Mese: Gennaio 2025

Stanley Kubrick: il fotografo prima del cineasta

Di Chiara Pascucci

Non è sbagliato ritenere Stanley Kubrick uno dei più grandi registi del ‘900;Solitario, schivo, di poche parole e ritenuto da molti scontroso, con i suoi film ha contribuito ad alimentare il nostro immaginario collettivo.

Le sue opere rimangono ancora le più studiate in ambito cinematografico, e la critica pullula di teorie e cospirazioni sul loro presunto vero significato. Ma Kubrick non realizzò solo capolavori e film cult, fu soprattutto un grande uomo di cultura, seppur non in senso canonico, e riuscì a cogliere in profondità, analizzando con la precisione che lo caratterizzava, i nodi più profondi del suo secolo. Studente distratto e poco interessato, sviluppò da solo i propri interessi, spaziando tra arte, scienza, musica e soprattutto la fotografia.Perché prima di essere un regista, Kubrick fu anche un giovane fotografo di talento, e questa sua formazione fu fondamentale per affinare il suo personale sguardo per la macchina da presa. La passione gli fu trasmessa dal padre, e a diciassette anni, anno 1945, una delle sue fotografie che ritraeva un edicolante affranto per la morte di Roosevelt fu acquistata dalla rivista “Look”, che la inserì come foto finale per un servizio dedicato proprio al presidente.

Divenne immediatamente parte dello staff fotografico. Fu l’inizio del viaggio nell’America degli anni Cinquanta attraverso l’obiettivo. Kubrick è giovanissimo, ma già da questo suo primo lavoro è possibile scorgerne il genio; la foto infatti, immortala un attimo ben definito. Kubrick ha già dentro di sé la sensibilità nel cogliere all’interno di un quadro tutti gli elementi che lo rendono significativo; e nulla è preparato in precedenza, si limita a scattare al momento giusto, quando ogni parte dell’immagine riesce a comunicare l’una con l’altra, creando un racconto. Fa cinema senza saperlo, realizza delle vere e proprie inquadrature.

La rivista “Look” è libera, senza riserve, e questo gli permette di coltivare il proprio estro artistico.

Siamo nell’America degli anni Quaranta e Cinquanta, New York è ormai la sede artistica dell’arte moderna, e Kubrick si trova coinvolto in quello che viene ricordato come il movimento artistico de la “New York School”. Ne facevano parte fotografi come Lee Friedlander, Robert Frank, Diane Arbus, e in generale figli di emigrati ebrei la quale sopravvivenza dipendeva dal diffuso fotogiornalismo da tlaboit dell’epoca. Essi si avvicinarono alla cultura museale e quella di massa, con una street photography che ha reso celebri immagini dell’America del tempo. Uno dei grandi esponenti fu Arthur Felig, alias “Weege”, divenuto famoso per le sue foto con il flash di delitti e incidenti. Il suo stile influenzò molto il giovane Kubrick che si muoveva tra le strade di New York in cerca di qualcosa da raccontare. Il suo interesse risiedeva nei soggetti umani; molte delle sue foto ritraevano passanti intenti in attività quotidiane.

Kubrick fotografò studenti delle confraternite dell’Università del Michigan, sindacalisti e villaggi di pescatori in Portogallo. Molte di queste opere furono esposte in moltissimi musei d’Europa. Appassionato di musica, immortalò i musicisti di dixileand, e condusse uno studio sui poveri e i ricchi di Chicago. Inoltre, è bene ricordare una serie di “candid shot” che ritraevano bambini, showgirl, circensi nella metropolitana newyorchese.

Aveva bisogno di fotografie che catturassero la realtà e l’occhio dello spettatore. Ma non è tutto: celeberrime sono le foto di Kubrick che ritraevano personaggi famosi del tempo, come Montgomery Clift, Rocky Graziano ed Errol Garner; e la più famosa, quella che ritrae Frank Sinatra. L’artista viene ripreso dal basso, con il volto incorniciato dalle braccia di un uomo piegato su un tavolo. Kubrick gioca con le forme geometriche e la composizione visiva, ma non solo, anche con l’illuminazione che ha a disposizione. Ciò lo aiuta a ricreare effetti drammatici.

Inoltre usa la composizione visiva per ricreare effetti surreali.Anche quando approderà al cinema, Kubrick non dimenticherà mai la fotografia; essa è stata una scuola che l’ha portato ad indagare la profondità dell’immagine, quella in grado di riportare alla luce le fattezze, i misteri del proprio secolo. Una ricerca che durerà per tutta la vita del regista.

