Mese: Ottobre 2025

Dino Risi: “I mostri” della vita quotidiana

Di Chiara Pascucci

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, l’ondata del Neorealismo nel cinema raccontava fame e morte. Lo Stato cerca in breve tempo di spegnere il lume di questa nuova corrente; nessuno aveva in mente ancora di concentrarsi su quello che era stato. Il cinema sentiva la necessità di risorgere, di condurre lo spettatore al divertimento, di riconquistare un posto all’interno dello scenario internazionale. La chiave di tutto fu la commedia: gli spettatori non accettavano di guardare lucidamente la miseria in cui erano sommersi, ma adoravano guardarsi rappresentati in chiave comica. Negli anni ‘60, con l’avvento del boom economico, la commedia affila i propri coltelli, e si dedica ad una critica lucida ed aspra sui comportamenti umani tipicamente italiani. La commedia all’italiana è una commedia del riso, ma anche della riflessione, fatta di quel retrogusto amaro lasciato dietro ad una risata che sembra apparentemente goliardica. Siamo di fronte forse ad uno dei fenomeni più importanti della nostra storia: un cinema che è in grado di cogliere gli aspetti più autentici della nostra società, di riconsegnarli in chiave ironica per far luce sui nostri difetti peggiori. Una vera e propria presa di coscienza sociale involontaria, mascherata da personaggi iconici e storie bizzarre.

Uno degli esempi più lampanti è rappresentato da “I mostri” di Dino Risi, 1963; sceneggiato da Agenore Incrocci, Ruggero Maccari, Elio Petri, Dino Risi, Furio Scarpelli, Ettore Scola, il film ci mostra una vera e propria carrellata di mostri quotidiani.

Una serie di episodi ci raccontano in maniera diversa individui spregevoli, approfittatori, ipocriti, tutti inseriti nella società degli anni ‘60. La chiave fondamentale del film è la sua contemporaneità: gli individui non rimangono relegati alla propria dimensione storica, ma risultano incredibilmente attuali anche agli occhi di noi spettatori postmoderni. Questo risultato dipende forse dall’inevitabile banalità del comportamento umano; un comportamento che esula da qualsiasi dimensione temporale, ma fa riferimento a tutta una serie di atteggiamenti che l’uomo continua inevitabilmente ad attuare. Protagonisti del film, due indimenticabili Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi. I due veri mattatori per eccellenza, che con abilità si fanno strada tra personaggi completamente diversi, o per meglio dire, tra maschere diverse. La forza de “I mostri” risiede anche nella dimensione estetica. Per accentuare la loro moralità oscura, ogni personaggio presenta caratteristiche fisiche profondamente grottesche. Il grottesco gioca sull’ambiguità del mostro. Emblematico l’episodio che porta questo nome: due poliziotti scortano un pericoloso criminale che ha sterminato interamente la sua famiglia; al grido di una foto da parte dei giornalisti per immortalare “il mostro” – si aprirebbe tra l’altro un discorso sulla spettacolarizzazione della cronaca nera- i due poliziotti si mettono in posa, rivelando caratteristiche fisiche esilaranti ed orrende. La commedia ci sta chiedendo: chi è davvero il mostro qui?

La struttura ad episodi contribuisce a dare respiro al film: tipico di questa formula è mischiare episodi d’impatto, con episodi più deboli dal punto di vista della sceneggiatura. Questo aiuta lo spettatore a non rimanere inerte di fronte alla critica più aspra, e di conservare l’effetto sorpresa per gli episodi con un messaggio più importante.

Il meccanismo comico è chiaro: parlare di un qualcosa, con determinate caratteristiche, che possa poi essere completamente sovvertito sul finale, lasciando lo spettatore esterrefatto.  Mi viene da pensare all’episodio “Che vitaccia!” Dove un Gassman povero padre di famiglia numerosa, disperato nel non riuscire neanche a garantire le cure per il proprio figlio malato, preferisce comunque alla fine dell’episodio spendere gli ultimi spiccioli per andare a vedere una partita allo stadio; terribile, ma davvero così poco plausibile?

