando altro – un amalgama di possesso, rabbia, disprezzo. L’accondiscendenza di Delia è resa egregiamente: la donna ha spesso lo sguardo assente, l’espressione apatica, come se il dolore avesse annullato la capacità di sentire qualcosa, di provare emozioni. Le uniche persone con cui Delia riesce ad esprimersi liberamente, esterne al nucleo famigliare, sono Marisa e Nino: si pensi alla sequenza della sigaretta fumata fuori dal bar insieme a Marisa, dopo averle confidato che Marcella si sarebbe sposata, o alla scena in cui Delia mangia la cioccolata insieme a Nino, in cui il movimento di macchina circolare attorno ai due li mostra sorridere con i denti sporchi, innamorati. Particolare è invece il rapporto con i figli, in particolare con Marcella: quest’ultima non riesce a sostenere la madre perché non riesce a capire che la situazione in cui si trova non è una sua scelta volontaria; Marcella vorrebbe che Delia reagisse, che si ribellasse ai maltrattamenti del padre e che si facesse rispettare, non riuscendo però a considerare le implicazioni che ciò comporterebbe. L’apatia di Delia è resa in molti dei loro scambi, finché la donna non nota gli atteggiamenti violenti di Giulio nei confronti di Marcella. Questo momento sancisce un prima e un dopo del loro rapporto; Delia capisce la rabbia della figlia e proprio in virtù di questa decide di sabotarne il matrimonio e, nel finale, di lasciarle tutti i soldi messi da parte grazie ai lavoretti così da poter frequentare la scuola. Vuole un futuro diverso per Marcella e questo desiderio è il cuore pulsante di C’è ancora domani. Si dice che non esista amore più profondo di quello che un genitore prova per i propri figli, ed è vero; per tutto il film la questione della scelta tra monarchia e repubblica rimane sullo sfondo, che sia nelle scritte sui muri del quartiere o nelle chiacchiere mentre si stendono le lenzuola, non è mai centrale, ma lo diventa nel momento in cui Delia realizza che non può condannare Marcella alla sua stessa esistenza. Di qui la corsa esasperata al seggio elettorale, prima di Delia e poi di Marcella, che porta alla madre i documenti necessari a votare, accidentalmente lasciati a casa. Il gesto, oltre a sanare il rapporto tra le due, rappresenta il momento in cui la volontà di cambiare da personale, legata solo alla loro situazione familiare, diventa collettiva: la folla di gente che si è recata a votare è composta per la maggior parte da donne e, nel finale, vediamo tutti i personaggi femminili del film levarsi il rossetto per chiudere la scheda elettorale. Per il Referendum del 2 giugno risultarono votanti circa 13 milioni di donne e 12 milioni di uomini, pari a circa l’89% degli aventi diritto al voto dell’epoca. Quello che C’è ancora domani riporta è la prima grande occasione di partecipazione politica che determinò la proclamazione di un nuovo inizio per il Paese, quello della Repubblica Italiana; in un periodo storico in cui le libertà sembrano sempre più venire meno, Paola Cortellesi ci ricorda che, per dirla con le parole di Daniele Silvestri, che ha collaborato alla colonna sonora del film con la canzone A bocca chiusa, “partecipazione è certo libertà ma è pure resistenza”. Citando Gaber, laddove la partecipazione non c’è, le libertà sono solo apparenti – dunque bisogna lottare non solo per ottenerle ma anche e soprattutto per mantenerle. La storia di Delia e di Marcella trascende il tempo del film perché è attuale, familiare, vicina: per quanto la condizione femminile abbia raggiunto degli importanti traguardi, il lavoro da fare è ancora tantissimo e solo con l’impegno collettivo si può auspicare un cambiamento radicale. Come canta Silvestri nel finale: “Guarda quanta gente c’è che sa rispondere dopo di me a bocca chiusa”.

Recensione: Le Roman de Renard (Tradotto: Una volpe a corte) di Ladislas Starevitch (1937)

Sinossi: Nel regno degli animali, Renard la Volpe sfrutta la sua abilità di truffatore per ingannare gli altri abitanti. Il re Noble (un leone) riceve sempre più denunce sulla volpe furfante e ordina che sia arrestato e condotto in prigione. Tuttavia, non sarà un’azione facile poiché Renard cercherà con l’astuzia di togliersi dai guai.

Adattato dal classico della letteratura tedesca “Reineke Fuchs” scritto da Goethe nel 1794, il quale è ispirato a sua volta dal testo medievale “Le roman de Renard”, una raccolta di racconti medievali in lingua d’oil scritta tra il XII e il XIII secolo, il film è un capolavoro di tecnica e di attenzione ai dettagli. La fluidità delle animazioni e l’espressività dei personaggi realizzate a passo uno sono qui realizzate con una maestria quasi all’avanguardia.

