Mese: Gennaio 2026

Res- parte 3 La felicità

di Carolina Maccione

Lucia percepiva la felicità nello stomaco, da sempre. Quelle “farfalle dell’innamoramento” incredibili, che fanno vivere i colori anche quando si osserva una foto in bianco e nero, le sentiva da prima dell’amore romantico. La sua era apparenza viscerale nei confronti della vita, anche quando la vita era complicata. Lucia amava, senza freni ma con dignità.

E Res aveva sempre visto questa cosa, dal primo giorno. Da quando aveva notato i suoi occhi dolci ma stanchi. Stanchi perché quel mondo era troppo crudele per una donna come lei.Lucia credeva profondamente nella terra, ma gli uomini e le donne che la popolavano puntualmente finivano per deluderla durante il telegiornale. Res, dal canto suo, la sentiva sempre borbottare dalla stanza affianco, dove si trovava la sala da pranzo.Per lui era impensabile poter provare tutte quelle sensazioni incredibili da umani e sputarci sopra con la guerra e la crudeltà.

La verità che Res ignorava, risiedeva ancora una volta nella fragilità che caratterizzava non solo gli uomini, ma l’equilibrio stesso del mondo. A volte la felicità per essere percepita come tale, deve essere accompagnata dal dolore.Ma alcuni dolori sono troppo grandi per viverli come pura legge di compensazione.(3 anni dopo…)«Non mi va di andare a scuola!»Lucia con lo zaino di Aurora stretto in mano da una bretella, sembrava sull’orlo di una crisi di nervi.«Io devo andare a lavoro.

E tu devi andare a scuola.»«Ma io non voglio andarci.»La bambina incrociò le braccia al petto, un gesto familiare sia a Lucia che Res. Aurora era la fotocopia del padre. Nella testardaggine soprattutto.«Ah si? E perché?»Sbottò a quel punto la donna.«Non voglio! Papà rimane a casa e voglio rimanerci anche io.»«Tuo padre è… in ferie.»«E io voglio stare in ferie dalla scuola.» Aurora cominciava ad agitarsi, ma i suoi non erano puri e semplici capricci. Aveva 7 anni ed era pur sempre una bambina, ma non era stupida.« Ma tu ami la scuola.»

Disse esasperata Lucia, posando lo zainetto a terra.«Amo di più papà.»Lucia alzò le sopracciglia. Confusione che si dissolveva improvvisamente dentro un’altra sensazione: il terrore.«Perché dici questo?»La piccola lo disse tutto insieme, come parole vomitate e lacrime agli occhi che non sapeva controllare: «Perché non ride più. Magari se resto ride di nuovo…»La verità è che l’amore a volta è più forte della felicità o dell’essere realisti.Aurora amava suo papà più della scuola, che era un luogo che la rendeva felice.E Davide e Lucia amavano Aurora al punto da credere di essere riusciti a proteggerla dalla realtà.

Ma, la verità , prima o poi bussa alle porte delle case e ti ricorda, spesso in modo poco gradevole, che esiste. Questo l’aveva capito anche Res.Lui, che una volta aveva sentito dire che gli uomini non piangono. Ma che avrebbe saputo descrivere alla perfezione la tristezza asciutta delle lacrime trattenute da Davide.Quando Lucia era a lavoro e Aurora a scuola Davide aveva l’abitudine di entrare in camera di sua figlia per leggere, almeno da quando lo avevano licenziato.

E lì, lontano da occhi indiscreti, Davide poteva vivere storie diverse dalla sua. Storie talvolta leggere, altre meno. Ed era proprio tramite queste ultime che Res lo aveva visto cambiare a poco a poco e aveva imparato a conoscere la sua anima. Perché l’uomo leggeva a voce alta, quasi recitando i dialoghi.Recitava la calma e la gioia e riviveva tramite l’arte delle parole scritte la pesantezza.

Che poi, Res lo aveva capito, a volte serve prendersi sul serio.Tanto quando serve ritornare a respirare nel prendersi in giro.La felicità del lampadario a forma di delfino, da due mesi a questa parte, era la purissima e devastante consapevolezza che non si può sempre sopravvivere per vivere la felicità e a volte va bene così.A volte serve solo galleggiare e sperare di non allontanarci troppo.Poi il resto, viene da sé.

Res- parte 2- La famiglia e l’amore

di Carolina Maccione

Aurora Della Torre non ne sapeva molto della vita. A dire il vero non ne sapeva nulla, o quasi. Era nata da 1 mese e mezzo e aveva già capito la differenza tra calore e amore. Lucia aveva partorito in anticipo con un parto cesareo e avevano dovuto mettere Aurora in incubatrice.Poi la svolta: le dimissioni.