La satira però non si limita a questo, ma colpisce ogni ambito della società: la coppia, con l’episodio intitolato “L’oppio dei popoli”, dove un marito non si rende conto dell’amante della moglie a casa, perché troppo intento a guardare la televisione; il rapporto padre e figlio con “L’educazione sentimentale” -una chiave comica sulla scia de “I bambini ci guardano” di De Sica- dove un padre impartisce una serie di insegnamenti furbetti e maschilisti al figlio, con tragedia finale. Torna la macchina, lo status symbol, con “Vernissage” dove un padre di famiglia compra una nuova fiat 500, simbolo di benessere, e dopo averla decorata con santini e foto dei figli, ci fa salire sopra una prostituta. Siamo di nuovo di fronte all’ipocrita borghesia. 

Neanche il teatro e il cinema sfuggono all’occhio cinico della comicità, con “La raccomandazione” e “Presa dalla vita”, dove vediamo anche una sottile parodia di Fellini.

Una parte della satira si dedica anche alla crisi della virilità, alla presa in giro dello stereotipo maschile tipico della commedia del boom, con “Latin Lovers”.

Ma in assoluto l’episodio più importante è proprio quello finale; Intitolato “La nobile arte”, seguiamo da vicino il vecchio pugile Guarnacci (Tognazzi) che cerca di combinare un incontro impari tra il campione del momento, e Artemio Altidori (Gassman), pugile ormai suonato ed in pensione, che vive al mare con la moglie. Le lusinghe lo fanno cedere, e nonostante non sia più in grado di poter combattere, accetta, per rivivere le glorie di un tempo. Ovviamente perde, ma non senza conseguenze gravi che lo porteranno ad una grave menomazione fisica e mentale, permanente. La sequenza finale stona un po’ con tutto quello che gli episodi ci hanno insegnato. La risata è sparita, i mostri che ci hanno fatto sorridere diventano il peso di una vita amara, fatta d’ingiustizie, rimpianti, sopraffazioni. Su questa spiaggia quasi desolata, luogo cardine in cui l’uomo si spoglia dei vestiti sociali, vediamo il povero Altidori ormai su una sedia a rotelle, mentre segue contento un aquilone che vola sopra la sua testa, guidato dal suo collega Guarnacci. 

La moglie da lontano ci dice che non soffre, è come se fosse un bambino, ed è contento. L’infantilismo ha preso piede, l’umorismo si è spento, è rimasta l’amarezza; come se in questa sequenza si guardasse lo scheletro di una società ormai alla deriva. A questo abbiamo assistito per tutto il film. Il personaggio di Altidori ripeteva in continuazione “so’ contento”, metafora di una volontà di essere felici ad ogni costo, ma forse in una società che non permette di esserlo fino in fondo. Questo era il boom, questa era la vera essenza dei mostri, i nostri personali mostri, che conosciamo bene e che a volte forse si nascondono ancora dentro di noi.

Come si sta volgendo la situazione in Nepal e cosa c’entrano i Nepo Babies?

di Francesca Insogna

Guardando le immagini dal telegiornale può sembrare difficile capire la correlazione tra disuguaglianza socioeconomica e restrizioni sui social media.

