Mese: Novembre 2024

La metamorfosi di Jessica, dietro al velo di: Rabia

Di Veronica Neulichedl

Rabia oppure Rabbia? Un sentimento quasi onnipresente nel corso dell’opera cinematografica, che accompagna Jessica (Megan Northam) nei territori della Siria. Speranzosa di potersene sbarazzare una volta arrivata, la ragazza si trova costantemente alla ricerca di una ragione di vita. Stanca di “pulire il culo ai vecchi” Jessica arriva a Raqqa con la sua amica Laila nel giugno del 2014, dove viene accolta nel centro accoglienza di queste vergini votate al martirio, costretta sin da subito ad assumere la sua nuova identità: Rabia. Conferendole immediatamente un significato bivalente, nel quale “Rabbia” non rappresenta unicamente il sentimento di rabbia, bensì assume nella lingua araba il significato di “giardino”, un luogo destinato a rimanere l’obbiettivo della protagonista. Rabia è stato presentato per la prima volta al Festival del Cinema Francese di Angoulême, per poi debuttare in Italia nel ottobre 2024 ad Alice nella Città. Rappresenterebbe la sezione autonoma e parallela del Festival del Cinema di Roma. Si tratta del primo lungometraggio di Mareike Engelhardt, che ha richiesto un processo di ricerca durato cinque anni, confrontandosi con i più esperti. Incontrando giovani donne tornate dalla Siria e collaborando soprattutto con due giornaliste espertein jihadismo femminile. Trovando dunque un buon equilibrio fra le ricerche documentali ed il taglio thriller drammatico creatosi nel corso della narrazione. La prima parte del film rimane in parte idilliaca, le due amiche parigine in procinto di realizzare un loro sogno, sono emozionate dall’idea del nuovo, per quanto sembri sin da subito appartenere maggiormente all’amica Laila. Con grande stupore una volta raggiunta la villa di Raqqa scopriamo un aspetto dello stato islamico ancora poco approfondito; vediamo queste donne vestite in stile europeo, fumare sigarette e andare a comprare completi lingerie per i loro futuri mariti. Si crea così questa vita parallela nella quale dinanzi ai futuri mariti si comportano in un modo e all’interno della villa in un altro. Ben presto l’atmosfera cambia e subentra lo spazio claustrofobico dell’abitazione, la quale si rivela una prigione femminile, dalla quale si può uscire solamente se sposate. Ovviamente ciò non garantiva che anche questa potesse rivelarsi una prigione.Ma chi permetteva tutto ciò? Madame, interpretata da Lubna Azabal, l’antagonista machiavellica, che attraverso determinati comportamenti come gesti ed azioni che evocano il nazismo, una scelta non casuale ci conferma in seguito Engelhardt. Tramite il personaggio di Azabal decide di esplorare il tema della manipolazione emotiva e soprattutto dell’ideologica degli jihad, approfondendo le dinamiche di reclutamento estremiste. Rimane comunque un personaggio misterioso, in quanto le uniche informazioni reperibili che possano darci una sua retroscena riguardano gli studi in legge alla Sorbonne a Parigi. Diviene molto difficoltoso empatizzare con la protagonista, sin dall’inizio poiché non verranno mai approfondite troppo le ragioni dietro tale scelta, peggiorando nel corso della trama, dove prenderà una strada lontana dal suo sé precedente. Assistiamo dunque ad un disumanizzazione da parte di Jessica che si tramuterà in Rabia, la persona scelta da Madame, creando un conflitto all’interno della psiche della ragazza. Sarà molto più semplice empatizzare con Laila, un personaggio per certi versi più piatto, ma con una certa linearità, che la porterà ad essere un personaggio sempre fedele alla sua persona. Sarà difatti l’amicizia delle due ragazze il vero cardine della narrazione in grado di trasmettere emozioni attraverso una regia realistica, che punta su una rappresentazione documentale, piuttosto che emotiva. Difatti Engelhardt durante una sua intervista sottolinea l’importanza di evitare il falso realismo all’interno del film, prediligendo le esperienze interiori delle ragazze, piuttosto che una realtà visiva diretta.

