Mese: Ottobre 2024

“Il Gabinetto del dottor Caligari”: verità o fantasia?

di Chiara Pascucci

Due uomini siedono su una piccola panchina in un giardino.Si stanno raccontando storie di fantasmi; all’improvviso, una figura si avvicina lenta, camminando piano, con lo sguardo rivolto di fronte a sé.Ha il passo delicato, sembra quasi che stia fluttuando. È una donna, bellissima, coperta da un lungo vestito bianco. Uno degli uomini, il più giovane, la guarda incantato, affermando che quella sia la donna di cui è innamorato.

La sua apparizione gli riporta un fatto alla mente: l’incredibile vicenda vissuta tempo prima nel loro paese di nascita, Holstenwall in Germania, con l’arrivo dello strambo dottor Caligari.Questo non è l’incipit di una fiaba, ma è l’inizio di uno dei più grandi film della storia del cinema muto: “Il gabinetto del dottor Caligari”, 1920. Realizzato in Germania e scritto da Hans Janowitz e Carl Mayer, con la regia di Robert Weine, è una delle pietre miliari del cinema espressionista, movimento cinematografico diffuso negli anni ‘20-‘30 del Novecento in Germania.Non è soltanto uno dei film più analizzati dalla critica cinematografica, ma è soprattutto un’opera complessa e un film coinvolgente. Spesso i film muti vengono dimenticati, ma essi conoscono un grado di fascinazione elevatissimo, poiché manifestano il dispositivo cinematografico nella sua purezza e nel suo significato più profondo: quello del movimento.Perciò, dopo l’inizio di cui ho accennato poco prima, il giovane protagonista che scopriamo chiamarsi Francis, comincia il suo racconto, dando vita a quello che sarà per tutto il film un lunghissimo flashback.Si aziona un meccanismo narrativo a “matrioska”, nel quale la narrazione della vicenda è inserita nella narrazione di Francis.Il paese di Holestenwall è in fermento per i preparativi della grande fiera. Una figura ambigua, ricurva, coperta da un lungo mantello nero e un cappello, si muove tra le strade del paese con il suo bastone. È il dottor Caligari. Si reca presso gli uffici che si occupano dell’organizzazione dell’evento, e dopo aver avuto a che fare con un segretario scortese, chiede il permesso di poter presentare la propria attrazione alla fiera.Quella stessa notte il segretario scortese verrà misteriosamente pugnalato nel suo letto.Per cercare di comprendere però l’atmosfera che il film regala, è necessario concentrarsi sulle scenografie: caratteristica peculiare dei film espressionisti è la presenza di una scenografia alterata e disturbante, in particolare: l’uso di linee oblique, le proporzioni tra oggetti e persone alterate e le macchie di colore nero.

I film venivano sempre girati in studio, per la possibilità di ricostruire interi paesaggi e interni. In particolare “Il gabinetto del dottor Caligari” presenta una scenografia fortemente antigeometrica, antinaturalistica, con ghirigori decorativi distorti. Lo stesso Caligari a cui il film riserva molti primi piani tramite l’uso del mascherino rotondo (un oggetto sagomato che si pone davanti alla cinepresa, e che permette di rendere visibile solo quella parte d’immagine racchiusa nella forma) presenta un trucco fortemente inquietante, con occhi e viso marcati dal colore nero. Sembra quasi che il luogo respiri l’ambiguità di questo nuovo personaggio, ma qualcosa di più profondo verrà alla luce solo verso la fine del film.Francis perciò, si dà appuntamento con il suo amico Alan. Insieme visitano la fiera, e si trovano di fronte alla nuova attrazione del dottor Caligari.Un cartello riproduce l’immagine di una sagoma scura, quella di un uomo; la sua attrazione consiste in un sonnambulo, di nome Cesare, che egli tiene addormentato in una cassa, e che può svegliarsi solo sotto il suo comando; Sostiene che Cesare sia in grado di prevedere il futuro, ma che conosca anche tutto il passato.

