Di Francesca Insogna & Rita Tagliata
Dopo la menopausa, le fitte rughe e la domanda su che cosa farsene della terza età, Gisèle Pelicot viveva la sua vita in un piccolo borgo della Francia del Sud, vicino alle lunghe distese di lavanda che profumano d’estate le vie poco trafficate. Si era trasferita dai dintorni di Parigi, dove aveva vissuto fino al 2013. La città più vicina a questo quadretto artistico è Avignone, dove il 16 dicembre è stata scritta una pagina importante della storia francese.
La triste vicenda di Gisèle Pelicot, infatti, potrebbe essere riassunta attraverso le parole di un’altra influente donna francese, Coco Chanel: “La vecchiaia non protegge dall’amore, ma l’amore in qualche misura protegge dalla vecchiaia.”A sessant’anni, la vita per una donna può portare con sé qualche acciacco: le donne anziane presentano una maggiore incidenza di limitazioni motorie e sensoriali rispetto agli uomini. Eppure, all’inizio, per Gisèle Pelicot la vecchiaia era caratterizzata da una vita tranquilla. Sposata dal 1973 con Dominique Pelicot, la coppia aveva avuto tre figli e diversi nipoti. Nel 2020, vivevano serenamente: lei con il coro e lui con la bicicletta, dopo anni trascorsi a lavorare nel settore elettrico. Tuttavia, Gisèle riferiva di soffrire di misteriosi problemi di salute di cui non comprendeva la causa. “Le telefonavamo, ma la maggior parte delle volte rispondeva Dominique. Ci diceva che Gisèle stava dormendo, anche in pieno giorno,” ha raccontato suo genero Pierre. “Ma sembrava plausibile, perché faceva così tanto [quando era con noi], soprattutto correndo dietro ai nipoti.” Gisèle sospettava di poter aver sviluppato l’Alzheimer: soffriva di strani vuoti di memoria, un’inspiegabile stanchezza e veniva accompagnata alle visite ospedaliere dal marito. Durante le visite ginecologiche, in particolare, le era stato comunicato di aver contratto malattie sessualmente trasmissibili. Alla diagnosi, il marito l’aveva accusata di infedeltà.La tragedia per Gisèle si è rivelata il 12 settembre 2020, quando Dominique Pelicot è stato sorpreso da una guardia di sicurezza mentre scattava foto con il proprio cellulare all’intimo di donne in un supermercato. Questo atto ha permesso alle forze dell’ordine di Carpentras di scoprire sul suo cellulare e successivamente in un hard drive circa 4.000 tra foto e video, meticolosamente conservati e catalogati. Si trattava di immagini di circa 200 stupri subiti dalla moglie nel corso di dieci anni, dal 2011 al 2020. Durante il processo, Gisèle ha raccontato di aver appreso la notizia con shock: “Mi è crollato il mondo addosso, cinquanta anni di vita.”
Dominique Pelicot, il burattinaio, aveva ricevuto una multa nel 2010 per essere stato sorpreso a scattare foto non consensuali sotto le gonne di alcune donne. Tuttavia, è dall’anno successivo che il suo amarissimo piano ha preso piede: Dominique ha creato un forum su Coco.fr, una piattaforma di chat online francese lanciata nel 2003, chiamato À son insu (senza che lei lo sappia), dove invitava uomini a partecipare agli abusi sulla moglie. Il perverso modus operandi era il seguente: Dominique somministrava alla moglie un potente ansiolitico e poi invitava gli uomini, i quali non potevano usare profumi, non dovevano odorare di sigaretta e dovevano scaldarsi le mani con acqua calda prima di toccarla. Il suo interesse? Osservare e filmare. Gisèle, all’epoca della scoperta, aveva 68 anni.
Il processo, iniziato il 2 settembre 2024, ha subito suscitato scalpore in tutta la Francia. Su richiesta di Gisèle Pelicot, il processo si è svolto pubblicamente. Diciotto degli imputati erano detenuti, mentre 32 partecipavano come uomini liberi, e uno era giudicato in contumacia. L’aula del tribunale è stata adattata per accogliere il gran numero di imputati e circa sessanta avvocati, con una sala separata per la trasmissione alla stampa e al pubblico. Alla fine del processo, Gisèle ha dichiarato: “Lo sto facendo in nome di tutte quelle donne che forse non saranno mai riconosciute come vittime,” riferendosi sia agli stupri sia alla sottomissione chimica, una nozione che lei e i suoi figli hanno portato in tribunale insieme agli avvocati.
È importante ricordare che, secondo l’Agenzia Nazionale Francese per la Sicurezza dei Medicinali (ANSM), l’uso di droghe per perpetrare aggressioni sessuali è aumentato negli ultimi 20 anni.Circa cinquanta uomini sono stati indagati nel processo, ma si stima che gli uomini coinvolti nel crimine di massa siano circa 80.
