Mese: Dicembre 2025

Omaggio a Ornella Vanoni, voce che ha attraversato il tempo

Tra teatro, canzone d’autore e spazio pubblico, un omaggio condiviso in memoria di una grande artista pilastro della nostra storia

di M.Chiara Della Camera

Ci sono voci che non appartengono solo a chi le emette, ma a chi le ha ascoltate nel tempo. La voce di Ornella Vanoni è una di queste: una presenza che ha attraversato decenni di storia culturale italiana senza mai diventare prevedibile. Non perché immutabile, ma perché capace di restare fedele a un’idea precisa di espressione, di verità, di esposizione.
La sua formazione nasce nel teatro, al Piccolo Teatro di Milano, sotto la guida di Giorgio Strehler. È lì che la parola diventa centro, che la voce impara a farsi racconto prima ancora che melodia. Le Canzoni della mala, con cui Vanoni si afferma all’inizio degli anni Sessanta, portano nella musica italiana una dimensione narrativa nuova: storie di margine, atmosfere cupe, personaggi evocati più che descritti. Il canto è essenziale, controllato, quasi recitato. Non c’è ricerca dell’effetto, ma dell’intenzione.
Nel corso degli anni, Ornella Vanoni attraversa generi e linguaggi con grande libertà. Dalla canzone d’autore alle contaminazioni internazionali, dal pop sofisticato alle interpretazioni più intime, la sua carriera si costruisce come un percorso coerente e allo stesso tempo aperto. La sua voce, segnata, imperfetta, lontana dai canoni della perfezione tecnica diventa uno strumento espressivo proprio perché non nasconde le fratture, ma le espone. In un panorama musicale spesso dominato dall’esibizione, Vanoni ha continuato a difendere l’idea dell’interpretazione come atto di verità emotiva.
Negli ultimi anni, la sua presenza pubblica ha assunto un valore che va oltre la musica. Ornella Vanoni ha parlato apertamente del tempo che passa, della stanchezza, della fragilità, rifiutando la retorica dell’eterna giovinezza. Con ironia e lucidità, ha messo in discussione il modo in cui lo spettacolo gestisce l’invecchiamento, soprattutto quando riguarda le figure femminili. Questa esposizione senza filtri non è solo una scelta personale, ma un gesto culturale: rendere visibile ciò che solitamente viene rimosso.
È anche per questo che Vanoni continua a essere una figura centrale nel discorso pubblico. Le sue interviste, spesso rilanciate sui media e sui social, mostrano una libertà di parola rara, lontana dalla costruzione di un personaggio rassicurante. La sua voce non funziona come semplice nostalgia, ma come memoria attiva: un archivio emotivo che continua a dialogare con il presente e con le generazioni più giovani.
Questo omaggio non vuole essere un bilancio definitivo, ma il riconoscimento di una traiettoria. Una voce che ha attraversato il Novecento e il nuovo millennio trasformando il tempo in materia espressiva. Quando un percorso artistico riesce a diventare spazio condiviso, smette di appartenere solo a chi lo ha costruito e diventa patrimonio culturale. Ed è in questo passaggio, dalla biografia alla memoria,che si colloca il senso più profondo dell’eredità di Ornella Vanoni.

Fonti e riferimenti

Enciclopedia Treccani, voce Ornella Vanoni
Rai Cultura, archivio programmi e interviste
Piccolo Teatro di Milano, materiali storici sulla collaborazione con Giorgio Strehler
G. Borgna, Storia della canzone italiana, Mondadori
F. Fabbri, La canzone italiana, Il Mulino
Articoli e interviste su La Repubblica, Corriere della Sera, Rolling Stone Italia

Una famiglia perfetta: cercasi parenti per Natale.

Di Filippo Ciriaci

Cosa si è disposti a fare pur di non sentirsi soli? 

