Categoria: Storia e Attualità

Categoria dedicata al mondo della Storia e Attualità.

La Tragedia in Marocco e la reazione del Mondo del Calcio di Jacopo Maggi e Luca Spanò

Origini e conseguenze del terremoto in Marocco

Nella notte dello scorso otto settembre, mentre noi ricordavamo gli ottant’ anni dell’armistizio, in Marocco, alle 23:11, le persone vengono risvegliate dal tremore della terra.

Il terremoto più forte mai registrato in Marocco ha avuto luogo con una magnitudo di 6.9 della scala Richter. Circa tremila persone perdono la vita e più di cinquemila rimangono ferite dal cataclisma. Le città più vicine all’epicentro, come Marrakesh e Rabat, e gli altri numerosi paesi sono i più colpiti.

I primi soccorsi avvengono a mani nude nell’attesa dei mezzi di soccorso; nelle tre notti successive le persone dormono all’aperto per paura di un’altra scossa che, fortunatamente, non arriva.

Il bilancio del disastro è terribile; le offerte di aiuto dalla comunità internazionale non esitano ad arrivare ma il governo marocchino si rifiuta di accettare gli aiuti ad eccezione di quelli provenienti dai seguenti quattro paesi: Qatar, Spagna, Emirati Arabi e Regno Unito.

Come ha reagito il mondo del calcio a questa tragedia?

Questo ha scatenato forti critiche da parte degli opinionisti ma la comunità locale si è attivata ugualmente, fornendo assistenza alla popolazione come nel caso della Nazionale di calcio del Marocco.

Quest’ultimi hanno deciso di rimandare, con il benestare della federcalcio marocchina, la sfida prevista contro la Liberia per la qualificazione alla prossima Coppa d’Africa. Lo staff della nazionale si è, inoltre, prestato alla donazione di sangue , un gesto semplice ma molto forte che ha dimostrato il grande legame di questo popolo con la propria terra.

Solidarietà: donazioni, gesta in campo e il caso di Walid Cheddira

I giocatori hanno condiviso, sui loro profili social, foto che li ritraevano durante il prelievo ed Instagram stories con messaggi di sostegno come quelli di alcune vecchie conoscenze del calcio italiano: Sofyan Amrabat (ex di Hellas Verona e Fiorentina, ora al Manchester United), Achraf Hakimi (ex esterno dell’Inter Campione d’Italia 20/21) e Walid Cheddira (l’attaccante di proprietà del Napoli ora in prestito al Frosinone dopo una grande stagione in serie B al Bari).

Quest’ultimo era con i propri genitori nell’albergo in cui soggiornava con la nazionale ad Agarid (stesso teatro di un altro storico disastro geologico avvenuto negli anni ’60); il padre ha poi provato a descrivere quelle ore di paura, poi terminate in rassegnazione,  decidendo di rientrare dentro l’hotel:

“Siamo rimasti all’esterno del nostro albergo fino alle 3 di notte, quindi anche dopo la seconda scossa di magnitudo 4,5. Passata quella, alla fine abbiamo fatto ritorno nelle nostre camere, ci siamo ‘arresi’ al terremoto e ci siamo detti: “Quello che succede, succede”.

Il coinvolgimento di Hakimi con la sua Onlus ha consentito di attivare i cittadini e turisti di vari paesi a donare generi alimentari e denaro a sostegno delle vittime. 

Cristiano Ronaldo ha messo a disposizione uno degli alberghi della sua catena gruppo Pestana per dare una sistemazione momentanea agli sfollati.

Il 12 settembre i Leoni dell’Atlante hanno vinto l’amichevole col Burkina Faso per 1-0 andando a segno con Ounahi.

La partita era a rischio ma il Re del Marocco Mohamed VI ha infine dato il consenso a giocare l’amichevole in Francia, a Lens, donando poi tutto il ricavato del match in beneficenza.

