Mese: Marzo 2024

Razzismo nel calcio

L’episodio Acerbi-Juan Jesus

La partita e l’episodio in questione

Domenica 17 marzo 2024: allo stadio San Siro di Milano, l’Inter di Simone Inzaghi frena la sua corsa scudetto; non va oltre l’1-1 in casa col Napoli, campione d’Italia in carica, allenato da Francesco Calzona: al gol di Matteo Darmian al 43’ risponde l’ex difensore Juan Jesus a dieci minuti dal triplice fischio; la squadra di Inzaghi si ferma così dopo dieci vittorie consecutive in campionato, mentre i partenopei ottengono il loro sesto risultato utile consecutivo, in vista della qualificazione in Champions League.

Nel big match della ventinovesima giornata di Serie A Tim, si è verificato un brutto episodio, che vede protagonista il difensore trentenne Francesco Acerbi, campione d’Europa nel 2021 con la nazionale italiana. Egli avrebbe apostrofato con toni razzisti il difensore partenopeo Juan Jesus; inizialmente la situazione sembrava essersi risolta sul campo con le scuse di Acerbi; tuttavia, questo episodio ha scatenato numerose polemiche.

Acerbi ai microfoni e lo sfogo di Juan Jesus 

L’episodio continua anche a fine partita: la sera stessa il difensore italiano viene intercettato da alcuni giornalisti, dove nega di aver utilizzato termini razzisti nei confronti di Juan Jesus. Tutto ciò ha suscitato l’indignazione del difensore partenopeo; tramite il suo profilo Instagram, Juan Jesus pubblica un post dove afferma:” Acerbi mi ha detto ‘vai via nero, sei solo un ne*ro’. In seguito alla mia protesta con l’arbitro ha ammesso di aver sbagliato e mi ha chiesto scusa aggiungendo poi anche: ‘per me ne*ro è un insulto come un altro”. Il post si chiude con #notoracism. 

I primi provvedimenti 

Nella mattina seguente, il c.t. Luciano Spalletti ha deciso di escludere il difensore dal gruppo della Nazionale in vista delle amichevoli negli Stati Uniti per l’Europeo 2024, chiamando come sostituto il difensore della Roma Gianluca Mancini. 

In seguito, in serata, c’è stato un confronto tra Francesco Acerbi e la società Inter in merito alla questione: alla fine si è deciso di aspettare la sentenza definitiva del Giudice sportivo, che arriverà dopo dieci giorni; tuttavia, il club nerazzurro non ha rilasciato alcun comunicato ufficiale.  Attualmente il difensore, secondo il regolamento, rischia ben dieci giornate di squalifica; ciò gli farebbe finire subito il campionato attuale di Serie A e probabilmente rischierebbe un’eventuale chiamata del c.t. Luciano Spalletti per gli Europei in Germania di questa estate.

Ci sarà prima o poi una fine?

Sfortunatamente non è la prima volta che accade un episodio di razzismo nel mondo calcistico; basti pensare che quello più recente, in Serie A, risale allo scorso 20 gennaio, nella ventesima giornata, durante la partita Udinese-Milan: infatti nel posticipo serale di sabato, verso la metà del primo tempo, il portiere rossonero Mike Maignan è stato vittima di fischi razzisti della curva Nord dell’Udinese. 

Ciò ha provocato l’abbandono dal campo del portiere del Milan, accompagnato dai compagni rossoneri per solidarietà, e la sospensione della partita per ben cinque minuti; la sera stessa è intervenuto il Presidente della FIGC Gabriele Gravina, dove ha condannato l’episodio sgradevole di Udine.

In questa settimana, dedicata all’Azione contro il razzismo, abbiamo avuto proprio il caso Acerbi-Juan Jesus, spiegato all’inizio dell’articolo; il caso si è concluso, dopo dieci giorni di attesa, con l’assoluzione del difensore nerazzurro per mancanza di prove, nonostante il Giudice Sportivo credesse alla buona fede del difensore partenopeo.

Il ruolo della donna nei videogiochi, dallo sviluppo alle icone del medium

Quello del femminismo, ma più in generale delle questioni di genere, è un argomento che negli ultimi anni è diventato sempre più centrale nel discorso socioculturale dell’industria videoludica. Rispetto agli albori del medium negli anni Ottanta il ruolo della donna, sia virtuale che reale, all’interno delle software house o delle aziende del settore, per esempio, è profondamente cambiato.