Rungano Nyoni:ascoltare il silenzio attraverso l’umorismo

Di Veronica Neulichedl

Rungano Nyoni, una regista dal dono raro; riesce a farci ridere quando in verità dovremmo solamente piangere. Attraverso il suo umorismo tagliente, la regista zambiana-gallese produce opere che mettono a nudo le contraddizioni della società, soprattutto legate alla condizione femminile. Con il cortometraggio Listen (2014) ed i film I Am Not a Witch (2017) e Becoming a Guinea Fowl (2024), Nyoni ci invita a riflettere sul silenzio imposto, l’ingiustizia sistemica e la forza legata alla resilienza femminile.

“Listen”: Quando Nessuno Vuole Sentire

Listen è il perfetto esempio di come Nyoni riesca a fondere la critica sociale con una narrazione potente. Ambientato in Danimarca, l’opera narra la vicenda di una donna musulmana che cerca disperatamente aiuto per sfuggire dal suo violento marito. Ma il vero antagonista non è dunque il marito bensì il sistema, che soffoca le sue grida sotto strati burocratici, pregiudizi ed incomprensioni culturali.La particolarità di Listen sta nel suo esperimento linguistico: la protagonista parla, ma il pubblico non è in grado di recepire il suo messaggio. Le sue parole sono volutamente lasciate senza traduzione, esattamente come lo sono per i funzionari che dovrebbero aiutarla. È un film che parla del silenzio attraverso il suono e dell’isolamento attraverso il linguaggio. Nyoni mostra qui il suo lato più rigido, rinunciando all’umorismo per lasciare spazio ad una riflessione urgente; sull’invisibilità delle donne nelle società moderne.

I Am Not a Witch”: Satira e Stereotipi Smantellati

Con il suo lungometraggio di debutto oggi presente sulla piattaforma MUBI, Nyoni abbandona il tono drammatico di Listen per abbracciare un umorismo nero provocatorio. Shula, una bambina accusata di stregoneria, confinata in un campo per streghe, diviene una metafora dell’oppressione femminile che si spinge oltre i confini geografici.Nyoni gioca con i paradossi; il campo abitato dalle streghe è un luogo di assurdità, dove le donne vengono sfruttate come attrazione turistica oppure messe al servizio del sistema. Shula diventa un simbolo di una società che crea prigioni sia mentali che fisiche per le donne, etichettandole e riducendole ad oggetti di paura e di scarso autocontrollo in quanto streghe. Gli uomini per “proteggersi” decidono di legare queste donne ad un nastro bianco, usando la superstizione come strumento di oppressione. Shula, diventa il centro di un sistema che la sfrutta sia economicamente che culturalmente, presentandola come la strega in grado di individuare il colpevole di un misfatto, riducendola ad uno strumento di guadagno. Nyoni ci costringe dunque a riflettere sulla radicata paura della società verso le donne libere, ribelli, che rifiutano di aderire a dei ruoli prescritti. Il nastro bianco di Shula è un potente simbolo dell’ imposizione mascherata da “scelta”; quanto della nostra idea di libertà è in realtà condizionato dalle aspettative sociali? I Am Not a Witch rappresenta un grido sottile e devastante contro ogni forma di costrizione culturale. Il nastro bianco diventa così un simbolo ambivalente: una sicurezza apparente che in realtà disumanizza e marginalizza i meno fortunati.