Al momento del gol, Ounahi ed En-Nesyri si dirigono verso la bandierina del calcio d’angolo invitando i compagni di squadra a raggiungerli: tutti si inginocchiano e, in mondovisione, cominciano a pregare per le vittime del terremoto, per chi non ha più nulla, per i centomila bambini coinvolti, per chi ha perso i propri cari ritrovandosi con una vita diversa dopo pochi minuti.

Scrittura: Jacopo Maggi, Luca Spanò

Divisione temi: Alessandro Montervino

Ricerca immagini : Agnese Mencuccini

Correzione Bozza:Margherita Giacani

MOTIVAZIONE E APPROVAZIONE: perché ne abbiamo bisogno?

Ti sarà capitato molte volte di condannarti per non essere stato in grado di dare a te stesso
quella pacca sulla spalla di cui avevi bisogno per superare un ostacolo, condannandoti per essere riuscito a farlo solo grazie alla motivazione di qualcun altro. Non c’è niente di strano in questo, ma anzi, scoprirai che è più normale di quanto possa sembrare.

Dal latino motus, participio passato di movere – in italiano muovere, spingersi verso – la parola “motivazione” può essere definita come ‘l’insieme dei fattori dinamici aventi una data origine che spingono il comportamento di un individuo verso una data meta’.
La motivazione non è nient’altro che lo stimolo, cosciente o meno, a svolgere azioni dirette all’ottenimento di uno o più obiettivi. In sostanza, spesso per raggiungere dei traguardi abbiamo solo bisogno di essere motivati da persone o da cose, senza le quali non riusciremmo a portare a termine il nostro compito.

A questo bisogno molto spesso segue anche un forte desiderio di approvazione e di stima: motivazione e approvazione sono molto più legate di quanto sembri in quanto entrambe derivano da un sentimento di insicurezza, che non è da considerarsi in maniera negativa (a meno che questo non ecceda verso un estremo o l’altro), ma come una caratteristica che ci appartiene in quanto esseri umani. Essere stimati e approvati dagli altri soddisfa la nostra autostima orientandoci verso sentimenti di autofiducia e di adeguatezza; al contrario la frustrazione produce sentimenti di inferiorità e di debolezza.

Gli studenti sono un esempio palpabile di questo meccanismo a causa delle aspettative sociali che sono tenuti a soddisfare. In sociologia si parla di “Effetto Pigmalione” per indicare quel particolare fenomeno di suggestione secondo il quale gli individui tendono ad adeguarsi alle aspettative di comportamento che gli altri ripongono su di loro.
Anche chiamato “Effetto Rosenthal” (nome che si deve allo psicologo tedesco che per primo lo teorizzò prendendo in esame dei bambini della scuola elementare), descrive come l’influenza benefica degli insegnanti nei confronti degli studenti particolarmente portati per lo studio a distanza di tempo non fece altro che stimolarli, al contrario l’ostilità di questi nei confronti di alunni meno portati confermò in modo inconscio la loro avversità scolastica. Questo meccanismo è anche definito “profezia che si autoavvera” e vuole dimostrare come, in ambito scolastico come in qualsiasi altro contesto sociale, gli individui sono inconsciamente portati a soddisfare le aspettative altrui.

Secondo Abraham Maslow, psicologo comportamentale considerato il padre delle teorie sulla motivazione, “tutte le persone della nostra società hanno bisogno e desiderio di una valutazione di se stessi e di una stima da parte degli altri, che sia stabile, ferma e ordinariamente alta”.
Senza un’approvazione da parte degli altri sembrerebbe quasi che le nostre azioni non abbiano valore. Questo meccanismo è radicato all’interno della nostra psiche più di quanto possiamo immaginare: siamo esseri sociali che si nutrono e costruiscono la propria personalità grazie al rapporto e al confronto con gli altri, da cui può derivare un ossessivo bisogno di approvazione come anche una estrema sicurezza interiore. In linea generale questo desiderio è presente in piccola parte in ognuno di noi e non dobbiamo sentirci in colpa per questo, ma fare in modo che non prenda il sopravvento sulle nostre scelte quotidiane.