Paolo Genovese dirige quella che all’apparenza sembra essere una grande famiglia durante la Vigilia di Natale. La realtà è ben diversa e più amara: un uomo di mezz’età si ritrova, come ogni anno, nella sua solitudine, senza nessuno da invitare durante le festività natalizie e da un po’ di tempo ha deciso di affittare una compagnia di attori per fargli interpretare la famiglia che non ha mai avuto. L’uomo in questione è interpretato da Sergio Castellitto, descritto già dal nome come un uomo ricco e potente:Leone. Dietro questa potenza però si nasconde un lato fragile: la volontà e allo stesso tempo l’impossibilità di avere una famiglia normale. Quindi a mali estremi, estremi rimedi: almeno durante il Natale, si inventa di avere una moglie, quattro figli, un fratello, una cognata e una madre.

Il tema che viene trattato è molto veritiero: quante persone nella vita reale si ritrovano a passare le feste da soli perché hanno perso i genitori, i fratelli e i figli? In questo caso, addirittura, troviamo un uomo talmente disperato da “affittare” delle persone pur di non stare da solo. 

È sicuramente un film con molta ironia, dove si ride, ci si diverte, ma sono anche presenti dei momenti meno brillanti e più malinconici. L’atmosfera del Natale è sempre presente e si riconosce da subito, a partire dai titoli di testa, per poi passare alle decorazioni, la tombola, il cenone fino ad arrivare alla messa di mezzanotte. Da qui il film prende una piega meno comica, ma che senz’altro riserva degli imprevisti che, insieme alla comicità grottesca di Marco Giallini e il cinismo di Sergio Castellitto, sono i pezzi forti del film.

Consiglio di vederlo, è un film sicuramente particolare ma per tutti. Non si tratta della solita commedia natalizia o di un cinepanettone, anzi. È un remake, ispirato al film Familia del 1996, diretto da Fernando León de Aranoa. Mentre il remake firmato da Genovese è, seppur amara, una commedia, il film originale assume un tono più thriller.

Una famiglia perfetta è del 2012. Il cast è formato sia da attori già affermati all’epoca, come Sergio Castellitto, Marco Giallini, Claudia Gerini, Ilaria Occhini, Eugenia Costantini, sia da altri che si affacciano al cinema proprio in quel periodo, come Eugenio Franceschini, Lorenzo Zurzolo e Giacomo Nasta.

Sono presenti anche come “guest star”: Francesca Neri, Sergio Fiorentini, Maurizio Mattioli e Paolo Calabresi.

Il film è disponibile gratuitamente in streaming su Mediaset Infinity.

Res- I parte

di Carolina Maccione

I ricordi possono essere ingannevoli. Spesso, quando si inizia a crescere si ha la percezione di avere delle memorie che non ci appartengono davvero. Questo avviene perché l’uomo, per natura, si nutre di racconti e, in fin dei conti, raccontare una storia fittizia crea l’illusione per chi l’ascolta, di sentirla davvero, all’interno di sé e fuori. Quando si ama un racconto non lo si ascolta o legge e basta, ma lo si vive… e questo succede anche quando i genitori, o comunque degli adulti, raccontano a un bambino un ricordo di lui da molto piccolo… un qualcosa che il giovane non può ricordare ma che può assaporare fino a credere di rammentarlo davvero.

Questa è la più bella illusione dell’uomo o meglio, del bambino e benché Res non fosse del tutto una creatura con bocca, occhi, naso, sangue o ossa, questa piccola illusione la viveva anche lui, in un modo unicamente suo. Anche lui aveva sentito tanti racconti nel corso della sua vita fino a quel momento.

Erano storie d’amore e di appartenenza, di desiderio e di famiglia, di ambizioni, dolore e speranza, e le aveva tutte sentite nel giro di più o meno un mese… erano storie meravigliose e soprattutto diverse da quelle che aveva sentito da sei anni a quella parte. Ma per fortuna, la vita spesso ci insegna che per poter avere dei bei ricordi prima dobbiamo viverle determinate cose. Res era stato consegnato da Roberto Belli a casa di Lucia Rossetti alle ore 18:18 del 15 maggio 2003. E, alle 18:25, Res aveva varcato per la prima volta la porta della sua nuova camera.