La sequenza di presentazione di Cesare è forse la più famosa: un primo piano riprende il volto emaciato, pallido, con gli occhi e la bocca truccati di nero come i capelli corvini schiacciati. La figura è inquietante, e spaventa ma allo stesso tempo attrae il pubblico a sé.Alan, l’amico di Francis, è il primo a voler chiedere una predizione.Cesare apre gli occhi ed Alan pone la fatidica domanda:«Quanto tempo vivrò?»Cesare lapidario pronuncia«Fino all’alba di domani».Durante il tragitto di ritorno, i due amici sono turbati, ma vengono distratti dalla figura minuta di Jane, la donna che entrambi amano.La notte scende sul paese; un’inquadratura ci mostra il povero Alan addormentato nel suo enorme letto.

All’improvviso un’ ombra appare sul muro. Alan si sveglia impaurito, pone le mani in avanti per difendersi, ma l’ombra tira fuori un pugnale affilato e lo accoltella.Le ombre forse sono un altro elemento fondamentale da considerare; l’Espressionismo gioca con esse, e le ombre non sono solo fisiche ma automaticamente si gettano sull’intera storia narrata.Quando Francis scopre della morte dell’amico, addolorato, individua subito in Cesare il colpevole. Giunto con la polizia nella cabina del dottor Caligari però, le accuse si rivelano infondate, poiché Cesare risulta trovarsi inerme nella sua postazione di sempre. Le accuse ricadono su un bandito, che tenta di uccidere un’anziana con un pugnale affilato, ma che al dunque confessa di non essere l’autore degli omicidi precedenti, e di essersi servito delle stesse modalità del misterioso omicida nella speranza di non essere scoperto.Intanto Jane, sconvolta per la morte di Alan, e preoccupata per il padre che non vede rincasare, decide di uscire a cercarlo. Giunta alla fiera si imbatte per la prima volta in Caligari e scappa spaventata una volta che il dottore le mostra il sonnambulo Cesare. Ma ormai il mostro ha in mente la prossima vittima.Nella notte la figura di Cesare, visibile per la prima volta, striscia attaccato ai muri del paese, longilineo e silenzioso. Entra dalla finestra di Jane, che è distesa nel suo letto avvolta dalle lenzuola bianche.La figura di Jane è quasi eterea mentre giace su questo letto con le sue vesti, anch’esse bianche, che si mescolano alle coperte.Cesare è pronto ad ucciderla, ma di fronte alla donna ci ripensa, e proietta su di lei un desiderio romantico.

La rapisce, ma viene scoperto, e la folla lo insegue. Jane viene salvata, ma lui stremato cade da un dirupo e muore.Nel mentre Francis, rimasto a sorvegliare la figura di Cesare nella cabina, una volta saputo del tentato rapimento, non riesce a spiegarsi come il sonnambulo possa essersi sdoppiato.Si scopre infatti che Caligari era solito sostituire il vero Cesare con un suo fantoccio di stoffa, per permettere al sonnambulo di compiere i propri omicidi senza essere scoperto.La storia si carica di uno degli elementi che secondo Freud genera il Perturbante: il doppio, che ritornerà ancora una volta successivamente ma in una veste diversa. Caligari scappa e si rifugia in un manicomio dove egli stesso ne è il direttore. Francis è sconvolto, e dopo averlo pedinato, nello studio del dottore scopre il suo diario personale, nel quale racconta la verità sul suo piano malvagio; la narrazione a “matrioska” è triplicata con la visione dei fatti dal punto di vista del direttore del manicomio; egli infatti, aveva scoperto l’esistenza di un medico italiano, di nome Caligari, che nel 1703 aveva condotto un esperimento su un sonnambulo, provando che esso nello stato inconscio era in grado di portare a termine atti atroci che in stato di veglia non avrebbe mai compiuto. È qui che inizia l’ossessione del direttore: meravigliosa la sequenza in cui barcolla nel delirio, mentre intorno, nell’inquadratura, le parole che aveva letto poco prima nei suoi libri sembrano accerchiarlo.