Inizialmente il ruolo femminile nei videogiochi è quello dell’indifesa principessa da salvare, come nei casi di Zelda in The Legend of Zelda o della Principessa Peach in Super Mario Bros.. Col tempo però le cose sono cambiate, e i personaggi femminili si sono evoluti, arrivando ad essere sempre più importanti nell’economia di gioco. Tralasciando Mrs. Pac-Man (un semplice re-design di Pac-Man), i punti di svolta sono segnati da Metroid (1986) e Tomb Raider (1996), che vedono come protagoniste Samus Aran e Lara Croft. La prima è una temibile cacciatrice di taglie dotata di un tecnologico esoscheletro fornitogli da una razza aliena, mentre la seconda è un’avventuriera e archeologa. Sebbene entrambe rappresentino un netto passo in avanti, sono ancora presenti alcune criticità, su tutte una visione troppo sessualizzata della donna, specie con il personaggio di Lara. Problemi che però sono stati superati grazie ad alcuni personaggi chiave come Elaine Marley di Monkey Island. Elaine, governatrice di Mêlée Island, è una donna forte, intraprendente, perspicace ed ironica, che fa del suo eccellente character design il suo più grande punto di forza.

La questione si è notevolmente evoluta nel corso degli anni, arrivando a personaggi come Aloy di Horizon Zero Dawn e Horizon Forbidden West, che è diventata una vera e propria icona femminile dell’universo PlayStation e non solo. Contemporaneamente abbiamo assistito anche ad una rivisitazione di alcuni personaggi storici, come Zelda, sempre più centrale nella narrazione della serie; la Principessa Peach, che il prossimo anno sarà protagonista di un gioco interamente dedicato, Princess Peach: Showtime!; e Lara Croft, protagonista con un nuovo design di una trilogia reboot: Tomb Raider, Rise of the Tomb Raider, Shadow of the Tomb Raider. Dei cambiamenti e delle modifiche che ne hanno modificato il design o approfondito e migliorato la caratterizzazione, dunque, così da valorizzare al meglio il singolo personaggio.

Un’evoluzione, quella dei personaggi femminili, che è andata di pari passo con quella del ruolo delle donne nell’industria. In passato se ne parlava molto meno, ma nell’ultimo periodo è diventato un argomento sempre più attuale. Come in ogni ambito lavorativo, infatti, le donne hanno riscontrato e stanno tuttora riscontrando numerose difficoltà. È capitato svariate volte, invero, che dirigenti o impiegati di determinate aziende, come il gruppo Activision-Blizzard, venissero accusati di molestie sessuali nei confronti di alcune dipendenti. Purtroppo, sono svariati gli esempi che si potrebbero fare, ma fortunatamente questi casi emergono sempre più facilmente, garantendo così chiarezza, equità e giustizia.

Per certi aspetti, all’emancipazione della donna nei videogiochi è legata anche la questione di genere, con una sempre maggiore rappresentazione e narrazione di storie e personaggi omosessuali. Le storie più famose e impattanti sono probabilmente quelle di Ellie di The Last of Us, la cui storia d’amore con Riley è protagonista dell’espansione Left Behind, mentre il suo rapporto con Dina si lega a doppio filo con gli eventi di The Last of Us: Parte II, la già citata Aloy e Trevor di Grand Theft Auto V. Per quanto quest’ultimo non sia forse il nome ideale da affiancare alla comunità LGBT per via delle sue numerose controversie, che invero caratterizzano da sempre la stessa saga di GTA, è in verità un ottimo esempio di diversità. Anche se solamente accennata, di fatto, è certa la sua bisessualità, a cui lo stesso personaggio fa riferimento in un dialogo con Franklin, dove alla domanda se fosse o meno omosessuale risponde: “No… si… che importa, sono solo etichette, amico!”.

Molto interessante in questo contesto è il rapporto tra l’identità di genere e i giochi di ruolo, specie quelli che permettono la creazione di un personaggio. Negli ultimi anni, infatti, i GDR hanno presentato dei tool di creazione sempre più dettagliati e specifici, così da garantire una personalizzazione precisa e che riesca a rappresentare tutti, andando ad includere anche la presenza dei pronomi. Gli sviluppatori stanno cercando di garantire, dunque, la creazione di una libera identità virtuale, che spesso si traduce anche nella possibilità di creare storie e sviluppare delle romance (una relazione virtuale con un NPC, un personaggio non giocante, all’interno del mondo di gioco) indipendentemente dal sesso dei personaggi.

Insomma, anche se la strada da fare è ancora molta, il medium videoludico (così come molti altri), è cresciuto e si è evoluto contemporaneamente alla società, rispecchiando nelle opere le sue esigenze e necessità.