Rabia non vuole solo raccontare la storia di due ragazze che si uniscono all’ jihadismo, bensì una riflessione riguardo alle “fabbriche di riproduzione” e ad un capitolo storico di cui per quanto recente si sa ancora molto poco. Smascherando gli stereotipi più radicati, come ad esempio che le donne interessate alle ideologie degli jihad abbiano una conoscenza oppure siano estremamente religiose. Difatti come possiamo vedere all’inizio della trama, Jessica, oltre ad avere i capelli colorati, non parlava l’arabo e non sembrava neanche avere una buona conoscenza dell’Islam e così molte altre ragazze. Inoltre, Engelhardt ci teneva a dimostrare il ruolo ricoperto da molte donne all’interno di questo sistema, difatti l’antagonista che porta le ragazze a condurre una vita in prigionia è proprio una donna.

TERAPIA DI GRUPPO- Anteprima del film

di Chiara Ascani

Ieri, 18 Novembre a Roma presso The Space Moderno noi di Pour Parler eravamo presenti all’Anteprima del film “Terapia di Gruppo”.Prima della proiezioni tutti gli attori principali come Claudio Bisio, Margherita Buy, Claudio Santamaria, Valentina Lodovini, Leo Gassman, Ludovica Francesconi e Lucia Mascino sono venuti a salutare il pubblico in sala, il primo ad aver la possibilità di giudicare la nuova uscita.Il Film è prodotto in collaborazione con la Warner Bross. Il Regista Paolo Costella, anche lui presente insieme agli attori, si è detto molto emozionato per i primi feedback, le sale erano gremite di persone.Questo però non era l’unico motivo per festeggiare, infatti il The Space Moderno, ieri, festeggiava il 25esimo anniversario della sua nascita.Fin dal trailer e dalle sponsorizzazioni degli stessi attori su Tik Tok e Instagram già avevano allettato il pubblico. Leo Gassman, 25 anni, dimostra grande dimestichezza dei media e riesce ad avere dalla sua parte molti fan adolescenti ma anche un pubblico maturo.In questo testo, per ovvie ragioni, non faremo spoiler, ma la nostra curiosità a partire dalla trama e dal trailer non è stata delusa.La trama è apparentemente semplice, sei pazienti si ritrovano in uno studio di un eccellente terapista. Il problema è che, tramite la segretaria scoprono di avere tutti appuntamento alla stessa ora. Come è possibile? Sarà sicuramente un errore. Così inizia l’attesa divertente e commovente di questo “Dottorone”. Questo terapista è un esperto di DOC, Disturbo Ossessivo Compulsivo, dalla sindrome di Tourette, alla mania del controllo, all’attenzione per l’estrema pulizia, ognuno dei sei pazienti ha un disturbo diverso. Così si ritrovano tutti nella stessa sala d’attesa, ma la convivenza con i diversi disturbi non è semplice. Otto, interpretato da Leo Gassman è ossessionato dal cellulare, Lilli, ovvero Ludovica Francesconi è una maniaca della simmetria che nervosamente ripete le frasi due volte ( proprio per rispettare l’ordine anche nei discorsi), Bianca, ovvero Valentina Lodovini, disinfetta e pulisce qualsiasi superficie. Non è semplice rimanere insieme ma i pazienti capiscono che, per non rendere vana l’attesa del terapista, possono aiutarsi vicendevolmente.E’ sicuramente una visione particolare e relativa dei disturbi ossessivi, ma nella visone totale del film pensiamo sia riuscito nel suo intento. E’ adatto a tutta la famiglia, riesce a commuovere, anche diverse volte, ma subito il tratto malinconico viene smorzato da battute o esplicitazioni dei doc.Non è facile trattare argomenti così delicati in una commedia, però, c’è attenzione nella sceneggiatura. Il connubio serietà e risata secondo noi ha funzionato e proprio per questo vi consigliamo di andarlo a vedere. Aiuta a riflettere sulle fragilità dell’essere umano e agli ostacoli che ognuno di noi deve superare nella propria vita ma si adatta perfettamente ad una serata- cinema del sabato sera.