Esse sono la manifestazione della mente, dell’ossessione, che lo porta piano piano a convincersi di essere lui stesso il dottor Caligari. Con l’arrivo del sonnambulo Cesare, può mettere in atto il suo piano.Scoperta la verità e ritrovato il cadavere di Cesare, il direttore/Caligari viene internato, rinchiuso nel suo stesso manicomio.Il racconto della vicenda termina, e ritorniamo nel giardino in cui avevamo lasciato Francis a raccontare la sua storia.Qualcosa è cambiato: la scenografia non presenta più linee oblique e sproporzioni.Scopriamo infatti che ci troviamo ancora dentro il manicomio, proprio quello di cui Caligari era direttore. Ritroviamo Cesare, la bella Jane, ma non solo, anche Caligari stesso. Francis infatti terrorizzato da lui ,nel vederlo è in preda ad una crisi, che viene sedata con l’utilizzo di una camicia di forza. In realtà l’uomo è il vero direttore della clinica, che comprendendo come il paziente sia ormai convinto che lui sia il vero mistico Caligari, afferma di aver finalmente capito come curarlo.Francis quindi, non è altro che un paziente del manicomio, così come tutti gli altri personaggi, e la storia raccontata si rivela essere frutto della sua fantasia.Le scenografie riprendevano la mente e il punto di vista di un malato mentale; la vicenda era raccontata attraverso gli occhi di Francis, esplicitata anche attraverso la presenza delle molte soggettive.Il doppio del fantoccio di Cesare ritorna in tutti i personaggi, i quali ormai possiedono due vite distinte: quella nella mente di Francis, e quella della realtà oggettiva. Nonostante questo però, il film non può essere ridotto ad una semplice allucinazione.

L’ambiguità dei luoghi riflette l’ambiguità della verità. Niente sembra infatti convincere lo spettatore che la malattia di Francis sia l’unica spiegazione possibile; rimane un’ombra, un dubbio, il sospetto che in realtà il direttore sia davvero lo spietato mandante degli assassinii.Il film proietta un’oggettività che però è impossibile afferrare, di cui è impossibile esserne convinti fino in fondo.Kracauer nel suo saggio “ Da Caligari a Hitler: una storia psicologica del cinema tedesco” riporta la testimonianza dei due sceneggiatori del film, che mettono in luce un aspetto interessante: nella stesura originale della storia, la follia di Caligari sarebbe dovuta essere reale; il loro obiettivo era quello di scagliare una feroce critica nei confronti delle istituzioni, della loro bestialità: non è strano, nell’aria si avvertiva già l’avvento del Nazismo. Fu il regista Weine però, a scegliere di modificare la storia, rendendola l’invenzione di un malato mentale. Perciò alla sua nascita, il film era già destinato a possedere dentro di sé il carattere dell’ambiguità, del non detto, di un messaggio celato e di una critica censurata.

Durante questo Halloween, per chi volesse entrare e conoscere il mondo di Caligari, il film è disponibile su Youtube. Ma attenzione, qualsiasi risposta è quella sbagliata.

Perché queer non ha vinto il leone d’oro?

di Viola Valota

Queer è l’ultima opera di Luca Guadagnino, presentata in Concorso a Venezia 81, si tratta di un adattamento del romanzo di Burroughs, autore già noto ai cinefili per Il pasto nudo di Cronenberg. Queer presenta una suddivisione in capitoli, i cui primi due seguono lo stesso filo conduttore: esplorare la psiche di Lee tramite il suo rapporto ossessivo con Allerton. Il terzo capitolo è sicuramente quello più interessante, in quanto i due partiranno per un viaggio alla ricerca di uno degli oggetti del desiderio di questo film.

Dal punto di vista registico questa sezione è la più interessante, soprattutto per le tecniche utilizzate, le quali rimangono sempre funzionali alla narrazione. La sceneggiatura è strabiliante, la regia mai scontata, la scelta delle musiche originale, per questo ci viene spontaneo chiederci perchè questo prodotto non abbia vinto nemmeno un premio.

Per noi Queer è il vincitore morale di Venezia81, anche perchè The Room Next Door non ci ha convinti più di tanto. Comprendiamo l’importanza storica di assegnare il Leone d’Oro ad Almodóvar, ma la riflessione da porsi è più ampia.

