Mese: Luglio 2025

Il prezzo della perfezione: quando lo sport diventa tossico

di Mariangela Palazzesi

Nel mondo scintillante della ginnastica ritmica e artistica, dove ogni gesto è studiato, ogni movimento calibrato al millimetro, troppo spesso si dimentica quanto possano essere pesanti i sacrifici richiesti a chi si allena per raggiungere l’eccellenza. Dietro l’armonia dei corpi, la leggerezza dei passi e la perfezione tecnica si cela un mondo fatto di pressioni, controlli ossessivi e, in alcuni casi, veri e propri abusi.Questi sport, che esaltano l’arte e la bellezza, richiedono una precisione estrema e un rigore fisico e mentale quasi disumano. La ricerca della perfezione, però, può trasformarsi in un tunnel buio, in cui la salute mentale degli atleti viene sistematicamente messa a rischio. E il lavoro quotidiano in palestra, spesso ignorato o sottovalutato dal grande pubblico, può diventare una prigione.È quello che sembra emergere con chiarezza dalle vicende che hanno recentemente scosso la ginnastica italiana. Uno dei casi più eclatanti riguarda la nazionale di ginnastica ritmica, le celebri “Farfalle”, protagoniste di inchieste internazionali e olimpiche, oggi finite sotto i riflettori non per i successi, ma per accuse gravissime.Al centro dell’indagine giudiziaria vi è l’allenatrice storica della squadra, Emanuela Maccarani, accusata da alcune ex atlete di aver esercitato pressioni psicologiche estreme, con un’attenzione ossessiva al peso corporeo. Secondo le testimonianze, le ginnaste venivano pesate quotidianamente prima dell’allenamento, e bastava un incremento minimo per scatenare commenti umilianti e parole taglienti. La bilancia, da semplice strumento di controllo, era diventata un simbolo di terrore.La Maccarani ha sempre respinto le accuse, dichiarandosi estranea a qualsiasi comportamento scorretto. Tuttavia, il caso resta aperto, in attesa di una verità definitiva.Non si tratta, purtroppo, di un episodio isolato. A portare alla luce un’altra dolorosa testimonianza è stata Carlotta Ferlito, ex ginnasta della nazionale italiana di artistica, presente alle Olimpiadi di Londra 2012 e Rio 2016. Attraverso i social, Ferlito ha raccontato gli abusi psicologici subiti fin da bambina: allenatrici esigenti, commenti continui sul corpo, imposizioni fisiche che hanno lasciato cicatrici profonde. Dopo il ritiro dall’attività agonistica, ha avuto il coraggio di denunciare tutto e di raccontare pubblicamente la sua lotta contro i disturbi alimentari, sviluppati durante la carriera. Solo con il tempo, ha detto, è riuscita a rivedere il proprio corpo con occhi nuovi.Molti degli atleti coinvolti in questi contesti sono giovanissimi, spesso adolescenti o addirittura bambini, ancora nel pieno dello sviluppo fisico ed emotivo. In questa fase fragile, ogni parola può diventare un macigno. E la ginnastica, come altri sport estetici, purtroppo non fa eccezione: la pressione sul corpo, il controllo ossessivo del peso, la richiesta costante di conformarsi a un ideale spesso irraggiungibile alimentano una cultura tossica, che può sfociare in disordini alimentari e disagio psichico.