Crisi del settore giovanile calcistico di Chiara Simone

Sono passati 3436 giorni dall’ultima partita degli Azzurri in un mondiale e, se non replichiamo le disastrose ultime due qualificazioni, dobbiamo addirittura aspettare il 2026 per rivederli nella massima competizione sportiva tra squadre nazionali. Si può, quindi, parlare di una vera e propria crisi del nostro calcio italiano che la bellissima parentesi di EURO2020 non può illuderci di aver superato. È possibile, a questo punto, che in Italia non nascano più dei fuoriclasse? È obiettivo che i nostri giovani così scarsi non sono se la Nazionale u19 è campione d’Europa e l’u20 vicecampione mondiale. La risposta è quindi no, talenti ce ne sono, il problema è che, se rimangono in Italia, poi non hanno la possibilità di crescita professionale perché non giocano; quando gli va bene o vengono relegati in panchina e fatti giocare gli ultimi minuti di una partita o vengono mandati a ritagliarsi spazio in almeno un paio di campionati di Serie B (se non direttamente in Lega Pro) perché “devono farsi le ossa”, quando gli va male vengono inseriti in plusvalenze come Luigi Liguori che al Lille non è arrivato neanche per firmare e adesso si trova a militare in Serie D, dopo che il suo cartellino è stato valutato 4 milioni di euro. Tutto, alla fine, si riduce alla questione soldi, pochi investimenti per strutture e personale adeguati, molti invece per cartellini e stipendi di giocatori stranieri “già pronti” che non è detto siano più talentuosi dei nostri. Questo è alimentato anche dal famoso “Decreto crescita”, che permette di pagare le tasse solo sul 70% dello stipendio di un calciatore che arriva dall’estero, è facile quindi arrivare alla conclusione che così si limita, ancora una volta, lo sviluppo di talenti locali.

“Fuga di cervelli” anche nel calcio

Un esempio lampante è Marco Verratti che è passato dalla Serie B al Paris Saint Germain, non una squadretta qualunque, mentre le squadre italiane ancora si chiedevano se valesse la pena investire 12 milioni per un diciannovenne. Se fosse rimasto in Italia, sarebbe diventato il campione che è adesso? Difficile dirlo, probabilmente non avrebbe avuto modo di osare, di sbagliare, di cadere e rialzarsi perché al primissimo errore sarebbe stato crocifisso e additato come un giocatore scarso e deludente. La crisi nasce anche da questo, dall’ossessione del risultato e dal voler un giocatore perfetto subito, i giovani non possono permettersi degli errori se non vogliono essere masticati dai media, dai tifosi e anche dai propri allenatori. Alla base di essa vi è una mentalità retrograda che sembra essere rimasta solo in Italia, senti allenatori italiani sostenere che sotto i 25 anni non si è pronti e definire Chiesa, classe 97, un “giovane” per poi vedere i vicini spagnoli che fanno esordire i 2007 della Masìa che ti risolvono la partita in 23 secondi al loro esordio.

Lasciamo parlare i dati

In Italia i ragazzi che passano dalla primavera alla prima squadra rappresentano solo l’8,4% e la differenza con il resto d’Europa è chiara, basti pensare che in Francia sono ben il 23,6%, in Spagna il 21,1%, in Germania il 16,6% ed in Inghilterra il 13,6%. Il CIES Football Observatory ha analizzato quali settori giovanili abbiano generato calciatori con il valore di mercato più elevato. Non ci stupisce, a questo punto, che nelle prime dieci posizioni non sia presente nessuna squadra italiana, ma se guardiamo la differenza dei dati del valore di mercato, la questione si fa ancora più preoccupante. Il Benfica, che è in testa alla classifica, ha un valore di mercato complessivo di 670 milioni di euro per ben 104 calciatori formati nel settore giovanile e l’Atalanta, che risulta essere l’italiana meglio piazzata, di 217 milioni di euro, una differenza di 453 milioni che dovrebbe farci rabbrividire. Molti dicono che sia stato il Covid a peggiorare la situazione, ma i dati, ancora una volta, dimostrano come il problema sia presente da ben prima della pandemia; nel 2014, dopo l’ultima partecipazione dell’Italia alla Coppa del Mondo, il numero di giovani iscritti al Settore Giovanile Scolastico era di 698.000. Nel 2019, prima dell’arrivo del virus, ne avevamo perso circa 44.000.