Il mondo dei festival premia davvero la qualità artistica di un prodotto, oppure in questo attuale periodo storico è più importante assegnare premi politici? Forse entrambe le cose, il cinema è da sempre uno degli strumenti d’eccellenza per veicolare messaggi, presentandosi come specchio culturale dell’epoca a cui fa riferimento. Sicuramente la vittoria di The Room Next Door ha lanciato un segnale, sia in Italia dove l’attuale governo si trova estremamente schierato contro l’eutanasia, sia in Spagna dove l’estrema destra ottiene sempre più consensi. Nel suo discorso il regista non ha esitato ad esprimere le sue preoccupazioni riguardo la situazione politica Spagnola, condannando il linguaggio di odio utilizzato dalle destre. Considerando tutti i prodotti che sono stati presentati in questa Venezia81, riusciamo a comprendere meglio il perchè di questa vittoria ed anche la scelta di premiare film di stampo politico.

Questa edizione possiamo dire essere una tra le meno cinematografiche del festival di Venezia, appare chiaro come il mezzo cinematografico stia cambiando, assistendo sempre di più ad una crescente consapevolezza del mutamento del pubblico, e di conseguenza alla trasformazione dei prodotti. Uno dei sintomi sono le quattro serie televisive presentate, la più nota sicuramente Disclaimer diretta da Alfonso Cuarón. Acquistiamo sempre più confidenza con il dilettarsi di registi cinematografici nell’ambito delle serie televisive, uno tra i primi Paolo Sorrentino con The Young Pope presentata a Venezia73.

Il risultato, oltre che le serie televisive, è l’arrivo di un nuovo tipo di cinema come quello di Harmony Korine. La sua presenza al festival per il secondo anno di fila conferma la volontà di mutare il mezzo cinematografico. Infatti prima con Aggro Dr1ft e poi con Baby Invasion, da il via ad una corrente estremamente sperimentale mischiando sempre più alla fiction al videogioco.

Inoltre anche la decisione di non distribuire Aggro Dr1ft, come crediamo avverrà anche per Baby Invasion, punta ovviamente all’esclusività generando un interesse maggiore al suo lavoro. Questo cambiamento lo possiamo anche percepire dall’interesse sempre maggiore per il mondo del VR, data la sezione Venice Immersive sull’isola del Lazzaretto, esperienze che mano mano diventano sempre più cinematografiche. Non nascondiamo la speranza di poter vedere registi approcciarsi a questo mondo, e forse attualmente Korine si presta perfettamente per coniugare le due esperienze.

In conclusione, è un peccato che Queer non abbia ricevuto l’attenzione che secondo noi avrebbe meritato, ma appunto per le considerazioni sul mondo dei festival e sul mondo del cinema, comprendiamo l’importanza di assegnare premi politici più che artistici. Vi lasciamo con questa riflessione e con il sogno nel cassetto di vedere Harmony Korine nella sezione Venice Immersive.

Cinemadamare: Un campus internazionale nel cuore dell’Italia

Di Veronica Neuchiledi

“Cinemadamare” è un campus estivo internazionale in lingua inglese in cui i giovani filmmaker provenienti da tutto il mondo hanno l’opportunità di girare cortometraggi in giro per l’Italia. Alla fine di ogni settimana, i vari corto verranno proiettati nel corrispettivo comune davanti alla comunità locale.

Questa iniziativa si distingue per il suo format unico: un vero e proprio laboratorio creativo, dove i partecipanti non si limitano ad osservare, ma assumono il ruolo di protagonisti attivi, rafforzando le loro abilità tecniche e creative.Il cuore del campus è la collaborazione e la capacità di interfacciarsi con personalità differenti in contesti e luoghi sconosciuti, infatti le destinazioni sono piccoli comuni italiani, spesso distanti fra di loro, che i partecipanti raggiungono con l’autobus Cinemadamare.Il trasporto è gratuito così come l’alloggio, ovvero palestre condivise che contengono in media circa cinquanta filmakers.