Durante le competizioni trasmesse in TV non è raro vedere atlete esili al limite della fragilità, quasi risucchiate dalla scena. Dietro quell’eleganza c’è spesso una dieta rigida, un’ansia costante da prestazione, e l’illusione che solo un corpo “perfetto” possa garantire risultati. Il problema, però, è culturale: chi cresce in un ambiente in cui l’errore non è contemplato, in cui ogni esibizione vale il lavoro di un’intera vita, difficilmente riesce a mettere la propria salute al primo posto.La giovane età degli atleti aggrava il quadro: molti non hanno ancora gli strumenti per riconoscere la tossicità dell’ambiente in cui si trovano. E spesso, chi dovrebbe sostenerli con cura e rispetto —allenatori, preparatori, dirigenti — diventa fonte di pressioni, se non di veri e propri traumi.Negli ultimi anni, per fortuna, l’attenzione verso la salute mentale degli atleti è cresciuta. Si comincia a parlare apertamente di disturbi alimentari e di ansia. Sempre più spesso, amici, genitori e compagni riescono a riconoscere i segnali d’allarme. Anche il tabù sulla psicoterapia si sta lentamente sgretolando.Ma il percorso è ancora lungo. Servono regole chiare, controlli, formazione specifica per chi lavora a contatto con minori. Soprattutto, serve un cambio di mentalità: lo sport deve essere crescita, passione, impegno. Non può trasformarsi in una gabbia che annienta i sogni e devasta l’identità di chi lo pratica.Gli atleti e le atlete meritano rispetto. Il loro lavoro, il loro sacrificio, la loro dedizione vanno celebrati. Ma non si può permettere che la ricerca del risultato a ogni costo cancelli l’umanità di chi, ogni giorno, lotta per brillare su una pedana.

“Spazio Antonioni” e “Cronaca di un amore”: Guida fotografica della Ferrara di Antonioni

Fotografie a cura di Davide Micieli

Spazio Antonioni”

Ferrara diventa luogo di riscoperta e di conoscenza

Di Maria Cristina Oi

Michelangelo Antonioni, pietra miliare del cinema moderno italiano, diventato un faro anche per il panorama internazionale grazie alla sua opera vasta e profonda, nasce a Ferrara (29 settembre 1912), luogo di formazione e di ritorno, luogo di vita. La città è oggi un punto chiave se si vuole riscoprire il regista, ripercorrere i suoi passi, camminare tra gli spazi del suo cinema. 

E’ proprio a Ferrara, infatti, che a giugno del 2024 nasce lo Spazio Antonioni, il primo ed unico museo interamente dedicato all’opera di Michelangelo Antonioni. Il progetto, a cura di Dominique Païni, già direttore della Cinémathèque Française, esplora tutta l’arte del Maestro ferrarese, donando un tuttotondo sulla sua opera. Un’esplorazione approfondita e variegata del suo percorso artistico e personale. Un itinerario espositivo capace di incuriosire ed arricchire, di conoscere e riscoprire.

“L’idea portante è quella di creare un museo vivo, un luogo di formazione e di scoperta, dove esplorare le preziose testimonianze del lavoro di Antonioni e approfondire i molteplici nessi con l’opera di artisti, registi, intellettuali che l’hanno ispirato o che continuano a trarre nutrimento dal maestro”.

Lo Spazio Antonioni offre un’importante selezione del vasto Archivio Antonioni, donato al Comune di Ferrara dal regista stesso insieme alla moglie Enrica. Si tratta di una grandissima raccolta che permette di conoscere a pieno e di scoprire anche i lati più intimi del regista. Un vagare con la mente che viene spontaneo, un luogo perfetto dove cercare risposte.

In mostra, infatti, si possono ammirare materiali di ogni tipo: film, produzioni artistiche, sceneggiature originali, scritti letterari, riflessioni critiche, manifesti, fotografie di scena, ma anche dipinti e disegni realizzati da Antonioni, i suoi libri, dischi, premi, la sua corrispondenza con figure come Roland Barthes fino ad Umberto Eco. Accanto a questi, trovano anche il loro spazio oggetti più intimi e personali: un violino, una racchetta da tennis, i suoi interessi giovanili.


A completare questo ricco patrimonio c’è la possibilità di assistere a proiezioni di sequenze tratte dai film di Antonioni, messe a confronto con le opere visive che ne hanno influenzato l’immaginario. Il percorso espositivo segue un ordine cronologico, permettendo di attraversare le diverse fasi della sua carriera cinematografica. Un’intera sezione è dedicata alla sua produzione pittorica, meno nota ma altrettanto significativa per comprendere la sua sensibilità artistica. A ciò si affianca uno spazio multifunzionale pensato per ospitare rassegne, incontri e mostre dossier, rendendo il luogo un vero e proprio centro culturale.

“Ho lasciato Ferrara molti anni fa con un bagaglio di affetti e di immagini che ho portato sempre con me ovunque sono andato”.

