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Cowboy Carter: non è solo una questione di colore

«Beyoncé is going country» scrivono sui social i fan, increduli, dopo l’annuncio del suo ultimo progetto Cowboy Carter: la beniamina della musica americana si è addentrata in un genere a lei estraneo, e apparentemente distante dalle sue radici culturali. È la stessa cantante a mettere a tacere qualsiasi polemica o dubbio del web con una banale dichiarazione: «This ain’t a County album. This is a “Beyoncé album”». L’album è la seconda uscita di un progetto in tre atti (dopo Renaissance, che nel 2022 ha rivendicato il clubbing come elemento fondante della cultura afroamericana e queer), finalizzato alla messa in discussione dei processi di appropriazione dell’industria musicale capitalistica e bianco-centrica dei generi musicali. A Cowboy Carter, in particolare, possiamo riconoscere il merito di aver introdotto nell’universo popolare una riflessione sul ruolo da mediatrice che l’industria musicale americana ha rivestito nella costruzione di una cultura egemonicamente “bianca”, contribuendo a sradicare la musica da qualsivoglia contaminazione etnica, soprattutto afroamericana. Con questo lavoro, pertanto, la cantante partecipa attivamente (o forse dà addirittura il via) ad un processo culturale di decostruzione dei
confini tra generi musicali, ripensando il ruolo egemonico dell’industria della musica. Nella cultura americana, si sa, non è difficile rintracciare storicamente la reiterazione di un modello culturale fondato sull’appropriazione. Nonostante gli americani abbiano tentato di mascherare tale meccanismo sotto il nome di multiculturalismo o “melting pot”, il più delle volte questi sistemi di stampo colonizzatore hanno portato a una totale riscrittura della storia, a scapito delle minoranze e delle diversità etniche. Ed è questa la traiettoria che anche il genere country ha seguito: se da una parte, senza dubbio, questa musica deve le sue radici alle ballate celtiche in stile “storytelling” e ai canti cristiani, è tuttavia innegabile la presenza di una forte influenza afroamericana. Il banjo–lo strumento country per eccellenza–arriva infatti sul territorio americano grazie ai flussi migratori
provenienti dall’Africa, e i primi canti popolari strimpellati alla chitarra nascono proprio tra i campi in cui gli schiavi afroamericani erano costretti a lavorare nell’America del sud. Tuttavia con l’avvento dell’industria musicale e dei processi di canonizzazione culturale i canti afroamericani subiscono
uno “sbiancamento”, e per poter segregare e monetizzare anche la musica vengono coniati i cosiddetti “generi musicali”, connotati da un forte carattere razziale. Fatte queste premesse, dunque, è forse ora meno facile farsi ingannare dalle apparenze: Beyoncè “is not simply going country”, e l’immagine di copertina del progetto, in cui la cantante sfodera i colori della bandiera americana seduta sul dorso di un cavallo (da sempre simbolo dell’immaginario western), non è affatto un inno alla patria statunitense. Al contrario, la cantante risemantizza queste icone formali e le sonorità della musica country in un progetto profondamente anti-americano. Cowboy Carter, pertanto, diventa un manifesto politico che si serve di influenti
personaggi che hanno costellato il panorama country per decostruire alla base il concetto di genere musicale, in quanto dispositivo ideato col fine di riproporre e radicare pratiche di esclusione sociale. Tra le collaborazioni appare il celebre Willie Nelson, che accompagna gli ascoltatori in ben
due tracce che fungono da “intervallo musicale”. La sola presenza del cantautore, ormai novantenne, è un’ulteriore validazione del sottotesto musicale: nonostante l’immagine da chitarrista country, Nelson è da sempre stato influenzato da innumerevoli generi, rivendicando il ruolo centrale della controcultura musicale nei processi creativi. Un altro cameo degno di nota è
quello di Linda Matrell, riconosciuta dalla storia per essere stata la prima cantante nera country di successo. Matrell introduce il brano Spaghettii ironizzando e mettendo al contempo in chiaro il suo pensiero sulla questione dei generi musicali: «Genres are a funny little concept, aren’t they? In theory, they have a simple definition that’s easy to understand. But in practice, well, some may feel confined».
Matrell è protagonista anche di un altro brano nell’album, The Linda Matrell Show, che a sua volta funge da traccia introduttiva a quella successiva, Ya Ya. Quest’ultima è forse l’epicentro dell’intero progetto di Beyoncé: si tratta di un tributo esplicito a Tina Turner, che contiene inoltre un’interpolazione di due brani di Nancy Sinatra e dei Beach Boys. I presupposti parlano già chiaro: Beyoncé non vuole stare alle regole dei generi razzializzati dal mercato musicale dominante, pertanto crea una canzone che ne mischia quanti più possibili dando come risultato, a detta del critico americano Wesley Morris, un pezzo che sembra spiegare come il film I compari di Robert Altman si sarebbe sviluppato se a capo del bordello ci fosse stata Tina Tuner. Ya Ya, come tutto l’album del resto, è un tentativo ben riuscito di Beyoncé di minare l’identità americana e le produzioni di massa dell’industria culturale statunitense attraverso un lavoro artistico storicamente consapevole, che dialoga con il passato e allo stesso tempo con la contemporaneità, cercando di dar voce a quei gruppi sociali rimasti esclusi e addirittura invisibilizzati dalla produzione culturale di massa.