Realizzato all’inizio degli anni ’30 da Ladislas Starevitch (Władysław Starewicz), animatore e regista russo, considerato uno dei padri del cinema russo e pioniere dell’animazione in stop motion, il film “Le roman de Renard” è il suo primo lungometraggio nonché il terzo film d’animazione della storia del cinema ad avere il sonoro subito dopo “Pelùdopolis” (1931) del regista argentino Quirino Cristiani e “Il nuovo Gulliver” (1935) di Aleksandr Ptusko.

La prima versione del film venne ultimata a Parigi nel 1930 dopo un periodo di lavorazione di 18 mesi. Tuttavia, non avendo il sonoro, la pellicola non venne distribuita nelle sale. Nel 1937 l’opera ricevette delle sovvenzioni dal partito nazista, permettendo così l’aggiunta di una traccia sonora, che però è stata de-ufficializzata. Ad oggi, infatti, l’unica versione disponibile in DVD è quella francese del 1941, con una nuova traccia audio risalente allo stesso anno.

Vienna tinta di azzurro di Francesca Romana Meschini

È una grande annata per l’azzurro Jannik Sinner. Dopo i trionfi al Miami Open di aprile e al China Open, terminato i primi di ottobre, Sinner vince a Vienna, per l’Erste Bank Open (Vienna Open), di categoria Atp 500. La finale, durata circa tre ore, ha visto Sinner battere il russo Daniil Medvedev, con un punteggio di 7-6 (7), 4-6, 6-3. Il torneo comincia lo scorso 25 ottobre a Vienna, e vede protagonisti più di un italiano. Sinner vince i sedicesimi di finale contro l’americano Ben Shelton, in soli due set, con un punteggio di 7-6, 7-5. Al turno successivo, un ottavo di finale tutto italiano: Sinner se la deve vedere con l’amico Lorenzo Sonego, vincendo in due set per 6-2, 6-4. È la quarta vittoria dell’altoatesino contro Sonego nel 2023. Sinner vince poi ai quarti di finale contro un altro statunitense, Frances Tiafoe (6-3, 6-4), per poi affrontare sia in semifinale che in finale atleti russi: prima Rublëv, in una semifinale che lo ha visto nervoso e polemico, e poi, appunto, Medvedev.
Il numero 4 del Ranking mondiale aggiunge un altro titolo alla sua carriera. Alla fine di tre set tiratissimi, con la vittoria numero 56, l’altoatesino supera per numero di vittorie in stagione il record di Corrado Barazzutti, stabilito nel 1978, con 55 incontri vinti. Sinner ha inoltre eguagliato il record italiano per i 10 trofei vinti, di Adriano Panatta, che ha parlato così alla Domenica sportiva: “spero che il prossimo torneo lo vinca già domani, così mi supera e non mi chiamate più.”                        

Per l’azzurro però i tornei non finiscono qui: è in corso, infatti, il Masters 1000 di Parigi, torneo che ha già destato più di una polemica. Jannik Sinner, infatti, si è trovato costretto ad abbandonare preventivamente la gara, per protesta, a causa della programmazione dei match. Sinner ha disputato la partita contro Mc Donald, terminata nella notte tra l’1 e il 2 novembre, vincendo grazie agli ultimi due set. La vittoria lo avrebbe portato poi a disputare gli ottavi di finale meno di 14 ore dopo, contro l’australiano de Minaur, gara che appunto, non è mai stata svolta per il ritiro del tennista italiano. La scelta di Sinner sottolinea l’importanza di una ripresa adeguata per gli atleti tra un match e l’altro, al fine di disputare le gare nel migliore dei modi. Paolo Bertolucci, ex tennista azzurro, si è espresso sulla questione: “Da membro fondatore dell’ATP trovo vergognoso che i giocatori lascino da solo un collega e non si espongano collettivamente contro lo scempio degli orari cui sono sottoposti” ha scritto sui suoi social.
I tornei di Sinner però continuano: siamo infatti in attesa delle ATP Finals di Torino che si svolgeranno dal 12 al 19 novembre, gran finale di una lunghissima stagione.

Donne e Motori di Sofia Cilli

Come è cambiato il ruolo della donna nel mondo del motorsport? Da oggetto del desiderio a protagoniste e parte integrante di un team. Le donne corrono lungo gli anni dei motori prima con i tacchi, poi con il casco.