Lo stesso vale per i servizi sanitari, viene infatti richiesto dai filmmaker una certa flessibilità e adattabilità a tali condizioni. I pasti invece, sono a spese dei partecipanti, e così anche l’attrezzatura filmica, ad eccezione di alcuni accessori affittabili presso lo staff Cinemadamare.Viene quindi fortemente consigliato, soprattutto a chi ricopre un ruolo che necessita un’apparecchiatura specifica come il suono e il DOP, di portare la propria attrezzatura.Ciascun filmmaker riceverà un badge del quale non potrà fare a meno, con sopra scritto il proprio nome, nazionalità ed il ruolo per il quale si è stati selezionati.

Questo non limita la possibilità di svolgere diversi ruoli, poiché ogni membro avrà l’opportunità di sperimentare diverse fasi della produzione cinematografica, creando un approccio multidisciplinare.A seconda dell’anno i requisiti sono soggetti a variazioni, ad esempio nell’estate 2024, la maggior parte dei filmmaker ha dovuto compilare un questionario ed allegare in caso di partecipazione, il proprio progetto cinematografico.

Dopodiché, i singoli filmmaker sono stati chiamati a compiere un colloquio motivazionale, dove è stato chiesto di confermare le settimane di partecipazione, non inferiori a tre.Cinemadamare è l’esperienza perfetta per chi è disposto a mettersi in gioco all’interno di un contesto dinamico, multiculturale e creativo, dove la possibilità di migliorare le proprie conoscenze tecniche e di networking sono sicuramente il punto cardine. Tuttavia, bisogna tenere a mente le condizioni di vita spesso difficoltose, come bagni guasti, spazi vitali ridotti e molteplici imprevisti, come dover passare una notte fra la strada e l’autobus. Se c’è una parola che può descrivere il candidato ideale per questa avventura è la flessibilità, sia per lo spirito d’adattamento, sia per la necessità di collaborare con persone diverse. Per chi ama lavorare in un gruppo ed è pronto a mettersi in gioco, questa è un’opportunità di crescita sia a livello professionale sia umano. Cinemadamare non è solo creazione di opere cinematografiche, ma di rapporti d’amicizia che rimarranno per la vita.

“Ieri,oggi, domani” : I tre volti dell’Italia.

Di Chiara Pascucci

20 Settembre scorso, la grande diva Sophia Loren ha compiuto novant’anni, e tra le lacrime ha ringraziato con umiltà profonda chi con lei stesse condividendo quel giorno, affermando che il Tempo non sarà mai in grado di cancellare i ricordi che noi tutti condividiamo.

È l’eternità del cinema. Acclamata in Italia, ma anche all’estero, è forse l’unica attrice ad aver interpretato con uno stile tutto personale le mille sfaccettature della donna, con le sue indimenticabili protagoniste.

Il 26 Settembre, invece, Marcello Mastroianni avrebbe compiuto 100 anni. In questa ricorrenza così importante si festeggia l’arte di un attore elegante, malinconico e poliedrico, che ha regalato al nostro cinema interpretazioni profonde, introspettive e veritiere.

Noto era il loro legame fuori dal set, ma soprattutto la chimica esplosiva che li univa davanti la cinepresa. Marcello e Sophia sono la coppia più bella, divertente e frizzante che i nostri schermi abbiano mai immortalato.

Insieme vantavano, ognuno per conto proprio, di una professionalità intelligente e un naturale, indiscusso talento attoriale.Lo dimostrano con profonda maestria in uno dei cult più importanti del nostro cinema, anno 1963 e diretto dal grande Vittorio De Sica: “Ieri, oggi,domani”.Una commedia brillante, affascinante, ma che nasconde anche significati profondi.Il film è diviso in tre episodi distinti, che portano il nome di una donna:Adelina, Anna e Mara.In tutte e tre gli episodi, la Loren e Mastroianni interpretano i due protagonisti, uomini e donne sempre diversi tra di loro, protagonisti di storie divertenti e particolari.