Il Film uscirà ufficialmente Il 21 Novembre in tutti i cinema.Vi auguriamo una buona visione.

“Le Relazioni tra Iran, Israele e USA: Tra Petrolio, Conflitti e Geopolitica”

di Francesca Insogna

Ticchetta l’orologio in piazza Palestina, a Teheran, installato nel 2017 per segnalare il conto alla rovescia verso il 2040, data in cui si prevede la caduta di Israele da parte delle Repubblica Islamica Iraniana.

In questi ultimi giorni Hamas, organizzazione palestinese islamista fondata nel 1987, ha ricevuto dure perdite da parte degli israeliani e, mentre tutto il mondo osserva cosa il governo iraniano farà rispetto alla situazione a Gaza, ci domandiamo come siamo arrivati fino a qui? E soprattutto che ruolo gioca il petrolio in tutta questa storia?

Non ci sarebbe migliore introduzione che quella dataci da Michael Ross, l’autore di ‘The Oil Curse’. Per i paesi in via di sviluppo la scoperta del petrolio, importante risorsa energetica ed economica, comporta caratteristiche quali, livelli bassi di democrazia, instabilità civile e alta probabilità di soffrire per guerre civili, disparità economiche e minori opportunità di lavoro per donne. Tutto ciò è definito dagli analisti politici come ‘maledizione delle risorse’, lo spiacevole paradosso per cui avere abbondanza di materiali ricchi, scatena e genera solo più competizione tra gli individui e corruzione.

La vicenda tra Iran, Stati Uniti ed Israele nasce nel grezzo petrolio di Abadan, nel sud dell’Iran. Sebbene oggi l’OPEC, l’Organizzazione dei Paesi Esportatori del Petrolio, ci sembri a noi europei un cartello, peggio di Pablo Escobar, prima del 1951 i ruoli erano ben invertiti. In Iran dal 1901 William Knox D’arcy firmò con lo scià di Persia la “Concessione di D’arcy”, un documento che aveva una validità di 60 anni e consentiva alla compagnia Anglo-Iranian Oil Company di ottennere il diritto esclusivo di esplorare e sfruttare le risorse petrolifere in quasi tutto il territorio persiano.

La storia dell’Iran moderno dunque inizia nel 1951, quando il Primo Ministro iraniano Mohammed Mossadegh nazionalizzò le risorse petrolifere, suscitando l’ira degli inglesi e degli americani, che nel 1953 orchestrano un colpo di stato per reinstaurare lo Scià Muhammed Reza Pahlavi. Pahalavi fu amato dall’America, la quale cercava accessi sicuri a giacimenti di petrolio esteri (come aveva già fatto con l’ARAMCO in Arabia Saudita) e trovava in Pahlavi l’unico fonte di approvvigionamento stabile anche durante l’embargo dei paesi arabi dell’OPEC a seguito allo scoppio della quarta guerra arabo-israeliana.

Ma Pahalavi fu anche odiato dagli iraniani, i quali ripudiavano dal suo regime le disuguaglianze economiche, la repressione politica (condotta dalla polizia segreta SAVAK), la percepita dipendenza dell’Iran dagli Stati Uniti e dalla corruzione del regime. Anche le relazioni di Israele sono sempre state dettate dalla purezza del petrolio. Sebbene negli anni ’60 l’Iran forniva petrolio in cambio di armi e competenze tecniche da Israele, oggi i due Paesi sono su posizioni opposte. Un esempio significativo di questa passata collaborazione però fu la costruzione della ‘Israeli-Iranian Pipeline’ da Ashkelon a Eilat, nel mar Rosso.

Il gasdotto, di grande diametro, fu costruito nel 1968 come una joint-venture al 50/50% tra Israele e Iran. Con la Rivoluzione del 1979, l’Iran subì un cambiamento radicale che portò al potere l’Ayatollah Khomeini e l’instaurazione di un sistema teocratico. Questo nuovo regime, sebbene si presentasse come democratico, si fonda sull’importanza della Sharjah, suscitando l’indignazione degli Stati Uniti, che si consideravano i principali sostenitori della democrazia nel mondo e rappresentano una significativa presenza cristiana nel mondo.