Giocare a calcio costa troppo

Paradossalmente la responsabilità della formazione dei giovani calciatori è principalmente assegnata alle famiglie. Le scuole calcio sono diventate vere e proprie imprese commerciali, richiedendo quote di iscrizione a volte molto elevate, che possono arrivare anche ai 900 euro per ogni bambino. Queste quote vengono spesso utilizzate per sostenere finanziariamente l’intera struttura del club calcistico, specialmente se partecipa ai campionati dilettantistici. Per garantire la sostenibilità economica, vengono spesso adottate misure di contenimento dei costi, come la limitazione del numero di formatori professionisti. In alternativa, si preferisce fare affidamento su volontari appassionati, anche se la loro competenza può essere incerta. Inoltre, alle famiglie viene regolarmente richiesto di coprire le spese per gli spostamenti e l’acquisto dell’attrezzatura sportiva necessaria. Nel contesto del calcio di base, praticamente tutto comporta un costo, compresa la partecipazione a una selezione, e talvolta gli allenatori dilettanti richiedono persino un compenso per questo servizio.

Possibili soluzioni

Una soluzione che sembra stia portando i suoi frutti nelle fasce minori è quella dei premi a minutaggio, ovvero per ogni minuto che giocano ragazzi italiani, i club prendono soldi, ad esempio il Cosenza così ha guadagnato oltre 2 milioni di euro. Questo, però, non basta, la crisi è troppo estesa per aggrapparci a questo espediente. Inutile ribadire che la soluzione sarebbe, banalmente, l’aumento degli investimenti sia nelle strutture che nel personale.

Intervista Sudestrada

Cosa c’è dietro la scelta del vostro nome?

Per capire il significato e la genesi del nome “Sudestrada” dobbiamo fare qualche passo indietro. Nell’estate del 2015 un mio caro amico cileno mi introdusse alla discografia di Gustavo Cerati, noto artista argentino. In uno dei suoi album ascoltati quell’estate c’era un pezzo dal titolo “Sudestada”, (senza r), termine che significa “mareggiata”. Il suono di quella parola, unita al suo significato, mi aveva dato lo spunto – qualche mese dopo – per il progetto musicale che stava nascendo. La scelta di aggiungere la “r” non ricordo in che modo arrivò, ma in quel momento diventava l’insieme delle parole “sud” e “strada”: un viaggio esotico ed interiore verso un molteplice Sud.

Che musica proponete ai vostri ascoltatori?

Diciamo un sincero pop d’autore in continua estensione verso altri territori musicali.

Come vi siete avvicinati al mondo della musica?

Francesco nasce chitarrista ma la sua ricerca lo ha spinto nel tempo ad avvicinarsi al mondo della produzione musicale, cosa che lo ha portato a diplomarsi alla Scuola di Alto Perfezionamento Musicale di Saluzzo. Il mio rapporto con la musica, invece, è strettamente legato alla parola scritta.Scrivere in forma canzone è una cosa che faccio, più o meno, da quando ho imparato a scrivere.

Quali sono i vostri artisti di riferimento?

Sicuramente Franco Battiato, ma anche lo stesso Gustavo Cerati sopracitato. A livello di sonorità siamo sempre stati molto ispirati sia dal mondo Trip-Hop (Massive Attack, Morcheeba, Portishead) che dal mondo “Dreamy” (Beach House, Still Corners).La congiuntura di queste influenze non ci ha impedito di esplorare nuovi orizzonti, spesso in chiave etnoelettronica.

Da quanto tempo state intraprendendo il vostro sogno musicale?

Dal novembre del 2015.

Vorreste raccontarci del vostro ultimo singolo “Ritmi Urbani”?

È un brano che, per noi, stabilisce un nuovo punto di partenza e mira a destrutturare e ad evolvere il concetto di “altrove” presente nelle produzioni precedenti. “Ritmi Urbani” rappresenta una presa di coscienza, un salto di qualità a livello interiore che invita ad abbandonare qualsiasi velleità di evasione a favore di una completa immersione nel presente.C’è, quindi, la metropoli, l’incontro/scontro con l’alterità, i “volti mitragliati” sulla metropolitana, la bellezza e le insidie dei grandi complessi creolizzati urbani in epoca contemporanea. Ci sono anche la solitudine e le domande esistenziali di sempre, ma sembrano poter rinunciare, almeno per un momento, alla ricerca di una risposta assoluta.- Avete eventi in programma?Stiamo lavorando alla strutturazione di uno spettacolo live che comprenda anche una serie di letture. Qualcosa che immaginiamo di poter proporre a teatro.

Avete già nuovi progetti in cantiere?

Al momento ci stiamo concentrando sulla ripresa dell’attività live, cosa che riteniamo necessaria. Speriamo di poter suonare presto anche a Roma.

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