Eppure nel 2025 il Nepal si presta come teatro di scontro tra questi due temi: da una parte le disuguaglianze economiche crescenti riducono la classe media, dall’altra l’uso sempre più pervasivo dei social spinge a interrogarsi su quali limiti imporre.Due sono stati i talloni d’Achille del governo di Sharma Oli, ex primo ministro del Nepal, dopo l’abolizione della monarchia del 2008. Khadga Prasad Sharma Oli, esponente dal 1970 del Partito Comunista Nepalese, ha ricoperto numerosi incarichi istituzionali fino a diventare premier per la terza volta nel luglio 2024.Uno dei problemi chiave del governo nepalese è il livello dilagante di corruzione. Il Prevention of Corruption Act dovrebbe combattere corruzione, tangenti, riciclaggio e abusi d’ufficio, ma il sistema giudiziario resta percepito come altamente corrotto: secondo il Global Competitiveness Report 2015, 3 cittadini su 4 ritengono che i giudici accettino tangenti, mentre la polizia è percepita inefficiente e corrotta.Il World Bank Enterprise Survey 2013 evidenzia pratiche corruttive diffuse nel servizio pubblico: regali e pagamenti informali sono spesso necessari per ottenere permessi o appalti. Più di due terzi delle aziende si aspettano di dover offrire tangenti per ottenere contratti pubblici, nonostante la legge richieda gare aperte e competitive. Anche pagare le tasse è un processo lungo e complesso: occorrono 334 ore all’anno e 34 procedure, e le tangenti restano frequenti.Ebbene, ora che abbiamo fatto il quadro della situazione, cosa centrano i social media?Secondo Al-Jazeera**, il governo nepalese ha imposto alle grandi compagnie social di registrarsi entro il 3 settembre 2025 presso il Ministero delle Comunicazioni e della Tecnologia dell’Informazione, indicando un referente locale, un responsabile dei reclami e un supervisore per l’autoregolamentazione, pena la chiusura. La misura è stata motivata come contrasto all’odio online, alle voci infondate e alla criminalità informatica.Precedentemente al bando infatti, è esploso il fenomeno dei Nepo Babies su TikTok: i figli della classe agiata nepalese hanno mostrato sui social interni di case lussuose, feste, immobili e macchine di lusso, così distanti dalla vita del cittadino medio da alimentare frustrazione e rabbia. Milioni di commenti d’odio sono stati lasciati sotto questi post.Il Committee to Protect Journalists (CPJ) ha avvertito che la decisione avrebbe potuto limitare l’informazione e l’accesso democratico alle notizie.

Però, il ministro Prithvi Subba Gurung si aveva ribadito la linea del governo che alle piattaforme era stato concesso tempo sufficiente per registrarsi, ma Meta, Google e Snap non hanno adempiuto alle regole nazionali .I social media in Nepal non sono solo relazioni sociali: sono strumenti professionali ed economici.

Nel 2024 il tasso di disoccupazione ufficiale era del 10,7 %, con il 20,8 % tra i giovani 15‑24 anni. Circa il 29 % delle imprese non rispetta il salario minimo (17.300 rupie/mese), mentre il 62 % dei lavoratori è impiegato informalmente e molti percepiscono salari inferiori al minimo, senza copertura sociale-sanitaria. L’87 % degli utenti utilizza i social per lavoro o scopi professionali, e l’81 % per attività legate all’impiego, secondi un Survey di Data Users in Nepal 2024. Il ban sui social ha quindi impatto anche economico: visto che i lavori tradizionali in Nepal hanno poco successo, i lavori nel mondo social di contro hanno più attrattiva.

Le proteste in corso sono guidate principalmente dalla **generazione Z**, cresciuta con i social, e rappresentano la combinazione di disuguaglianza economica, corruzione e restrizioni sulle piattaforme digitali. Ed hanno avuto tanto successo. Il ban imposto dal governo nepalese mette in evidenza quanto il controllo delle piattaforme digitali possa impattare economia, comunicazione e diritti civili. Per l’Italia, con una popolazione molto attiva online, insegna l’importanza di trovare un equilibrio tra sicurezza digitale, lotta all’odio online e libertà di informazione, evitando misure eccessive che possano danneggiare cittadini e imprese.

In Nepal la corruzione sistemica ha aggravato le tensioni sociali. L’Italia può trarne un monito: trasparenza, legalità e applicazione coerente delle norme sono fondamentali per mantenere la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. La percezione di ingiustizia o favoritismi alimenta malcontento e sfiducia.

La determinazione dei giovani nepalesi ha portato a nuove elezioni, nuovi strumenti digitali con cui eleggere il proprio governo, ridefinendo tramite il ruolo dei social la vita politica e civile del Nepal, come mai visto prima.

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