Nell’epoca della rivoluzione, nelle piazze di Teheran studenti iraniani con le lauree in una mano e la disoccupazione nell’altra, cercavano un processo di giustizia contro lo Scià scappato in America, e per ripicca attaccarono e rapirono 52 ostaggi americani dell’ambasciata di Teheran. Questo atto fu il primo a suscitare una reazione di soft-power americano: non si sarebbe più dialogato con l’Iran ed i maggiori suoi sostenitori sono stati i NEOCON negli States. Il Presidente Carter emise l’ordine esecutivo 12170, nel novembre 1979, congelando circa 12 miliardi di dollari in attività iraniane, puntando al più grande settore economico del paese: le esportazioni petrolifere. Gli ostaggi furono trattenuti per 444 giorni e vennero rilasciati solo il 20 gennaio 1981, lo stesso giorno dell’insediamento del presidente Ronald Reagan.

Quelle furono solo le prime sanzioni contro l’Iran, seguite da molte altre negli anni successivi. Negli anni ’90, gli Stati Uniti introdussero misure mirate principalmente al settore petrolifero iraniano, vietando investimenti nelle risorse energetiche del paese. Con l’Iran and Libya Sanctions Act (ILSA) del 1996, furono imposte penalità alle aziende straniere che investivano oltre 20 milioni di dollari nel settore energetico iraniano. Nonostante il dimezzamento del PIL nel 1997, il governo moderato di Khatami cercò di allentare alcune sanzioni attraverso la diplomazia. Tuttavia, negli anni 2000, l’amministrazione Bush intensificò le restrizioni, e nel 2010 il Congresso approvò il Comprehensive Iran Sanctions, Accountability, and Divestment Act (CISADA), che colpì duramente settori strategici. Gli Stati Uniti giustificarono queste misure con il sospetto che l’Iran stesse sviluppando armi nucleari senza notificarlo all’International Atomic Energy Agency (IAEA), violando così il diritto internazionale. Nel frattempo, l’Iran, temendo attacchi militari da Israele e dagli Stati Uniti, che aumentavano la loro presenza militare nella regione, puntava sul programma nucleare come strategia di resistenza alle pressioni internazionali. Tuttavia, nel 2015, il governo iraniano fece un passo significativo firmando il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), noto come accordo nucleare iraniano, con l’ONU, gli Stati Uniti e l’Unione Europea, promettendo di smantellare buona parte del suo programma nucleare e delle sue armi atomiche in cambio dell’allentamento delle sanzioni, per favorire la pace internazionale. Eppure, come nel regno dello Scià, anche durante la Repubblica gli studi mostrano una relazione non lineare tra le entrate petrolifere e l’ineguaglianza. Inizialmente, quando le entrate petrolifere aumentano, l’ineguaglianza tende a diminuire grazie a nuove opportunità di lavoro e maggiori spese pubbliche. Tuttavia, oltre una certa soglia, un’ulteriore crescita delle rendite petrolifere porta a un aumento delle disuguaglianze, poiché le risorse vengono distribuite in modo inefficiente e a vantaggio di gruppi privilegiati. Durante la presidenza del conservatore Ahmadinejad, per esempio, dagli anni 2005 al 2013 si notano politiche simili a quelle dello Scià, come la soppressione delle istituzioni economiche indipendenti e l’uso delle rendite petrolifere per progetti clientelari (come il progetto Maskan Mehr, progetto di edilizia per i più bisognosi, incompiuto e disastrato). Anche nella Repubblica Islamica, la militarizzazione rimane centrale. Sotto Ahmadinejad, i Guardiani della Rivoluzione (IRGC) divennero sempre più influenti nelle questioni politiche ed economiche, indicando una continuità nell’uso del potere militare per mantenere il controllo politico. Ciò ci porta infatti ad oggi, dove l’eredità di Khomeini come Rahbar, o Guida Suprema dell’Iran, è ancora radicata nell’aspirazione di riunificare il Medio Oriente sotto la leadership sciita iraniana. Per raggiungere questo obiettivo, è fondamentale sostenere la causa palestinese. Khomeini considerava Israele un problema di colonizzazione, un’entità occidentale presente in territori musulmani del Medio Oriente, visto come un intruso con cui non era possibile negoziare. Da allora, la propaganda del regime ha impiegato diverse tecniche per enfatizzare questo cambiamento nella sua politica diplomatica.A livello internazionale però, sembrava che nel 2016 si fosse finalmente instaurata una certa calma, ma l’emergere di un attore inaspettato stravolse tutte le relazioni con l’Iran: Donald Trump. L’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti si inserì in un contesto di crescente disprezzo per il Medio Oriente, caratterizzato da islamofobia e da una pressione internazionale sempre più forte per rendere più sostenibile un’economia americana fortemente dipendente dal petrolio. Nonostante la IAEA, infatti, avesse confermato che l’Iran stesse rispettando parte del suo accordo nucleare, nel 2017 Trump non ha ridotto le sanzioni come promesso dall’accordo, ma anzi ne ha create di nuove: sia contro le aziende americane sia estere che fanno accordi con l’Iran. Nuovamente l’Iran negozia, ma la Casa Bianca rifiuta le richieste iraniane; il paese così nel 2018 rimane bloccato a livello politico internazionale in una strategia definita di ‘pazienza strategica’, ma ben presto il quarto crash economico causato dalle sanzioni americane porta astio fra la popolazione ed i rapporti con gli occidentali finiscono quasi del tutto. Oggi l’Iran si affretta ad inserirsi nel conflitto israelo-palestinese, investendo in armi pesanti e puntando sul settore della petrolchimica e delle plastiche, con l’obiettivo di rilanciare un PIL che, dalla metà degli anni ’90, ha registrato fluttuazioni significative per garantire così il suo status nella regione.Vedremo dunque come una futura escalation dell’Iran nel conflitto israeliano sarà molto motivata dalla decisione di vendetta nei confronti degli USA e dei loro alleati. Nel Medio Oriente, il petrolio non è solo una risorsa, ma la chiave che apre i cancelli dell’influenza globale. Gli Stati Uniti, nel tentativo di mantenere un equilibrio in un sistema economico e industriale globale che hanno creato e che si regge principalmente sul petrolio, hanno intrecciato la loro politica estera con queste dinamiche. Una politica che oggi fa emergere gli sgoccioli.

