Robert Doisneau al Museo del Genio di Roma: una mostra sulla gentilezza

Di Lorenzo Gnolfo

Il 19 luglio, ultimo giorno di apertura della mostra dedicata a Robert Doisneau al Museo del Genio di Roma, ho deciso di visitare l’esposizione in una delle giornate più calde dell’estate. Sono arrivato intorno alle 14:45 e, con mia sorpresa, la mostra era quasi deserta. Forse per l’orario, forse perché ormai Roma pensa più al mare che ai musei, ma l’assenza di visitatori ha reso l’esperienza particolarmente piacevole e raccolta. Già dall’ingresso si percepisce il carattere dell’allestimento. Un piccolo bookshop introduce il percorso, anche se non particolarmente ricco né valorizzato dalla posizione. Da lì la visita si sviluppa attraverso un percorso a serpentina che accompagna il visitatore lungo le diverse fasi della vita e della carriera del fotografo. La mostra assume un significato particolare anche per il contesto in cui è stata organizzata: le celebrazioni per i 200 anni della fotografia e il settantesimo anniversario del gemellaggio tra Roma e Parigi. Quello che emerge con forza dalle fotografie esposte è soprattutto la straordinaria umanità dello sguardo di Doisneau. Esponente della fotografia umanista francese, il fotografo non cerca gli eventi eccezionali né le grandi svolte della storia. Al contrario, concentra la sua attenzione sulle persone comuni, sui bambini che giocano, sugli innamorati, sui lavoratori e sui piccoli episodi della vita quotidiana. Tra le opere più celebri presenti in mostra spicca naturalmente Le Baiser de l’Hôtel de Ville del 1950, accompagnata da altri scatti iconici come Un chien à roulettes, La concierge aux lunettes e L’information scolaire. Particolarmente interessanti sono anche i ritratti di Pablo Picasso, Alberto Giacometti, Jean Cocteau e Brigitte Bardot. Un dettaglio curioso riguarda proprio il celebre Bacio dell’Hôtel de Ville. Contrariamente a quanto molti credono, non si tratta di uno scatto rubato: la scena fu infatti realizzata per un servizio commissionato dalla rivista Life e interpretata da due giovani attori. L’emozione più forte è stata il senso di vicinanza con le persone ritratte. Pur essendo fotografie scattate decenni fa, i loro protagonisti appaiono incredibilmente moderni. Doisneau riesce a farci sorridere, a commuoverci e talvolta a riconoscerci in quegli sconosciuti. È probabilmente questa la forza della sua fotografia: ricordarci che, al di là delle epoche e delle città, le emozioni umane restano le stesse. Lasciando la mostra, l’impressione più forte non è legata a una singola fotografia, ma all’idea di mondo che emerge dall’intero percorso espositivo. Doisneau sembra raccontare una realtà più umana, più attenta agli altri, fatta di piccoli gesti e relazioni quotidiane. In un’epoca spesso frenetica e distratta, le sue immagini ricordano che la bellezza può nascondersi nelle cose più semplici.

Visita a Villa Adriana: viaggio in uno dei patrimoni più significativi dell’antica Roma

Di Maria Chiara Della Camera

La Villa Adriana di Tivoli (RM) fu costruita dall’ imperatore Adriano nel II secolo d.C, come residenza imperiale ed oggi è riconosciuta come Patrimonio dell’ Umanità UNESCO. Durante la visita ho avuto l’occasione di scoprire uno dei siti archeologici più importanti dell’ antica Roma. Appena entrata mi sono trovata circondata da lunghi viali alberati. Gli ampi spazi naturali rendono il luogo molto suggestivo e permettono di immaginare la grandezza che la Villa doveva avere in epoca romana. Passeggiando tra le rovine, ho osservato resti di edifici, colonne e antiche strutture, tra cui il Canopo: una lunga vasca d’acqua circondata da vegetazione e monumenti. Durante il percorso ho visitato anche alcune sala espositive dove sono conservati busti, statue e reperti archeologici nel Museo “Mouseia”, nel cuore della Villa, e si tratta di vari tesori rinvenuti del complesso archeologico, che permettono di comprendere meglio la ricchezza artistica e culturale della Villa. Adriano realizzò un complesso di edifici, giardini, terme e luoghi dedicati al tempo libero, ispirandosi ai luoghi visitati durante i suoi viaggi nell’ Impero Romano.
In conclusione, Villa Adriana è un luogo di grande valore storico ed artistico. Visitandole ho potuto vedere da vicino le testimonianze dell’ antica Roma, ed è un’ esperienza molto consigliabile per chi volesse conoscere meglio il patrimonio culturale italiano

Rocky Balboa: La saga che insegna la Resilienza

Di Chiara Pascucci

“Nessuno può colpire duro come fa la vita. Perciò, andando avanti, non è importante come colpisci, l’importante è come sai resistere ai colpi, come incassi, e se finisci al tappeto hai la forza di rialzarti. Così sei un vincente!”

Nel 1976 esce “Rocky” il primo film che darà vita ad una fortunatissima saga di sei capitoli, trasformandosi in uno dei franchise più famosi della storia del cinema.

Scritto e interpretato da Sylvester Stallone, la saga però, non narra soltanto le gesta di un giovane pugile e la sua scalata verso il successo -il che lo ridurrebbe ad un semplice sport film- ma si concentra soprattutto sul concetto di “Resilienza”, il punto di forza che trasforma il personaggio di Rocky in un dilemma universale per il pubblico.