A sostegno di questa tesi, Maslow elaborò la teoria della “Piramide motivazionale” al cui vertice vi sono i bisogni del sé e dell’ autorealizzazione, seguiti dai bisogni sociali quali appartenenza e stima, fino ad arrivare ai bisogni primari e fisiologici. Per raggiungere la realizzazione di sé occorre quindi passare per l’ottenimento della stima altrui, considerata una “bisogno sociale” dell’uomo che deriva dal desiderio di approvazione e di motivazione. Il contributo dello psicologo comportamentale non ha fatto altro che sostenere e confermare quanto queste necessità siano radicate all’interno di ognuno di noi, dimostrando che non c’è niente di sbagliato nell’averne bisogno.

“Come è stato possibile?” Tw:violenza di genere

La violenza di genere è una questione di potere.
Esaminato e diffuso il caso di cronaca commesso a Palermo (di cui non troviamo necessario riportare i dettagli per non aumentarne la spettacolarizzazione) vorremmo prendere in esame un frammento della chat tra gli st*pratori: “se ci penso mi viene lo schifo…” Allora perché continuare se era questo quello che provava? Per rispondere alla legge del più forte, il cosiddetto orgoglio testosteronico, che li identifica nel ruolo di ‘maschio dominatore’ in cui la cultura dello st*pro è interiorizzata!
Questi ragazzini sono l’esempio di come la società non sia riuscita ad educare gli uomini, a partire dai più giovani, al rispetto del consenso.
Alla base del desiderio dei carnefici, i quali hanno fatto in modo che quella giovane donna non avesse né possibilità di scelta, né vie di fuga, c’è la smania del controllo. È proprio questa la parola che turba gli uomini: “controllo”. Non sei un vero uomo se non hai il controllo su una donna.
Ma perché questo meccanismo mentale sfocia in una terribile esasperazione dell’ego maschile? Da dove nasce il desiderio così forte di avere il controllo?

Lo st*pro di gruppo di Palermo ha la struttura di ogni violenza maschile contro le donne, solo che ci fa effetto perché ad agire è stato un gruppo di giovani uomini che ha imparato alla perfezione la cultura di prevaricazione che insegna loro a usare le donne per dimostrare la propria potenza.
Proprio da queste dinamiche di prevaricazione basate sul genere andrebbe costruito un radicale cambiamento culturale che educhi, fin da giovanissimi, alla parità di genere, per prevenire la violenza sistemica contro le donne.

1522 (numero anti violenza e stalking)

..“All’apice della piramide di potere che chiamiamo patriarcato c’è il maschio eterosessuale in quanto tale. Ogni maschio eterosessuale che nasca dentro il patriarcato deve essere consapevole di abitare lo scalino piú alto di una gerarchia di ingiustizia dove tutti quelli e quelle che stanno sotto di lui hanno meno diritti riconosciuti. Negarlo sarebbe non solo illogico sul piano intellettuale, ma anche scorretto su quello etico. Dire «Ma io cosa c’entro con questo» è infantile e un po’ furbo, perché significa non voler riconoscere la differenza tra il concetto di colpa e quello di responsabilità. La colpa è un carico morale esclusivamente personale e, a meno che tu non abbia praticato deliberatamente un’ingiustizia o una violenza su qualcuna, ovviamente non è tua.
La responsabilità invece è un carico etico collettivo che ci riguarda tutti e tutte, perché le regole che seguiamo ogni giorno reggono la disuguaglianza che viviamo, anche se in misura diversa. La colpa ce l’hai o non ce l’hai. La responsabilità invece te l’assumi se pensi che quelle conseguenze ti riguardino e tu possa fare qualcosa per modificarle in meglio.
[…]
L’invito rivolto agli uomini è di assumersi non la colpa, ma la responsabilità di vivere in un sistema in cui i maschi – tutti i maschi, senza distinzione di intenzione – nascevano e nascono con un bagaglio di privilegio che possono anche far finta di non vedere per un po’, ma non per sempre.” -Michela Murgia (scrittrice, drammaturga, blogger, opinionista e critica letteraria italiana queer che ha portato avanti le tematiche di genere lasciandoci una grande eredità)

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