Antonio Conte, il faro di Romelu Lukaku

Il campo rivela che l’attaccante belga è libero dai condizionamenti esterni e rende di più quando ad allenarlo è il tecnico di Lecce

di Marco Grande

Si scrive Romelu Lukaku, si legge Antonio Conte . Dopo una separazione durata tre stagioni, adesso il centravanti belga e il tecnico leccese si sono trovati nuovamente.Questa volta, però , non più alla Pinetina, dove ancora affiorano i dolci ricordi del diciannovesimo scudetto targato Inter che i due hanno conquistato nel maggio del 2021, ma a Napoli.

Squadre differenti ma stesso obiettivo. Anche in terra partenopea, oggi più che mai, è concesso sognare in grande. Rievocare i fasti del tricolore di appena un anno e mezzo fa è il sogno nel cassetto degli Azzurri del Presidente Aurelio De Laurentiis che , non a caso, in estate ha virato proprio su Conte in panchina per lottare di nuovo per la conquista del campionato.Quale attaccante poteva portare con sé il nuovo tecnico, se non il suo pupillo belga?

Conte – Lukaku, storia di un rapporto umano prima che professionale

Nella vita è fondamentale trovare delle figure di riferimento, delle persone con cui condividere non solo le gioie, ma che sappiano anche supportare quando le cose vanno male, ascoltare e motivare nei momenti in cui la luce stenta a filtrare. Questo discorso può essere applicato anche nello sport. Da una parte si può avere un allenatore estremamente intransigente, che ‘bacchetta’ al minimo errore e che è in prima fila quando si tratta di muovere critiche; dall’altra è possibile trovare una guida più severa ma che al tempo stesso sprona e motiva, affinché possiamo tirare fuori il meglio di noi. Ne sa qualcosa proprio Lukaku: ogni volta che l’attaccante belga ritrova Antonio Conte come coach, sembra che il suo già grande potenziale diventi illimitato. La storia ci insegna che ‘Big Rom’ (questo il suo soprannome) quando viene allenato dal leccese, sembra più leggero dal punto di vista psicologico, libero, e questo ha dei riscontri significativi anche sulla sua performance all’interno del rettangolo di gioco.Conte si è sempre rivelato un’arma in più quando si tratta di saper estrapolare il meglio dai suoi giocatori. Oltre che allenatore, quindi, può definirsi un vero e proprio motivatore. Con lui, i limiti tecnici del singolo, vengono sempre colmati.Lukaku è un giocatore che non ha bisogno di presentazioni, ma dietro alle critiche c’è sempre un uomo: quando l’attaccante belga viene bersagliato dalla stampa o dai tifosi spesso accusa il colpo, con dei tristi risvolti anche sull’esperienza in campo.Se da un lato c’è chi risponde alle critiche con motivazione e voglia di zittire, dall’altro c’è anche chi non riesce a dare sfogo al talento per via del peso psicologico con cui convive. La storia del giocatore, comunque, parla chiaro, e fin qui ha dimostrato che Lukaku sotto la guida di Conte è sempre stato un elemento ineccepibile, con numeri migliori rispetto a quelli delle altre gestioni. Sarà che c’è una forte connessione tra la presenza di Conte e il suo rendimento? D’altronde, quando ci si sente spronati e incoraggiati è plausibile provare una sensazione di tranquillità.

Big Rom prima dell’incontro con Conte e l’esperienza interista