Un secondo e la neonata senti l’amore, stretta al petto della mamma. In quel mese e mezzo a volte l’avevano fatta tenere in braccio a Lucia, per la marsupio-terapia, ma stavolta era diverso. Stavolta era definitivo.Lucia era raggiante, la piccola al sicuro.Le due arrivarono a casa alle ore 15:18 di un pomeriggio di mezza estate. Davide aveva guidato e aveva sorriso alla rotatoria per arrivare a casa. In passato aveva già sorriso, ricordandone a stento il motivo, quella volta però, il motivo sarebbe diventato una delle sue poche ragioni di vita.Aurora varcò la soglia della sua nuova camera alle ore 20:35. Per il primo periodo i medici avevano consigliato a Davide e Lucia di dormire a turno con la piccola, in camera sua, vicino alla culla.La prima sera si offrì Davide.Res era incuriosito, scettico, felice e confuso. Tante emozioni tutte insieme.Guardava quella neonata e provava invidia. Poi la vedeva ridere e provava confusione, poi, in fine. la vide alzare gli occhietti su di lui e li comprese la seconda parola che gli avrebbe cambiato la vita per sempre: affetto.Sì dice che le persone della propria famiglia non si possono scegliere.

Ed è vero, ma per metà… perché si può scegliere chi far entrare all’interno della propria famiglia e, soprattutto, si può scegliere di amare incondizionatamente qualcuno della nostra famiglia non solo per gli obblighi sociali.E lui, che fino a pochi mesi prima nemmeno possedeva una casa ma, soprattutto, non conosceva nemmeno l’amore o l’affetto, ora aveva scelto.(4 anni dopo…)«A- arco… mamma ma le balene che c’entrano?»Lucia sorrise dolcemente.«Amore, la parola è “Arcobaleno”.»«Ah.» annuì Aurora prendendo di nuovo in mano il piccolo libricino.Poi ci ripensò: «Mamma?»«Si?»«Cos’è un Arcobaleno?»Res non avrebbe mai visto un arcobaleno… eppure li, appeso al soffitto nella stanza di sua sorella fece un pensiero; Aurora, Lucia e Davide erano il suo. Chiuso in quella cantina aveva conosciuto solo il freddo della pioggia e i raggi troppo caldi del sole… loro erano la sua via di mezzo. Il suo posto sicuro.

E sebbene Lucia e Davide fossero solo i suoi acquirenti, che per un lampadario corrispondono un po’ a dei genitori disattenti, e Aurora non sapeva nemmeno di avere un fratello-lampadario, loro erano l’Arcobaleno di Res: dei colori meravigliosi. Con il tempo Res aveva conosciuto molto del mondo. Ma qualcosa non gli tornava… perché gli umani erano così diversi dagli oggetti con cui era stato solito conversare nella cantina-ripostiglio del vecchio Roberto?La verità è che la complessità d’animo è qualcosa che non si può insegnare o spiegare. Viene da sé. Res non sapeva se il suo animo fosse complicato o addirittura complesso, ma inspiegabilmente sapeva per certo di sentirsi umano e, forse, l’uomo è quanto più di complesso esista, con tutte le sue contraddizioni.Se avesse avuto la possibilità di parlare con Davide, che era il componente della famiglia che vedeva meno di frequente, avrebbe scoperto anche la parola più distruttiva e meravigliosa del cosmo: “fragilità. Forse proprio l’emozione che rende l’uomo così complesso.Davide era un brav’uomo. Dolce, con dei valori ferrei e sognatore. Ma anche lui, a suo modo, aveva conosciuto il freddo della pioggia e i raggi troppo caldi del sole.La differenza tra Davide e Res?Quest’ultimo, con tutta la purezza e la positività della giovinezza, aveva avuto la forza di trovare la sua via-di-mezzo.Davide non l’avrebbe mai trovata.

Era bipolare. E, nonostante, il suo disturbo non lo condizionasse così tanto (non quanto condizionava altre persone) viveva di alti e bassi. Di luci e ombre.L’arrivo di Aurora l’aveva reso felice e continuava a farlo, ma a volte vivere è più difficile dell’essere felici. E si finisce per sopravvivere solo per vivere quella maledettissima “felicità”.Può sembrare un controsenso, ma non lo è.Davide era fragile. E per anni aveva avuto paura di ciò. Ma a volte non si può ignorare come siamo, o cambiarci, si può solo provare ad essere la nostra versione migliore possibile. E, alle volte, basta. Far parte di una famiglia richiede lo stesso sacrificio: accettare che non si può essere perfetti ma sapere che si può provare a funzionare insieme.

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