Intervista Sudestrada

Cosa c’è dietro la scelta del vostro nome?

Per capire il significato e la genesi del nome “Sudestrada” dobbiamo fare qualche passo indietro. Nell’estate del 2015 un mio caro amico cileno mi introdusse alla discografia di Gustavo Cerati, noto artista argentino. In uno dei suoi album ascoltati quell’estate c’era un pezzo dal titolo “Sudestada”, (senza r), termine che significa “mareggiata”. Il suono di quella parola, unita al suo significato, mi aveva dato lo spunto – qualche mese dopo – per il progetto musicale che stava nascendo. La scelta di aggiungere la “r” non ricordo in che modo arrivò, ma in quel momento diventava l’insieme delle parole “sud” e “strada”: un viaggio esotico ed interiore verso un molteplice Sud.

Che musica proponete ai vostri ascoltatori?

Diciamo un sincero pop d’autore in continua estensione verso altri territori musicali.

Come vi siete avvicinati al mondo della musica?

Francesco nasce chitarrista ma la sua ricerca lo ha spinto nel tempo ad avvicinarsi al mondo della produzione musicale, cosa che lo ha portato a diplomarsi alla Scuola di Alto Perfezionamento Musicale di Saluzzo. Il mio rapporto con la musica, invece, è strettamente legato alla parola scritta.Scrivere in forma canzone è una cosa che faccio, più o meno, da quando ho imparato a scrivere.

Quali sono i vostri artisti di riferimento?

Sicuramente Franco Battiato, ma anche lo stesso Gustavo Cerati sopracitato. A livello di sonorità siamo sempre stati molto ispirati sia dal mondo Trip-Hop (Massive Attack, Morcheeba, Portishead) che dal mondo “Dreamy” (Beach House, Still Corners).La congiuntura di queste influenze non ci ha impedito di esplorare nuovi orizzonti, spesso in chiave etnoelettronica.

Da quanto tempo state intraprendendo il vostro sogno musicale?

Dal novembre del 2015.

Vorreste raccontarci del vostro ultimo singolo “Ritmi Urbani”?

È un brano che, per noi, stabilisce un nuovo punto di partenza e mira a destrutturare e ad evolvere il concetto di “altrove” presente nelle produzioni precedenti. “Ritmi Urbani” rappresenta una presa di coscienza, un salto di qualità a livello interiore che invita ad abbandonare qualsiasi velleità di evasione a favore di una completa immersione nel presente.C’è, quindi, la metropoli, l’incontro/scontro con l’alterità, i “volti mitragliati” sulla metropolitana, la bellezza e le insidie dei grandi complessi creolizzati urbani in epoca contemporanea. Ci sono anche la solitudine e le domande esistenziali di sempre, ma sembrano poter rinunciare, almeno per un momento, alla ricerca di una risposta assoluta.- Avete eventi in programma?Stiamo lavorando alla strutturazione di uno spettacolo live che comprenda anche una serie di letture. Qualcosa che immaginiamo di poter proporre a teatro.