Il primo episodio, denominato “Adelina”, scritto da Eduardo De Filippo e Isabella Quarantotti, ci trasporta a Forcella, uno dei quartieri poveri di Napoli, anni ‘60. Qui vivono Adelina e suo marito Carmine. Adelina per vivere vende sigarette da contrabbando. Per sfuggire alla prigione, Adelina sceglie l’unica via che ha per non essere arrestata: la maternità. L’episodio, con tratti melodrammatici ci immerge in una Napoli colorata, vivace, della quale si avvertono i profumi anche attraverso lo schermo. I bambini seguono Adelina incinta canticchiando un “Tene a’ panza”. Il quartiere è unito, pronto a sostenersi; tra ladruncoli, truffatori e contrabbandieri per la fame, si avverte la purezza interiore di un popolo che è unito nelle avversità, privo di qualsiasi interesse e doppio fine. La Loren/Adelina con la sua meravigliosa voce canta “O’ core ingrato”, prendendosi gioco dei poliziotti che cercano di arrestarla invano.La Loren, vestita quasi di stracci, con i capelli neri quasi sempre spettinati, ma gli occhi espressivi, interpreta la sua Adelina facendo uscire tutta la sua fiammeggiante passione. Adelina è una donna di cuore, di pancia, di coraggio e di forza. Accanto a lei il povero marito Mastroianni, che abbandona la sua innata eleganza e veste i panni del povero Carmine, un uomo semplice, di buon cuore, innamorato follemente della moglie (come anche lei di lui) ma che finisce per debilitarsi a causa della ricerca costante di concepire un figlio. Lo vediamo girare per le strade di Napoli con i loro sette figli per mano, stanco, senza ore di sonno e con un pasto poco sostanzioso che è costretto a dividere con la sua famiglia numerosa.Adelina non riesce più a rimanere incinta, e questo significa essere costretta a scontare i mesi di prigione. Il medico conferma che il marito non ha alcun problema di salute, se non una grave stanchezza dovuta ad un deperimento. Tra un anno un nuovo bambino potrebbe arrivare, ma un anno per Adelina e Carmine è troppo tardi, la prigione la attende. Allora Adelina crede che l’unica soluzione sia quella di sostituire il marito, nella speranza che un altro uomo possa donarle un nuovo figlio. Pensa a Pasquale, un amico del marito che ha da sempre un debole per lei. Ma non ce la fa, non può tradire il suo Carmine, e allora sceglie la prigione. Nel mentre anche la stampa si è interessata al caso di Adelina, e tutti sperano nella famosa “grazia” che possa scarcerarla. Adelina la ottiene, felice esce dal carcere assalita dai giornalisti, ma anche dalla sua famiglia pronta ad accoglierla a braccia aperte.L’alba di un nuovo giorno abbraccia Napoli, la cinepresa riprende le case avvolte da una luce quasi eterea, mentre con una panoramica verso destra sembra immersa e sembra fluttuare nel tempo e nello spazio.

Ci stiamo spostando, abbandoniamo Napoli; qualcosa nello stesso momento sta avvenendo. Sembra un viaggio spazio-temporale.E infatti con un taglio ci troviamo a Milano, secondo episodio: “Anna”, scritto da Cesare Zavattini e Billa Zanusso. È come se Adelina e Carmine avessero assunto nuove vesti in un’altra dimensione; e forse, un po’ è così.Udiamo la voce fuori-campo della Loren/Anna che con un leggero accento milanese ci elenca la noia che caratterizza la sua vita e gli impegni futili che la condizionano, mentre vediamo una Milano grigia scorrere nel parabrezza di un’auto costosa. Anna infatti è una borghese, moglie di un famoso imprenditore. Non più Napoli e quartieri poveri, altra aria, altra città, un’altra tipologia d’Italia, diversa ma contemporanea alla precedente. Anna intrattiene una relazione con un giovane di ceto medio, Renzo/Mastroianni. Lo passa a prendere ed entrambi salgono in auto, sono amanti, ma lei sembra non curarsi del giudizio altrui.Impressionante la capacità camaleontica di entrambi nell’assumere panni diversi: La Loren assume una postura diversa, regola la voce, l’accento, con abiti eleganti e una pettinatura impeccabile. Mastroianni in camicia e giacca, tono pacato, occhi quasi persi, si tramuta nel modesto impiegato che ha paura di far sentire la propria voce con una donna invece dalla personalità arida e gelida.Anna è affascinata da Renzo, perché è lontano dal suo mondo, da chi è ossessionato dal lavoro, dal successo e dai soldi. L’Italia borghese degli anni ‘60, quella legata ai soldi, alla bella vita, ma anche soggetta ad un’aridità emotiva.“Dentro di me c’è solo vuoto, un grandissimo vuoto” Gli dice Anna, che vede la sua vita controllata dal “lavoro, successo, e denaro”. È diversa grazie a lui, ma Renzo le risponde che i soldi lei li ha dentro di sé, non solo materialmente fuori. La donna vorrebbe addirittura scappare con lui, fino a quando Renzo -a cui ha permesso per gioco di guidare la sua auto- non va a sbattere e gliela distrugge. Anna è disperata, anche per lei la macchina è come il prolungamento del proprio corpo, strumento con la quale operava tamponamenti leggeri per imprimere la propria forza di classe superiore (ci ricorda la legge de “Il Sorpasso”).L’amore già non esisteva, ma qui svanisce completamente; Anna rivela la sua incapacità e superficialità nella relazione, e decide di salire in macchina di uno sconosciuto, lasciando il povero Renzo da solo in autostrada. In fin dei conti, come anche lei ammette al suo nuovo compagno di viaggio, come poteva durare una macchina del genere “In mano ad uno che ha guidato fino a ieri una ‘600”.