Becoming a Guinea Fowl”: Silenzio, Simbolismo e Resilienza

Proiettato al Festival del Cinema di Roma 2024, Becoming a Guinea Fowl, vede immergersi Nyoni un registro ancora più simbolico. Una donna ridotta al silenzio, viene rappresentata come un uccello: una metafora visiva che trasmette l’idea d’ invisibilità e disumanizzazione. Come in Listen, il tema del silenzio è ricorrente, ma qui diviene una rappresentazione visiva e fisica della prigionia femminile, vicina ad I Am Not A Witch.Nyoni smonta con chirurgica precisione i cliché del ritorno alle radici, trasformando il viaggio nella tradizione in un confronto brutale con il trauma collettivo. La protagonista nuovamente chiamatasi Shula, dopo la morte dello zio Fred, si ritrova costretta a confrontarsi con il peso delle dinamiche familiari oppressive. Lo zio è un uomo che, nonostante i suoi abusi, viene commemorato da una famiglia disposta a ignorare il suo male pur di mantenere un’apparente unità. Nyoni illumina con crudele chiarezza il modo in cui le tradizioni Bemba, siano state corrotte da valori patriarcali, trasformandosi in meccanismi di silenzio ed oppressione femminile. La regista usa nuovamente il silenzio come linguaggio del trauma, dove ogni pausa e sguardo suggeriscono le ferite nascoste di generazioni di donne, costrette a tacere per non disturbare l’ordine stabilito. Il lutto diviene così un’arena di conquista e sopraffazione patriarcale, costituita da uomini che dominano anche nei momenti più sacri. Il titolo stesso, On Becoming a Guinea Fowl, allude al desiderio di liberarsi dalla fragilità e dall’invisibilità imposte alle donne. Nyoni evita facili conclusioni, offrendo invece una rappresentazione lucida e senza compromessi di una cultura e di un sistema di valori che richiedono un profondo ripensamento.

Le Donne di Nyoni: Tra Silenzio e Ribellione

Nyoni all’interno delle sue opere, racconta delle donne che cercano di ribellarsi ad un sistema che le vuole mute. Che sia la donna musulmana di Listen oppure la giovane Shula di I Am Not a Witch, le sue protagoniste sono vittime di una cultura che le etichetta e le riduce al silenzio. Tuttavia, non sono mai esclusivamente vittime, ciò che rende il lavoro di Nyoni unico è la sua capacità di mostrare che le donne possono anche essere complici del sistema. La “Madame” di I Am Not a Witch, la traduttrice di Listen ed infine le donne più adulte in On Becoming a Guinea Fowl ci ricordano che l’oppressione non è sempre una questione di genere, bensì una questione di potere.

Un’Umorista della Crudezza

Ciò che distingue Nyoni è il suo uso magistrale dell’umorismo nero per trattare argomenti impegnativi, con lo scopo non solo di alleggerirli, ma soprattutto di amplificare l’impatto emotivo e critico delle sue storie. Le sue risate non sono mai gratuite, bensì un invito a guardare più a fondo, a vedere l’assurdità delle ingiustizie che quotidianamente accettiamo come regolari.Nyoni ha dichiarato che il suo lavoro è stato fortemente influenzato dalla sua eredità culturale zambiana e dalla sua esperienza di vita in Europa, iniziata all’età di nove anni, che la hanno portata a laurearsi alla Birmingham University e successivamente alla London University of Arts. Questa combinazione le permette di raccontare storie universali con una prospettiva unica, mettendo in luce le sfide di chi vive tra due mondi.

Una Voce Necessaria

Rungano Nyoni è una regista che non si limita a raccontare storie: ci sfida a cambiare prospettiva, a ridere di ciò che è scomodo ed a riflettere su ciò che è ingiusto. Con ogni film, ci invita a chiederci: cosa significa davvero ascoltare? E cosa perdiamo quando scegliamo di non farlo? In un panorama cinematografico che spesso soffoca le voci femminili, Nyoni si distingue come una forza innovatrice, capace di usare il cinema per smantellare i sistemi di potere, un frame alla volta.

Sacrificata sull’altare del vizio:la storia di Giselle Pellicot

Di Francesca Insogna & Rita Tagliata

Dopo la menopausa, le fitte rughe e la domanda su che cosa farsene della terza età, Gisèle Pelicot viveva la sua vita in un piccolo borgo della Francia del Sud, vicino alle lunghe distese di lavanda che profumano d’estate le vie poco trafficate. Si era trasferita dai dintorni di Parigi, dove aveva vissuto fino al 2013. La città più vicina a questo quadretto artistico è Avignone, dove il 16 dicembre è stata scritta una pagina importante della storia francese.