Quando avviene il primo incontro con il tecnico leccese, quella di Romelu Lukaku è una carriera già avviata. Un tecnico determinato, il leccese, che in genere decide di sposare una causa a patto che, intorno, vi sia un progetto solido. E i progetti solidi, di solito, nel calcio richiedono determinati giocatori. Proprio per questo, nell’estate del 2019, l’ex C.T. della nazionale fa il nome di Lukaku alla dirigenza della sua nuova Inter per l’attaccante nerazzurro da affiancare all’argentino Lautaro Martinez.Come detto, ‘Big Rom’ non era affatto uno qualunque cinque anni fa: oltre ad essere nei ranghi della nazionale belga da quasi un decennio, Lukaku aveva scritto pagine importanti nella storia della Premier League con le maglie dell’Everton prima e del Manchester United poi. Tuttavia, le critiche piombavano spesso su di lui: il suo enorme potenziale offensivo portava la stampa e i tifosi delle squadre per cui giocava a chiedergli sempre di più. Raramente a Lukaku veniva fatto passare qualcosa, c’era sempre un dettaglio in cui poteva migliorare. Anche quando magari faceva bene.Per soddisfare le richieste di Conte, comunque, l’Inter deve saziare la pancia delle casse del Manchester United, la squadra che detiene il suo cartellino. Così 75 milioni di euro sono sufficienti per strapparlo agli inglesi e portarlo nella fazione nerazzurra di Milano. Decisione azzeccata, solo per usare un eufemismo. Nel corso dei due anni sotto la guida tecnica di Antonio Conte, l’attaccante belga mette a referto ben sessantasei reti, conditi da diciotto assist, in appena novantasette partite ufficiali con il club nerazzurro. Se il primo anno è quello in cui l’Inter fa le prove generali per il tricolore, sfumato per appena un punto in favore della Juve di Sarri, la seconda stagione è davvero quella della volta buona. Dal canto suo, Lukaku fa la voce grossa: ventiquattro reti in serie A con tanto di nomina di miglior giocatore del campionato e Scudetto di nuovo a casa. Undici anni dopo l’ultima volta.Delirio ed apoteosi per l’Inter di Antonio Conte, ma è proprio quando i festeggiamenti fanno pensare alla nascita di un ciclo vincente, che il ciclo s’interrompe. Conte, si sa, è un allenatore che non crede tanto nei progetti a lungo termine. Di fatto, al termine della stagione 2020-2021, interrompe il proprio rapporto con l’Inter (con cui era anche arrivato, nel corso della prima annata, ad un passo dalla vittoria dell’Europa League).In parallelo, anche l’avventura di Lukaku con i nerazzurri è ai titoli di coda: il Chelsea mette sul piatto 115 milioni, l’Inter non ci pensa due volte e il classe ’93 torna nel campionato più affascinante del mondo per prendersi la sua rivincita. Purtroppo, però, non sarà affatto così. Ciò che stupisce molto del biennio trascorso insieme tra i due è il grande rapporto di stima reciproca sussistente tra allenatore e giocatore.Lukaku è un ragazzo che spesso sente intensamente il peso delle critiche. Con Conte, però, aveva trovato un’altra dimensione, dove si sentiva esaltato quando faceva bene, ma soprattutto stimolato ed incoraggiato durante i momenti critici. Un vero e proprio punto fermo per il suo morale: quando il mare era in tempesta, Antonio era il faro di Romelu.

