È bella, su questo non ci piove.
Era bella anche un tempo, quando ancora non sapevate che la vita fosse difficile, fosse terrificante.
Ma adesso, gonfia e livida e fredda e sporca di terra e imbozzolata in quel vecchio completo scuro che non le era mai piaciuto, è bella da mozzare il fiato, più del sole che di giorno picchia sulla schiena, di un Luglio che non ne vuole sapere della tua disperazione, fredda e roca e vacua come pioggia di Dicembre.
Nelle tue mani, la pala è pesante, scivolosa di sudore; la getti a terra. Ormai ha fatto il suo lavoro. La fossa è troppo poco profonda: quando eri piccola, tua nonna ti disse che meno è profonda la fossa di un morto e più a lungo la sua anima resterà in terra a tormentare i suoi vivi rimasti. Non immaginavi che un giorno il pensiero ti avrebbe confortato.
Salti giù nel buco con lei: è stretto e angusto e hai un raggio di luna in faccia, ma è di nuovo come essere accoccolate a letto insieme, leggere romanzi e bere troppo caffè e guardare reality show brutti perché la fanno ridere.
Non sta ridendo, adesso. L’hanno seppellita tutta corrucciata. Non ti sta giù, la cosa: aveva un sorriso bello abbastanza da spegnere il sole, e invece è morta con le labbra serrate e le sopracciglia aggrottate, fondotinta giallastro ad imbruttirle i lineamenti. È bella anche così, eh, sia chiaro.
Ma è per questo che ti sei preparata. Apri la tua borsa: salviette struccanti, trucchi, il suo vestito preferito, bianco neve e giallo girasole, con i fiocchetti sulle spalle e i laccetti attorno alla vita che la facevano sentire una principessa.
Il primo punto è il tuo coltello: con un clic, la lama spunta fuori, e di lì è un attimo a tagliare via tutto quel nero che la riveste e la ricopre, finché non è altro che brandelli, che sistemi come meglio puoi sotto la sua testa, e lei rimane nuda.
È bella esattamente come te la ricordavi, spalle forti e seno piccolo e cosce formose attorno al suo sesso, piccolo e decrepito. È glabra: prima che se ne andasse, le hai fatto compagnia in bagno mentre si depilava dappertutto, pronta a riprendersi, almeno, quest’ultima dignità.
Le hanno tagliato i capelli, ma non le avrebbero potuto far ricrescere i peli.
Adesso, però, hai un lavoro importantissimo.
Nelle tue mani, il coltello è leggero come una piuma, familiare: lasci che la punta le accarezzi le ginocchia ossute, le cosce, i fianchi sempre troppo snelli per i suoi gusti. La carne cede facilmente, ma non c’è sangue nella via della lama.
L’acciaio cerca la sua strada; con la mano destra, le prendi il membro e i testicoli insieme; delicatamente, li tieni ben tesi via dal suo corpo e lasci che il coltello passi nettamente tra inguine e base, affilato come il peccato. Ancora niente sangue. Lo chiudi in una bustina di plastica, pulisci bene la zona di liquidi o protuberanze in eccesso che non le sono mai servite e mai le serviranno.
Così si vedeva, allo specchio. È bellissima.
Vorresti metterle il vestito addosso adesso, ma non sei mai stata brava con trucchi e tinte, macchieresti il bianco: preferisci passare prima una lieve mano di fondotinta, un poco di arancione attorno al mento e bianco sotto gli occhi; rosso sulle guance e terra ambrata sotto gli zigomi; oro sulle palpebre, mascara, eyeliner; un lieve rosa sulle labbra, la matita giusto un poco fuori dal loro contorno naturale, e poi polvere luminosa sulle guance, sul naso.
Rieccola, finalmente, dopo averla tenuta nascosta tanto tempo in questa scatola sotto terra.
Con attenzione, le infili il vestito: la testa, piano, piano—non macchiare il cotone di fondotinta!—un braccio, poi un altro, dita che sfiorano sottili linee in rilievo nella pelle dei suoi polsi; ogni tocco è elettrico, questo corpo nudo che conosci così bene, che hai adorato e venerato e scopato tante volte, che ancora ti accende anche così, freddo e molle e vagamente viscido, floscio nelle tue braccia che bramano qualcosa da stringere.
No, adesso è meglio di no. Un’altra volta, magari.
Le sistemi la gonna del vestito attorno alle gambe, ma la lasci a piedi nudi: diceva sempre di voler essere seppellita a piedi nudi, a contatto con la natura. Ti arrampichi fuori dalla fossa e riprendi la pala, e adesso è più leggera nelle tue mani, mentre richiudi il buco e la ridai alla Terra per farne ciò che vuole.
Saresti soddisfatta, ma è quasi l’alba ormai, e il coltello, pesantissimo nella tasca dei tuoi jeans, dovrà rimanere inguainato per stanotte.
Domani, dovrai fare visita ai tuoi suoceri.