La triste vicenda di Gisèle Pelicot, infatti, potrebbe essere riassunta attraverso le parole di un’altra influente donna francese, Coco Chanel: “La vecchiaia non protegge dall’amore, ma l’amore in qualche misura protegge dalla vecchiaia.”A sessant’anni, la vita per una donna può portare con sé qualche acciacco: le donne anziane presentano una maggiore incidenza di limitazioni motorie e sensoriali rispetto agli uomini. Eppure, all’inizio, per Gisèle Pelicot la vecchiaia era caratterizzata da una vita tranquilla. Sposata dal 1973 con Dominique Pelicot, la coppia aveva avuto tre figli e diversi nipoti. Nel 2020, vivevano serenamente: lei con il coro e lui con la bicicletta, dopo anni trascorsi a lavorare nel settore elettrico. Tuttavia, Gisèle riferiva di soffrire di misteriosi problemi di salute di cui non comprendeva la causa. “Le telefonavamo, ma la maggior parte delle volte rispondeva Dominique. Ci diceva che Gisèle stava dormendo, anche in pieno giorno,” ha raccontato suo genero Pierre. “Ma sembrava plausibile, perché faceva così tanto [quando era con noi], soprattutto correndo dietro ai nipoti.” Gisèle sospettava di poter aver sviluppato l’Alzheimer: soffriva di strani vuoti di memoria, un’inspiegabile stanchezza e veniva accompagnata alle visite ospedaliere dal marito. Durante le visite ginecologiche, in particolare, le era stato comunicato di aver contratto malattie sessualmente trasmissibili. Alla diagnosi, il marito l’aveva accusata di infedeltà.La tragedia per Gisèle si è rivelata il 12 settembre 2020, quando Dominique Pelicot è stato sorpreso da una guardia di sicurezza mentre scattava foto con il proprio cellulare all’intimo di donne in un supermercato. Questo atto ha permesso alle forze dell’ordine di Carpentras di scoprire sul suo cellulare e successivamente in un hard drive circa 4.000 tra foto e video, meticolosamente conservati e catalogati. Si trattava di immagini di circa 200 stupri subiti dalla moglie nel corso di dieci anni, dal 2011 al 2020. Durante il processo, Gisèle ha raccontato di aver appreso la notizia con shock: “Mi è crollato il mondo addosso, cinquanta anni di vita.”

Dominique Pelicot, il burattinaio, aveva ricevuto una multa nel 2010 per essere stato sorpreso a scattare foto non consensuali sotto le gonne di alcune donne. Tuttavia, è dall’anno successivo che il suo amarissimo piano ha preso piede: Dominique ha creato un forum su Coco.fr, una piattaforma di chat online francese lanciata nel 2003, chiamato À son insu (senza che lei lo sappia), dove invitava uomini a partecipare agli abusi sulla moglie. Il perverso modus operandi era il seguente: Dominique somministrava alla moglie un potente ansiolitico e poi invitava gli uomini, i quali non potevano usare profumi, non dovevano odorare di sigaretta e dovevano scaldarsi le mani con acqua calda prima di toccarla. Il suo interesse? Osservare e filmare. Gisèle, all’epoca della scoperta, aveva 68 anni.

Il processo, iniziato il 2 settembre 2024, ha subito suscitato scalpore in tutta la Francia. Su richiesta di Gisèle Pelicot, il processo si è svolto pubblicamente. Diciotto degli imputati erano detenuti, mentre 32 partecipavano come uomini liberi, e uno era giudicato in contumacia. L’aula del tribunale è stata adattata per accogliere il gran numero di imputati e circa sessanta avvocati, con una sala separata per la trasmissione alla stampa e al pubblico. Alla fine del processo, Gisèle ha dichiarato: “Lo sto facendo in nome di tutte quelle donne che forse non saranno mai riconosciute come vittime,” riferendosi sia agli stupri sia alla sottomissione chimica, una nozione che lei e i suoi figli hanno portato in tribunale insieme agli avvocati.

È importante ricordare che, secondo l’Agenzia Nazionale Francese per la Sicurezza dei Medicinali (ANSM), l’uso di droghe per perpetrare aggressioni sessuali è aumentato negli ultimi 20 anni.Circa cinquanta uomini sono stati indagati nel processo, ma si stima che gli uomini coinvolti nel crimine di massa siano circa 80.

Chi erano questi uomini? La filosofa Hannah Arendt scrisse che atti di estrema crudeltà possono essere compiuti non da individui mostruosi, ma da persone ordinarie. Questo caso sembra confermare la sua tesi: tra i condannati, il settantaduenne Dominique era affiancato da uomini dai 25 ai 72 anni, tra cui giovani soldati, viticoltori, laureati, disoccupati, piastrellisti. Alcuni parteciparono una sola volta, altri più volte. Tutti, però, condivisero la stessa intenzione perversa.