Avete già nuovi progetti in cantiere?

Al momento ci stiamo concentrando sulla ripresa dell’attività live, cosa che riteniamo necessaria. Speriamo di poter suonare presto anche a Roma.

RED BULL 64 BARS LIVE 2023 di Marta De Matteis

“Scampia, anno 4096”. Si è aperta così la seconda edizione del “Red Bull 64 bars live” l’evento tutto italiano che riunisce su un unico palco i più grandi rapper d’Italia con lo scopo di riportare il rap alle sue origini.

Per il secondo anno consecutivo, infatti, le vele di Scampia hanno fatto da sfondo all’evento live del format che riporta il genere alla sua essenza più pura in una delle zone periferiche d’Italia più tristemente note per storie di degrado e malavita: “64 barre per dimostrare di essere più bravo degli altri nel gioco” le parole di Marracash sul format.

Anticipato da un pre-show condotto da “Wad” (conduttore radiofonico di Radio Deejay) e ricco di performance di giovani emergenti locali, lo scorso 7 ottobre Piazza Ciro Esposito a Secondigliano è stata protagonista di uno spettacolo unico nel suo genere che ha ospitato i suoni di Young Miles alla direzione di artisti come Geolier, Noyz Narcos, Rose Villain, Lazza, Luchè, ospiti speciali e sorprese come Marracash e la giovanissima Anna Pepe. 

Ad aprire le danze ci ha pensato Geolier, che, mantenendo ogni aspettativa già alta sul suo conto, è stato in grado di caricare la folla e prepararla allo show che ci sarebbe stato. Indubbiamente uno tra i più forti e tra i più apprezzati dal pubblico in grande maggioranza napoletano. 

Se Geolier ha giocato in casa, dopo di lui è toccato a un fuori sede: “stamattina me so svegliato e me so ritrovato a Scampia, eppure so de Roma”. L’hardcore hip hop di Noyz Narcos non ha deluso nessuno e ha dimostrato ancora una volta che il rap esiste ancora e che lui sa farlo davvero bene.

Scampia è diventata Gotham con l’arrivo sul palco della quota rosa di questo 64 bars live; Rose Villain, con il suo corpo di ballo e la sua eleganza, ci ha fatto respirare un’aria diversa in grado di ricaricarci per l’arrivo del penultimo artista della line up e sicuramente uno dei più attesi: Lazza.

Un ingresso iconico come pochi in grado di far saltare tutta Napoli sulle note del suo 64 bars e dei suoi più grandi successi, per poi ritornare dopo con un’esibizione al piano per il suo feat con Geolier sulle note di “Chiagne”. 

Se Lazza era tra i più attesi, Luchè non era tra i più desiderati: tra feedback e opinioni raccolte dal pubblico di Scampia dopo il dissing Salmo vs Luchè e la decisione di Salmo di non prendere più parte all’evento, è risultato che molti avrebbero preferito vedere quest’ultimo esibirsi e hanno sperato fino all’ultimo in una sorpresa che non c’è stata. 

Ad entrare sul palco a sorpresa ci ha pensato però Anna, rapper classe 2003 ormai sulla cresta dell’onda che ha fatto scatenare il pubblico di Secondigliano nella sua performance di “Fashion” insieme a Lazza e “Advice” spoilerandoci la sua presenza nella prossima edizione con un “ci vediamo l’anno prossimo, Scampia!”

Tra feat e sorprese non poteva mancare Marracash, l’artista più atteso dai fan. Con “64 barre di delirio” e “64 barre di paura” ha generato il panico, chiudendo nel migliore dei modi un evento che rimarrà nella storia del rap italiano.

A dare la buonanotte i suoni di Young Miles, in grado di trasformare la piazza in un rave party regalando a tutti gli spettatori una serata indimenticabile e dirigendo da una console storie di riscatto, successo e amore senza ritornelli e grandi decorazioni, ma solo 64 barre.