Poco dopo un uomo dal sorriso dolce e lo sguardo perso, che poi avrebbe scoperto chiamarsi Davide, lo aveva montato e aveva verificato che funzionasse… cosa di cui, il giovane lampadario a forma di delfino, non era mai stato sicuro. Perché, subito dopo essere stato creato, era finito tra le grinfie di Roberto Belli, il collezionista senza scrupoli. Roberto non aveva mai dato valore al piccolo delfino. Ma, involontariamente, gli aveva dato dignità, chiamandolo sempre con una vecchia parola latina che significava tutto e non significava niente. Solo Res, un qualcosa che preso singolarmente non ha quasi nulla da dire, ma messo in un determinato contesto è l’intero vocabolario. Ora l’aveva capito anche lui cosa significasse e, l’aveva sentito per davvero sulla pelle. Res per anni, o almeno da quando aveva memoria, era rimasto chiuso a chiave nel ripostiglio del vecchio e burbero collezionista, che entrava lì dentro solo per piazzarci altri oggetti che non riteneva abbastanza belli, ma troppo unici per lasciarli ad altri.

Poi era arrivato quel benedettissimo sfratto e il vecchio era stato costretto a vendere alcuni dei suoi pezzi da collezione ed era avvenuto lì il miracolo; Res aveva trovato Lucia e Davide e aveva scoperto la sua funzione ed ora si sentiva ‘‘L’intero vocabolario’’ per quella stanza dalle pareti lilla. Allora ancora non lo sapeva, ma da lì a breve il suo mondo sarebbe cambiato di nuovo… perché avrebbe finalmente scoperto che esistono cose molto più importanti dell’avere una funzione.

Una riflessione critica sul caso “Cicalone” e sulla giustizia fai-da-te

Di Giulia Falasca

Negli ultimi giorni è diventato virale un video in cui il noto youtuber Simone Ruzzi, aka Cicalone, è stato aggredito da un gruppo di borseggiatori alla fermata della metro Ottaviano, a Roma.

I messaggi di supporto al creator non sono arrivati solo dai suoi iscritti, ma anche da vari esponenti politici, da Emilio Borrelli (AVS) a Matteo Salvini (Lega). Non è la prima volta che le vicende di Cicalone irrompono nel quadro politico, i suoi video, da un certo momento in poi, sono diventati veri e propri manifesti. Basti pensare a uno dei nuovi provvedimenti del ddl Sicurezza che prevede un inasprimento delle pene per chi commette reati “a bordo treno o nelle aree interne delle stazioni ferroviarie e delle relative aree adiacenti” (Il Foglio, 13 settembre 2024) ed è stato battezzato da moltissime testate giornalistiche “norma Cicalone”. Ma che tipo di video fa Cicalone? E siamo sicuri che questo legame con la politica sia sano e privo di pericoli? Simone Ruzzi inizia ad acquisire un discreto seguito su YouTube con il format “Quartieri criminali”, in cui mostrava il degrado di varie zone di Roma.

Da marzo 2023 il cavallo di battaglia del canale diventa un altro: la documentazione dei borseggi sulle metro. Ma Simone non si ferma alla mera documentazione. Lo youtuber, accompagnato da alcuni pugili professionisti come lui, individua, segue e cerca di portare i presunti ladri alle forze dell’ordine. I metodi che utilizza sono di tipo coercitivo: a volte si tratta di inseguimenti e intimidazioni ma spesso lo youtuber arriva a fare uso della forza fisica. Tale modalità “documentaristica” (se così si può chiamare) è il punto cruciale della questione, che ha portato l’opinione pubblica a dividersi tra chi sostiene che Cicalone e il suo gruppo non facciano altro che squadrismo, a maggior ragione considerando che non hanno alcun ruolo istituzionale, e c’è chi invece vede in lui una sorta di giustiziere, che interviene laddove lo Stato è assente.