Chi erano questi uomini? La filosofa Hannah Arendt scrisse che atti di estrema crudeltà possono essere compiuti non da individui mostruosi, ma da persone ordinarie. Questo caso sembra confermare la sua tesi: tra i condannati, il settantaduenne Dominique era affiancato da uomini dai 25 ai 72 anni, tra cui giovani soldati, viticoltori, laureati, disoccupati, piastrellisti. Alcuni parteciparono una sola volta, altri più volte. Tutti, però, condivisero la stessa intenzione perversa.
Alla fine, le condanne hanno provocato indignazione: la maggior parte degli imputati ha ricevuto pene tra i 3 e i 15 anni. Solo una quindicina si è scusata con Gisèle. Ma il processo stando alla Pelicot aveva uno scopo, ovvero “La vergogna (su tali questioni) deve spostarsi dall’altra parte”; infatti sono proprio i rapporti tra uomini e donne che il processo ha tentato di sovvertire, ovvero rapporti per cui il lasciapassare di un marito sia ritenuto come un consenso valido per un atto sessuale.
Dominique Pelicot ha ricevuto una condanna a 20 anni di carcere, giudicati troppo pochi dal vice-procuratore Laure Chabaud. Durante il processo, Dominique ha confessato i suoi crimini, grazie alle prove inconfutabili ritrovate. Si è persino alzato per dichiarare: “Sono uno stupratore, lo sono come loro. Tutti loro conoscevano lo stato di mia moglie prima di venire. Mi pento di quello che ho fatto, chiedo perdono, anche se quello che ho fatto è imperdonabile.”
Vincente ma stanca, Gisèle ha espresso gratitudine per il supporto ricevuto e ha dedicato la sua lotta ai figli e ai nipoti, “il futuro,” come li ha chiamati. Un futuro che si spera più roseo, libero dalle dinamiche di violenza e sottomissione che lei ha vissuto. Come ha detto di sé stessa: “Una donna sacrificata sull’altare del vizio.”Ma se la vicenda di Gisèle Pelicot ha davvero sconvolto la Francia e infuocato le testate giornalistiche d’Oltralpe, in Italia ha a malapena bruciacchiato la coscienza della società. Pochi giornali italiani ne hanno parlato, e ancora meno sono state le voci che hanno sollevato una riflessione su questa ulteriore storia di abusi e stupri. Ancora più ignorata è stata l’importanza del risultato del processo. Mai, infatti, così tanti uomini sono stati condannati per stupro, un caso eccezionale in un panorama in cui, troppo spesso, gli stupratori non vengono puniti o le vittime non sono credute.Per inquadrare meglio il significato di questa sentenza, viene naturale un paragone con una vicenda che l’Italia intera conosce bene: lo stupro subito dall’attrice Franca Rame. Un episodio avvenuto in un periodo di tensioni sociali e politiche, negli anni della Democrazia Cristiana, del governo Andreotti, delle bombe e della Strategia della Tensione. Franca Rame, insieme al marito Dario Fo, era un simbolo dell’arte come denuncia, impegnata con passione nel movimento femminista e in battaglie di sinistra. La sua voce e quella del Collettivo Teatrale “La Comune” erano scomode e incisive.Il 9 marzo 1973, a Milano, Franca venne rapita in pieno centro da cinque uomini con passamontagna, caricata su un furgone, e sottoposta a ore di violenze brutali. Solo nel 1987 si scoprì che i responsabili erano cinque neofascisti milanesi, agendo su ordine dei Carabinieri della Divisione Pastrengo. Un atto politico, punitivo, orchestrato nei minimi dettagli. Eppure, il caso di Franca Rame non ha mai ottenuto giustizia. Il reato andò in prescrizione e i colpevoli rimasero impuniti. Come se non fosse successo nulla, nonostante sul corpo e nell’anima della vittima fossero rimasti segni indelebili, un solco di circa ventuno centimetri che le segnava la pelle fra i seni.I colpevoli sono rimasti impuniti, lasciando che tutta la sporcizia, la vergogna e l’umiliazione, obiettivi di quel gesto punitivo, rimanessero intrappolate dentro Franca Rame. Anni dopo, questa sofferenza emerge con forza nella sua voce attraverso il monologo “Lo Stupro”, in cui condanna apertamente quella violenza. Solo molto più tardi, però, troverà il coraggio di rivelare che la vittima di cui parlava era proprio lei. La vergogna che ha sofferto Franca Rame è la stessa vergogna che Gisèle Pelicot ha cercato di rimandare ai suoi carnefici.La storia di Franca Rame si intreccia con quella di Gisèle Pelicot per una ragione fondamentale: la vergogna. Per anni Franca ha taciuto la sua identità di vittima, oppressa da una vergogna che non avrebbe mai dovuto appartenerle. È la stessa vergogna che Gisèle ha voluto rispedire ai suoi carnefici, rendendo il risultato del suo processo una vittoria storica. Per la prima volta, la società ha riconosciuto che la vergogna dello stupro appartiene solo a chi lo commette: agli abusatori.