Il dolore della ‘separazione’ e il periodo buio.

L’estate del 2021 sancisce il ritorno di Lukaku in Premier. Questa volta, però, Big Rom approda al Chelsea per poter consacrarsi definitivamente. L’inizio della sua nuova avventura non è nemmeno negativo. Anche se, dopo un exploit avvenuto durante il primo mese, il nome di Lukaku scompare progressivamente dal taccuino del tecnico tedesco Tomas Tuchel, che gli concede sempre meno spazio a causa di un cambio nel sistema di gioco, fino a relegarlo ai margini della squadra. Dall’essere una star al sentirsi dimenticato, il passo è davvero breve. Ed ecco che, al termine della stagione 2021-2022, Lukaku ritorna all’Inter. Questa volta, però, ad accoglierlo non c’è più Antonio Conte, ma Simone Inzaghi. Dopo un avvio complicato legato a costanti problemi fisici, Lukaku emerge solo nel finale di stagione, contribuendo alla qualificazione dei suoi alla successiva Champions ed arrivando in finale nella massima competizione europea. Del Lukaku bis, però, del giocatore che aveva preso in ostaggio il cuore dei tifosi nerazzurri, nemmeno l’ombra.Il 2023-2024 è la stagione che lo vede passare alla Roma. Sotto la gestione di Mourinho prima e di De Rossi poi, termina una stagione complessivamente positiva, in cui segna soprattutto in Europa League gol molto pesanti.

Certi amori non finiscono

Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano, ce lo ricorda bene Antonello Venditti. Quello di Antonio Conte e di Romelu Lukaku è un giro lungo tre anni ma che, alla fine, li ricongiunge di nuovo.3 / 3Dove eravamo rimasti? Estate 2024. A Napoli c’è un clima di profonda depressione derivata da una stagione fallimentare che ha seguito quella del terzo scudetto della storia del club partenopeo. I tifosi sono amareggiati e non riescono a trovare spiegazioni di fronte ad una disfatta tanto abissale. Il Presidente De Laurentiis, dal canto suo, sa che l’unico modo per riconquistare la sua gente è ripartire con un progetto. Possibilmente solido. Da qui il nome di Antonio Conte per la panchina e per rianimare una tifoseria spenta. Le idee chiare su come ripartire il leccese le ha, e dato che Osimhen, il centravanti scudettato, non ha più intenzione di vestire la casacca degli Azzurri, Conte lo vuole rimpiazzare proprio con Lukaku. Trascorsa la prima giornata di campionato, ecco che Big Rom approda a Napoli, tra l’entusiasmo della gente partenopea. Tornato sotto la guida del suo motivatore, l’inizio di stagione è molto convincente per lui. In appena nove partite di campionato disputate, Lukaku ha messo a segno già quattro reti e contribuito alla causa con quattro passaggi vincenti per i compagni. Adesso è di nuovo un giocatore spensierato ma al tempo stesso con fame agonistica. La stessa serenità mista a voglia di imporsi che Antonio Conte è tornato a trasmettergli.In genere, quando si è sereni si lavora bene e spesso si producono anche i risultati. Magari perché si ha più fiducia in sé stessi.La storia del rapporto di sinergia tra Conte e Lukaku può essere anche utile per riflettere su un ulteriore spunto: l’ambiente che ci circonda, in qualsiasi ambito, è tutto.

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