Dal momento in cui in questo dibattito entrano in gioco concetti come quello di Stato, diritto e istituzioni è bene fare chiarezza sulla legittimazione formale delle modalità coercitive di Simone Ruzzi. Pietra miliare dello Stato è il contratto sociale. Questo patto prevede innanzitutto la rinuncia dell’uso della forza da parte di ogni cittadino, rendendo lo Stato l’unico detentore di tale potere. In tal modo, arriviamo a due conseguenze positive: la coercizione viene legittimata al solo scopo di tutelare i diritti dei cittadini e di salvaguardare la pace sociale, e in secondo luogo l’utilizzo della forza non è più libero e incontrollato, bensì regolato dal diritto. Venire meno al patto sociale significa tornare alla giustizia privata, al caos totale. In contrasto con tutto ciò, i rappresentanti del nostro Stato legittimano il modus operandi di Cicalone: non solo non viene mosso alcun provvedimento legale laddove lo youtuber, filmando tutto, mostra l’uso della spada individuale, ma addirittura vengono giustificati ed elogiati, sui social e nei vari salotti televisivi, i suddetti interventi. Il consenso politico del metodo fai-da-te di Simone Ruzzi è talmente forte che diversi dei suoi video sui borseggi sono stati girati con la collaborazione diretta dei politici stessi, come il generale Vannacci (Lega) e la deputata Marianna Ricciardi (M5S). Insomma, una dimostrazione di totale approvazione da parte delle istituzioni. Come ho accennato poco fa, molto spesso la faccenda “Cicalone” è stata affrontata in diversi talk show; in una puntata dell’Aria che tira, puntata del 3 luglio 2024 reperibile sul sito di La7, Vittorio Sgarbi dice «Quello che ho sentito, il modo di stoppare, di prendere, di allontanare, è semplicemente difendere. Il cittadino ha il dovere che lo stato lo difenda, e quelli che fanno lo stato, sono lo stato anche loro perché difendono. Quindi questa funzione di supplenza è il modo con cui persone come il Cicalone contribuiscono a fare quello che lo Stato dovrebbe fare, darci una condizione di garanzia di vita». Nella stessa puntata la deputata Marianna Ricciardi, a testimonianza di ciò a cui ha assistito con Simone Ruzzi, afferma «Credo che il lavoro di Cicalone e del suo gruppo, di denuncia di quello che accade nella metropolitana e nelle situazioni di degrado, sia fondamentale», discorso che continua con una critica rivolta all’insufficiente presenza delle forze dell’ordine. In entrambi i casi, così come per quanto riguarda la collaborazione video tra i politici e Cicalone, i nostri rappresentati politici, coloro i quali rappresentano massimamente l’apparato statale, riconoscono un problema i cui responsabili sono loro, le istituzioni, ma ritengono giustificato l’intervento dei cittadini laddove lo Stato, quindi loro, fallisce. Una situazione paradossale, in cui quindi lo Stato si delegittima riaffidando la spada individuale ai cittadini. Simone Ruzzi è un cittadino qualunque, e questo lo sappiamo tutti: lo sa Sgarbi, lo sa Vannacci, lo sa Ricciardi, ma soprattutto lo sanno i suoi iscritti e chi ascolta le varie disquisizioni in tv. Ciò vuol dire che se Simone Ruzzi è giustificato a utilizzare la violenza allora, laddove riteniamo esserci delle ingiustizie, lo siamo tutti: è ciò che, consapevolmente o meno, ci sta dicendo lo Stato. Un ritorno allo stato di natura, in cui la violenza non è controllata, e in cui l’unica guida è la morale, dunque i giudizi personali e soggettivi: se fai qualcosa che non mi sta bene, anche se credi di stare nel giusto, sono autorizzato a utilizzare la forza.Il punto più importante della questione, dal mio punto di vista, è quello che ho affrontato finora: la legittimazione