Ma non è finita, manca un ultimo tassello in questa panoramica ben fatta dell’Italia degli anni ‘60. Mastroianni e La Loren dovranno trasformasi ancora, per l’ultima volta.Siamo arrivati infatti, all’ultimo episodio: “Mara”, scritto anch’esso da Cesare Zavattini.Mara/Loren è una prostituta d’alto borgo, che vive in un attico che si affaccia proprio di fronte Piazza Navona. Uno dei suoi clienti più affezionati è il bolognese Augusto/Mastroianni, uomo buffo e un po’ immaturo, un figlio di papà che usa la propria posizione e i propri soldi per abbandonarsi ai piaceri della carne. Come dirimpettaia invece c’è Giovanna (l’immancabile Tina Pica), una signora anziana credente che sta ospitando suo nipote Umberto, seminarista, per un breve periodo di tempo.In questo episodio il sacro e il profano si incontrano, giocano tra di loro, si provocano. Il giovane, infatti, seppur ignaro della professione di Mara, si infatuerà di lei, arrivando quasi alla decisione di voler rinunciare ai voti.La Loren è ancora una volta diversa, ma fedele ad una delle sue mille sfaccettature: Mara è il personaggio femminile più affascinante: con dei bellissimi capelli rossi, gli occhi verdi ancora più lucenti, presta il volto a questa donna vittima di pregiudizi a causa del suo lavoro, ma dotata di buon senso e di onestà intellettuale. Sarà proprio lei a convincere il giovane a non rinunciare al suo futuro, facendo anche un fioretto alla Madonna, promettendo in cambio di far voto di castità. Augusto/Mastroianni è ancora una volta un personaggio a sé: con il suo accento marcato, gli occhi accecati di desiderio per la sua Venere, si fa compagno di un siparietto comico ben studiato. Forse è proprio in questo episodio che la coppia dimostra tutte le proprie potenzialità, non solo nei tempi comici, ma anche nell’affiatamento; i loro sguardi sono giusti, come i loro sorrisi, veri poiché figli di un accordo attoriale ben studiato, di un’empatia rarissima e preziosissima.Come non citare il famosissimo spogliarello finale della Loren divenuto una delle scene cult più famose del nostro cinema, che terminerà con un nulla di fatto proprio a causa del fioretto a cui Mara non intende rinunciare.Tutto si concluderà con una preghiera di coppia, a cui il povero Augusto, deluso, decide comunque di acconsentire.E così non si chiude solo l’episodio, ma anche un film che ci ha mostrato l’Italiano e i suoi difetti, il suo essere doppio, le sue ipocrisie.Sophia Loren e Marcello Mastroianni -con l’aiuto della regia impeccabile di De Sica- ci hanno raccontato i tre volti dell’Italia in una dimensione ancora più complessa: quella del rapporto uomo e donna, donandosi senza riserve al proprio pubblico. Due esempi artistici di altissimo livello, che hanno fatto la Storia e che continueranno a scriverla per sempre.

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