In una gara automobilistica giapponese degli anni ’60 una pop star locale viene incaricata di promuovere prodotti e premiare il pilota. Si dà così il via a una grande tradizione motoristica: le ombrelline nel motorsport. Sebbene potrebbe sembrare una figura del tutto innocua e devota unicamente a una semplice pubblicizzazione, bisogna inquadrare il tema e inserirlo nel proprio periodo storico: la figura della donna nella fine degli anni ’90. Non bisogna viaggiare troppo con la fantasia per immaginare che in poco tempo le ombrelline, formalmente assistenti del pilota, vengono in realtà adottate per attrarre il pubblico, per lo più, almeno in quel tempo, di sesso maschile. Costellato da stereotipi, gli ultimi 20 anni sono stati iconici nel mondo dei motori: cotonature, minigonne e tacchi alti, fino a quando nel 2018, il mondo della formula 1 decide di voltare pagina e superare le barriere che fino ad allora avevano caratterizzato questo sport: su i motori, si chiudono gli ombrelli. 

Non solo ombrelline

E’ recente il ripescaggio mediatico di un video che risale al 1995: i due piloti Ferrari del tempo, Gerhard Berger e Jean Alesi, importunarono la giornalista che li intervistava, Claudia Peroni. Un’ulteriore immagine figlia di una cultura in cui la donna nel contesto motoristico era lì per piacere agli uomini. Oggi ci troviamo di fronte a uno scenario completamente diverso: la federazione del motorsport da spazio alla FIA Women Motorsport commission, dedita a trattare e favorire la posizione femminile nelle gare automobilistiche. In 72 anni di formula 1, sono solo 5 le donne a essersi guadagnate un ruolo nella monoposto, complice anche il GAP fisico che si va ad incontrare in termini di resistenza. Il 2018 è l’anno spartiacque: non solo la formula 1 allontana definitivamente le ombrelline, ma nasce finalmente la “W series”, un campionato automobilistico tutto femminile, volto principalmente a favorire le donne pilota, spingendo anche in una futura formula 1 che possa veder gareggiare anche le pilote.

CRISI CLIMATICA E REGGISENI CON PROTUBERANZE INCORPORATE: LA COMBO DI CUI NON SAPEVAMO DI AVERE BISOGNO.

Da pochi giorni l’imprenditrice americana Kim Kardashian ha fatto molto discutere. In uno spot sarcastico, insolito e pungente quanto basta, si è presentata dietro una scrivania con occhiali da vista e tuta modellante ponendo bene in vista la sua ultima invenzione: l’Utlimate Nipple Push up bra, un reggiseno con capezzoli incorporati facente parte della linea di lingerie e shapewear Skims. Al modico prezzo di sessanta euro si potrà fare uso del push-up con coppe talmente perfette che sembrerebbe quasi non averle. La domanda a questo punto è: perché ne dovremmo fare uso? Sotto lo spot sarcastico e apparentemente insensato si cela la volontà di sfidare tutte quelle donne che tendono a nascondere ciò che le rende tali, normalizzando qualcosa che sembrerebbe non avere la minima importanza, ma che in realtà non solo ce l’ha, ma ha che fare con un messaggio molto più profondo. Restituisce una inclusività a chi incluso, purtroppo, non si sentiva : “Ho appena lottato contro il tumore e perso il seno destro, quindi per me è geniale, non vedo l’ora di comprarne uno!” oppure “Le donne che hanno sofferto di tumori al seno e vogliono sentirsi meglio con se stesse apprezzeranno molto”. Ma non è tutto: avreste mai detto che un reggiseno avrebbe potuto agire contro il cambiamento climatico? “Non importa quanto faccia caldo, sembrerà sempre che tu abbia freddo. Alcuni giorni sono duri, ma questi capezzoli lo sono di più e, a differenza degli iceberg, non andranno da nessuna parte”. È così che Kim, con fare provocatorio, si addentra nel dramma del riscaldamento globale, decidendo di toccare uno dei tempi più spigolosi degli ultimi anni. A suo modo, cerca di sensibilizzare sull’argomento facendo in modo che se ne parli, anche se in una forma completamente nuova. Oltre a contribuire in questo senso, decide di farlo anche in concreto devolvendo il 10% dei proventi globali della vendita del prodotto ad associazioni che lottano contro il cambiamento climatico. “La temperatura della Terra sta diventando sempre più calda. Il livello del mare si sta alzando. Le lastre di ghiaccio si stanno riducendo e io non sono una scienziata, ma credo che ognuno possa usare le proprie capacità per fare la sua parte”. Quello che afferma sembrerebbe essere tutto vero: la crisi climatica esiste più che mai, ma quello di cui non siamo sicuri è in che modo il suo nuovo Ultimate Nipple Push up bra possa fare in modo di salvarci.

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