Armageddon del rap di Marta De Matteis

“Marrageddon” si presenta come il “Primo festival del rap in Italia” ideato da Fabio Bartolo Rizzo, in arte Marracash, una premessa molto importante che è stata in grado di radunare tra Milano e Napoli rispettivamente il 23 e il 30 settembre, 140 mila persone riunite da un genere che si sta facendo sempre più presente nel panorama musicale attuale e che non ha intenzione di farsi da parte.

Abbiamo avuto la possibilità di raccogliere feedback e pareri da alcuni fan presenti ad entrambe le date che hanno affermato di avere aspettative altissime dall’evento confermate dalla spettacolarità che Marracash ha regalato ai suoi fan.

Più in particolare i fan presenti alla data di Milano aspettavano più di tutti l’intro di “Santeria”, joint album di Marra e Guè portato per la prima volta su palchi così grandi e sono d’accordo sul considerare come momento più emozionante la performance di “Dubbi”, dell’ultimo album “Noi loro gli altri”, e quella di “Brivido”: “vedere 80 mila persone cantare Brivido tutte insieme è stato magico, ha dimostrato che è una canzone che rimarrà nella storia del rap italiano” e ancora “Da un concerto rap non ti aspetti delle grafiche così spettacolari e un corpo di ballo che fa da contorno; la coreografia su Dubbi ha alzato ancora di più l’asticella dell’evento”.

Fabri Fibra e Salmo sono stati i performer più graditi in apertura dello show di Marra mentre tra gli ospiti che il pubblico milanese avrebbe voluto vedere e che invece è stata una grande mancanza c’è sicuramente Sfera Ebbasta: “Nella scena milanese Sfera è un pilastro, tutti ce lo aspettavamo, è stato proprio un tassello mancante di un puzzle così grande”.

Tra ospiti annunciati e feat inaspettati, per il pubblico della data all’ippodromo La Maura la performance de L’anima con Madame è stato un momento intimo in grado di arrivare a 80mila persone, così come la voce di Mahmood in Crazy Love.

Nel complesso il voto dell’evento è un 9 pieno.

L’evento di Napoli mantiene in generale le aspettative anticipate dalla data Milanese e a confermarle è stata anche la presenza di Geolier considerato il migliore artista tra quelli esibiti prima di Marra insieme a Madame: “Madame ha superato ogni mia aspettativa, ma Geolier è stato davvero troppo forte, appena è salito sul palco si è sentito un boato, si vedeva che giocava in casa” afferma uno dei ragazzi presente al concerto.

Tra le mancanze invece nella data partenopea sicuramente Luchè, un ospite che era quasi scontato comparisse sul palco e che invece ha sorpreso tutti, ma al contrario. Indignazione generale poi per la mancanza di alcuni feat con ospiti presenti: “E’ arrivato a sorpresa Tananai ed ha cantato Laurea ad Honorem, un bel momento ma ci aspettavamo che cantasse con Marracash Un altro mondo e invece no.” E ancora: “Geolier ha cantato Chiagne , Lazza era presente al festival eppure l’ha cantata tutta da solo. Sarebbe stato bello sentire il feat dal vivo”.

Ad essere incoronato dal pubblico della data di Napoli come il feat più bello live è stato invece “Fantasmi” di Marracash insieme a Geolier: “è stato bellissimo, avrebbe potuto superarlo solo Le pietre non volano con Luchè, ma Luchè non c’era”.

Su Guè e Santeria niente da aggiungere e nel complesso, dagli spettatori presenti, anche lo spettacolo napoletano guadagna un 9 pieno anche se forse con qualche mancanza in più rispetto allo show milanese.

Quello che è certo è che Marracash ha portato per l’ennesima volta qualcosa di nuovo in Italia confermandosi ancora una volta “Il King del rap”.

Le canzoni di Marracash che i ragazzi intervistati consigliano ai lettori di “Pour Parler”:

Matteo consiglia “G.O.A.T. – Il cuore”

Alessandra consiglia “Catatonica”

Francesco consiglia “Bastavano le briciole”

Gaia consiglia “Dubbi”

Giorgio consiglia “Rapper/Criminale”

Chiara consiglia “Quelli che non pensano – Il cervello ft Coez”

Riccardo consiglia “Tutto questo niente – Gli occhi”

E voi, quale consigliate?