Ferrara, città natale di Michelangelo Antonioni, diventa quindi luogo di riferimento centrale per esplorare la sua poetica, per riscoprire i luoghi del suo cinema e quelli della sua arte interiore.

“Cronaca di un amore”

Ferrara come spazio del sospetto, della memoria e dell’impossibile

Di Veronica Neulichedl

Una donna bellissima. Un investigatore. Una storia finita troppo presto, eppure mai davvero chiusa. Se Cronaca di un amore apre la carriera cinematografica di Michelangelo Antonioni, è perché già contiene tutto ciò che lo renderà inconfondibile. Il tempo sospeso, i gesti mancati, la distanza tra persone che sostengono di amarsi. Ma soprattutto: i luoghi. 

Ed è proprio per raccontare questa vicenda amorosa segnata da un delitto, un passato rimosso ed un presente borghese vuoto, che Antonioni torna nella sua Ferrara. Attraverso uno sguardo che sembra scavare nei muri, nelle strade, nelle finestre chiuse. Ferrara non vi è più un fondale, bensì un personaggio. La cronaca stessa.

Il Palazzo Prosperi-Sacrati, ad esempio, non è solo una dimora elegante. Diventa la casa di Matilde, il luogo dell’indagine e dell’attesa. Un punto di partenza che già parla di una classe sociale, di un certo modo di abitare il silenzio. L’investigatore Carloni arriva lì per cercare risposte, ma trova solo un’eleganza ferma, che non restituisce niente, se non l’impressione che tutto sia già accaduto e sia stato sepolto.

Proseguendo su Corso della Giovecca, troviamo un’altra scena chiave: la Palazzina Marfista d’Este, oggi chiusa al pubblico. Qui Carloni indaga sul passato di Paola, la protagonista interpretata da Lucia Bosè. La città si presta perfettamente a questa operazione archeologica, quasi una seduta psicoanalitica per immagini. Antonioni la usa come uno strato da scrostare, per far riemergere ciò che i personaggi hanno tentato di rimuovere.

Il controcampo di quella scena mostra i campi da tennis del Tennis Club Marfisa, luoghi borghesi per eccellenza, metafora perfetta dell’equilibrio precario tra apparenza e desiderio. Non c’è agonismo, solo il gesto vuoto, il movimento ripetuto, in uno spazio ordinato dove nulla dovrebbe succedere. E invece qualcosa è successo, anche se il film non ce lo mostra mai. Come se il vero evento fosse l’assenza.

Antonioni è così: non gira mai dove ti aspetti. Non mostra mai quello che dovrebbe essere al centro. Al tribunale in Via Borgo dei Leoni, che nel film diventa il liceo frequentato da Paola, si chiude un cerchio. Lì si studia, si cresce, si impara a stare al mondo. Ma è anche lì che la protagonista ha avuto i primi contatti con quel passato torbido che ora torna a perseguitarla. La scuola come luogo di formazione, ma anche di deformazione. Nulla in Cronaca di un amore è innocente, nemmeno l’adolescenza.

La città diventa così teatro di una storia di pedinamenti e sospetti, ma anche qualcosa di più profondo. Ferrara è il simbolo della memoria che non guarisce, dello spazio borghese che soffoca ogni slancio autentico. Paola e Guido non riescono a vivere il loro amore perché sono prigionieri non solo del denaro, ma anche dei luoghi stessi in cui si muovono. Ogni angolo sembra guardarli, ogni edificio custodire un segreto.

E allora non sorprende che Antonioni scelga di girare qui. Non è nostalgia, è un ritorno critico. Come se solo tra le geometrie severe della sua città natale potesse iniziare a costruire il suo nuovo linguaggio cinematografico. Un cinema che rifiuta il melodramma e abbraccia il vuoto, che non vuole spiegare bensì suggerire. Difatti tutte le scelte sono inconsce per l’autore, perciò non vi è spiegazione. E come lo stesso Michelangelo Antonioni afferma:“ l’inquadratura non è mai frutto di un ragionamento è una scelta istintiva”.            ​                                  

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