Alla fine, le condanne hanno provocato indignazione: la maggior parte degli imputati ha ricevuto pene tra i 3 e i 15 anni. Solo una quindicina si è scusata con Gisèle. Ma il processo stando alla Pelicot aveva uno scopo, ovvero “La vergogna (su tali questioni) deve spostarsi dall’altra parte”; infatti sono proprio i rapporti tra uomini e donne che il processo ha tentato di sovvertire, ovvero rapporti per cui il lasciapassare di un marito sia ritenuto come un consenso valido per un atto sessuale.

Dominique Pelicot ha ricevuto una condanna a 20 anni di carcere, giudicati troppo pochi dal vice-procuratore Laure Chabaud. Durante il processo, Dominique ha confessato i suoi crimini, grazie alle prove inconfutabili ritrovate. Si è persino alzato per dichiarare: “Sono uno stupratore, lo sono come loro. Tutti loro conoscevano lo stato di mia moglie prima di venire. Mi pento di quello che ho fatto, chiedo perdono, anche se quello che ho fatto è imperdonabile.”

Vincente ma stanca, Gisèle ha espresso gratitudine per il supporto ricevuto e ha dedicato la sua lotta ai figli e ai nipoti, “il futuro,” come li ha chiamati. Un futuro che si spera più roseo, libero dalle dinamiche di violenza e sottomissione che lei ha vissuto. Come ha detto di sé stessa: “Una donna sacrificata sull’altare del vizio.”Ma se la vicenda di Gisèle Pelicot ha davvero sconvolto la Francia e infuocato le testate giornalistiche d’Oltralpe, in Italia ha a malapena bruciacchiato la coscienza della società. Pochi giornali italiani ne hanno parlato, e ancora meno sono state le voci che hanno sollevato una riflessione su questa ulteriore storia di abusi e stupri. Ancora più ignorata è stata l’importanza del risultato del processo. Mai, infatti, così tanti uomini sono stati condannati per stupro, un caso eccezionale in un panorama in cui, troppo spesso, gli stupratori non vengono puniti o le vittime non sono credute.Per inquadrare meglio il significato di questa sentenza, viene naturale un paragone con una vicenda che l’Italia intera conosce bene: lo stupro subito dall’attrice Franca Rame. Un episodio avvenuto in un periodo di tensioni sociali e politiche, negli anni della Democrazia Cristiana, del governo Andreotti, delle bombe e della Strategia della Tensione. Franca Rame, insieme al marito Dario Fo, era un simbolo dell’arte come denuncia, impegnata con passione nel movimento femminista e in battaglie di sinistra. La sua voce e quella del Collettivo Teatrale “La Comune” erano scomode e incisive.Il 9 marzo 1973, a Milano, Franca venne rapita in pieno centro da cinque uomini con passamontagna, caricata su un furgone, e sottoposta a ore di violenze brutali. Solo nel 1987 si scoprì che i responsabili erano cinque neofascisti milanesi, agendo su ordine dei Carabinieri della Divisione Pastrengo. Un atto politico, punitivo, orchestrato nei minimi dettagli. Eppure, il caso di Franca Rame non ha mai ottenuto giustizia. Il reato andò in prescrizione e i colpevoli rimasero impuniti. Come se non fosse successo nulla, nonostante sul corpo e nell’anima della vittima fossero rimasti segni indelebili, un solco di circa ventuno centimetri che le segnava la pelle fra i seni.I colpevoli sono rimasti impuniti, lasciando che tutta la sporcizia, la vergogna e l’umiliazione, obiettivi di quel gesto punitivo, rimanessero intrappolate dentro Franca Rame. Anni dopo, questa sofferenza emerge con forza nella sua voce attraverso il monologo “Lo Stupro”, in cui condanna apertamente quella violenza. Solo molto più tardi, però, troverà il coraggio di rivelare che la vittima di cui parlava era proprio lei. La vergogna che ha sofferto Franca Rame è la stessa vergogna che Gisèle Pelicot ha cercato di rimandare ai suoi carnefici.La storia di Franca Rame si intreccia con quella di Gisèle Pelicot per una ragione fondamentale: la vergogna. Per anni Franca ha taciuto la sua identità di vittima, oppressa da una vergogna che non avrebbe mai dovuto appartenerle. È la stessa vergogna che Gisèle ha voluto rispedire ai suoi carnefici, rendendo il risultato del suo processo una vittoria storica. Per la prima volta, la società ha riconosciuto che la vergogna dello stupro appartiene solo a chi lo commette: agli abusatori.

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