MTV Video Music Awards: Una Retrospettiva

IN ARRIVO LA 40ESIMA EDIZIONE DEGLI MTV VIDEO MUSIC AWARDS

RIPERCORRIAMO I MOMENTI PIÙ ICONICI

Nella notte tra il 12 e il 13 settembre 2023 si terrà in diretta dal Prudential Center di Newark, in New Jersey, la quarantesima edizione dell’evento musicale targato MTV che premia il miglior video musicale e canzone dell’anno.

Ma ripercorriamo i momenti più iconici che hanno reso gli MTV VMAs una delle manifestazioni più importanti dell’industria musicale.

Durante la prima edizione degli MTV Video Music Awards Madonna si esibisce in abito da sposa sulle note di “Like a Virgin”, arrivando sul palco direttamente da una torta nuziale e in maniera provocatoria, generando non poche chiacchere nel 1984.

Britney Spears, 2001: la star mondiale del pop decide di lasciare il pubblico statunitense a bocca aperta con una performance “selvaggia” della sua “I’m a slave 4 u” portando con sé un pitone attorno al collo.

Non manca in lista un’altra regina indiscussa delle performance controverse: Lady Gaga sa come lasciare il segno e lo fa anche nel 2010 andando a ritirare il premio più ambito “Video dell’anno” per la sua “Born this way” con il suo iconico meat dress fatto interamente di carne cruda!

È il turno di Miley Cyrus, che nella sua “Wrecking Ball era” non perde tempo a scuotere la critica esibendosi nel 2013 in compagnia di Robert Thicke con il quale offre al pubblico una performance tutta twerkata sulle note di “Blurred Lines”. Non erano ancora tutti pronti a questo.

Torniamo indietro di 10 anni e arriviamo al 2000 quando Eminem, già in cima a tutte le classifiche e fresco del premio “Best new artist” del ’99, si presenta sul palco dei VMAs con un centinaio di suoi sosia per cantare “The Real Slim Shady”. Ha sicuramente fatto dubitare tutto il pubblico su chi fosse The Real Slim Shady.

Non sapevo facesse tutto questo scalpore” sono le parole di Madonna rilasciate in un’intervista dopo l’iconico bacio tutto pop tra lei e quelle che la critica indicherà come le sue future eredi, Britney Spears e Christina Aguilera. Era il 2003 e i rumors raccontano che al posto della Aguilera avrebbe dovuto esserci Jennifer Lopez, ma non è ancora troppo tardi, giusto?

Tra atteggiamenti provocatori e performance controverse, spicca nel 2011 la tenerezza di Beyoncè (ad oggi l’artista più premiata dei VMAs) che dopo la premiazione per “Run the world, Girls” fa vedere a tutto il mondo spettatore il suo pancione ormai evidente annunciando la sua gravidanza.

Arriviamo al 2022 con Bad Bunny che scrive un altro capitolo di storia degli MTV Video Music Awards conquistando il titolo di Artista dell’anno: il primo artista non di lingua inglese a vincere uno dei premi più ambiti di MTV grazie al suo album “Un verano sin ti”.

Per ultimo, ma non per importanza, “I’mma let you finish, but…” rimarrà uno dei momenti indimenticabili della pop culture avvenuto proprio sul palco dei Vmas. Nel 2009 Taylor Swift riceve il premio “Best Female Artist” a soli 19 anni, quando ad interrompere il suo discorso di ringraziamento ci pensa quello che fino a qualche istante prima era uno dei suoi idoli: Kanye West. “Ti lascerò finire, ma Beyoncè ha il più bel video di tutti i tempi, questo premio dovrebbe essere suo”. Tra applausi, fischi e stupore, tre tra gli artisti più influenti nel panorama musicale contemporaneo ci regalano un momento che sarà ricordato per sempre nella storia dei Video Music Awards.

Non ci resta che aspettare il 12 settembre per vedere quali saranno i prossimi momenti iconici da aggiungere alla lista.

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