della giustizia privata. Ora, vorrei concludere quest’articolo affrontando un altro aspetto del fenomeno “Cicalone”: l’aiuto concreto che lo youtuber dà alla città di Roma. Ho trovato online una riflessione molto calzante in merito, che riporterò a breve. L’autore del discorso muove delle riflessioni critiche nei confronti di Vittorio Brumotti, inviato di Striscia la Notizia, il cui scopo dei suoi servizi e le modalità “documentaristiche” sono simili a quelle di Cicalone. Infatti, Vittorio Brumotti tenta di ridurre il mercato della droga facendo il giro delle piazze più coinvolte, come Quarticciolo e Tor Bella Monaca, e l’obiettivo è quello di individuare gli spacciatori, denunciarli, e fargli buttare le dosi. Il parallelismo tra Simone Ruzzi e Vittorio Brumotti è chiaro e abbastanza lampante: due cittadini comuni che vogliono fare “giustizia” laddove le istituzioni sono manchevoli. Sia lo spaccio che i furti, in particolare quelli sulle metro, nella maggior parte dei casi non sono fenomeni isolati e indipendenti, ma parti di organizzazioni molto più grandi, i cui criminali che sia Brumotti che Cicalone individuano non sono altro che ingranaggi di una grande macchina. Fatte queste premesse riporto alcuni stralci della riflessione a cui ho accennato poco fa. La critica viene mossa in seguito a un aggressione di alcuni spacciatori ai danni di Brumotti, esattamente ciò che è successo recentemente a Cicalone: «In questo servizio si fanno vedere certi problemi, ma non c’è la volontà di capire perché ci sono questi problemi (Riferimento a un servizio di Brumotti girato a Rozzano) […] lui a Rozzano evidenzia la presenza di ragazzini, perciò gente con meno di 18 anni, anche con meno di 16 in alcuni casi, che stanno lì sulla piazza a vendere sostanza come fosse un evento eccezionale […] qual è il problema? (mostra l’intervista di un ragazzo che spacciava e che spiega il suo complicato contesto familiare) ragazzini abbandonati a loro stessi, ragazzini con i genitori problematici, ragazzini senza soldi, ragazzini in situazioni drammatiche: affidamenti, carceri minorile, vita di strada e persone che si impegnano anche ad aiutarli: associazioni, altri cittadini eccetera. Ma il problema non è il ragazzino che stava lì con tantissime dosi di sostanza, il problema è che quando fermo un ragazzino che ha questa sostanza non è che inseguendolo con la bicicletta, facendolo scappare, facendogli buttare la sostanza per aria ho risolto il problema. […] Alla fine del servizio i ragazzini non è che si sono pentiti o si sono spaventati […] questo perché non hai risolto nulla, cioè così facendo, prendendo non l’ultima ruota del carro, l’ultimo ragazzino della piazza [..] dietro c’è un organizzazione molto più grande […] non devi correre dietro ai piccoli spacciatori, dovresti parlare con i piccoli spacciatori per capire qual è il problema che fa sì che ci siano tante nuove leve all’interno dello spaccio perché se uno parlasse con sti ragazzini […] emergono tutta una serie di problemi che se non fossero presenti in origine sicuramente il fenomeno potrebbe essere arginato, cioè il fenomeno di gente che viene presa da ragazzino, messa in mezzo alla strada e da lì diventano venditori, diventano criminali, e pian piano nel tempo entreranno in quel meccanismo perfetto che è la criminalità. […] Bisogna intervenire a livello sociale, non a livello di Batman e Robin in bicicletta. […] Non esiste “Brumotti è stato menato”, esiste: qua succede questo, qua succede quello, cosa possono fare le istituzioni?». Il discorso integrale lo trovate sul canale YouTube di Cicalone, datato 24 aprile 2021.

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