Il nulla che sfida il tutto

Il primo elemento su cui fa leva il personaggio di Rocky, è la sua provenienza. Nel primo film Rocky è un giovane ragazzo italo-americano che vive in una periferia malfamata di Filadelfia. Sogna e ama il pugilato, ma non viene considerato un atleta promettente. Addirittura, il suo allenatore Mickey Goldmill gli toglie l’armadietto nella palestra in cui si allena, per lasciarlo agli atleti che dimostrano maggiore talento.

Per mantenersi, lavora come esattore per Tony Gasco, un gangster della zona, ma non eccelle in particolar modo neanche nella vita criminale. La sera torna nella sua casetta fatiscente, dove abita con il suo cane e due tartarughe.

Rocky è un vero e proprio signor Nessuno, abbandonato a se stesso. Ed è qui che per lo spettatore inizia la vera fase d’immedesimazione: chi nella vita di tutti i giorni non ha mai provato la sensazione di essere invisibile e profondamente solo?

Rocky rappresenta la sensazione intima e profonda in ogni essere umano del sentirsi fuori luogo, incompreso, con grandi sogni verso cui affacciarsi e zero possibilità di raggiungerli.

La vera svolta avviene quando il campione dei pesi massimi Apollo Creed, egocentrico e sicuro di sé, sceglie di mettere in palio il titolo contro uno sconosciuto pugile di Filadelfia.

L’occasione nel film nasce come un gioco dei potenti, come uno sberleffo dato da chi è seduto sulla poltrona dei vincenti.

Sceglie proprio Rocky, detto “lo stallone italiano”, in nome anche di una sua particolarità: Rocky è mancino; caratteristica molto temuta nel pugilato, poiché in grado di portare grandi vantaggi sul proprio avversario.

È qui che si crea il grande gioco degli opposti: mentre per Apollo questo rappresenta quasi un gioco, per Rocky diventa l’occasione di una vita, la possibilità di farsi valere.

Eppure, non si monta la testa, e perdona anche chi come il suo allenatore Mickey -mentore fondamentale nella sua storia- si propone come suo manager solo nel momento della grande occasione, pur non avendo mai creduto in lui. Eppure dopo uno sfogo, la stoffa del campione emerge sùbito: Rocky comprende che la vendetta e il risentimento non portano a nulla, e sceglie per se stesso il migliore aiuto possibile per raggiungere il suo obiettivo.

Le scene dell’allenamento, insieme all’accompagnamento musicale iconico entrato nell’immaginario comune, fanno emergere con grande capacità visiva, come niente si ottenga mai per caso, ma solo grazie al duro lavoro.

Il film dimostra che la grande occasione esiste, ma bisogna saperla sfruttare con la giusta preparazione; 

durante l’incontro il Nulla non è più un nulla, ma è un atleta capace e preparato, che cade più volte a terra e che continua a rialzarsi, sfinendo il suo avversario.

Questa caratteristica caratterizzerà il personaggio per tutti i film; non è “l’attacco” il sinonimo di forza, ma la capacità di rialzarsi nonostante le difficoltà.

I primi piani sul volto tumefatto di Rocky diventano la metafora delle “botte” della vita, alle quali è necessario resistere e non cedere mai. 

Ed è qui che la sceneggiatura non sceglie la banalità: Rocky non vince il titolo, ma perde non finendo mai a tappeto. Eppure il viaggio dell’eroe è completo, perché la vera morale non era mai stata la vittoria, ma la possibilità di crearsi un proprio spazio nel mondo.

La rivalsa

La rivalsa, come abbiamo visto, è un altro tema fondamentale per la narrazione.

Le stessa sceneggiatura d’altronde è caratterizzata dal riscatto e dalla capacità di farcela; “Rocky” infatti, fu girato in una settimana, con pochissimo denaro e con un Sylvester Stallone sconosciuto e nella miseria più totale. Nessuno credeva nel potenziale del soggetto, eppure il film riscontrò un enorme successo di botteghino.

Nel secondo capitolo della saga, Rocky sembra voler cambiare vita; si sposa, e sceglie di mollare il pugilato. Con il guadagno dell’incontro precedente, vuole garantire una vita dignitosa alla sua famiglia.

Eppure le difficoltà economiche riemergono di nuovo, e torna a lavorare nel mattatoio cittadino dopo aver tentato la strada della pubblicità. La moglie Adriana, figura importantissima seppur incinta, ricomincia a lavorare per fare la sua parte.

Nel frattempo però, qualcosa è rimasto in sospeso per Apollo, che comincia a non mandar giù il fatto di aver mantenuto il titolo solo per una questione di punti.

La sfida viene lanciata di nuovo, e Rocky, non riuscendo a rifiutare il richiamo del guantone, sceglie di accettare, malgrado le resistenze della moglie.

Ma gli allenamenti non procedono per il verso giusto, anche a causa del suo occhio rimasto leso dopo l’ultimo incontro.

Rocky si trova di nuovo da solo, ad un passo dal grande sogno, senza il sostegno dei suoi famigliari e del suo corpo.

Solo la moglie Adriana, quando si sveglierà dal coma dopo un parto difficile, sarà in grado di far risvegliare dentro di lui il coraggio, spronandolo a vincere.

E questa volta Rocky vincerà, conquistando il titolo, diventando campione dei pesi massimi; con una cintura consegnata dalle mani dello stesso Apollo, che afferma con correttezza, come quella ormai gli appartenesse di diritto. 

Il prezzo del successo

Nel terzo capitolo della saga, Rocky è cambiato profondamente: ha una vita agiata.

Il film quindi, fa emergere una questione di vitale importanza: qual è il vero prezzo del successo?

Il rischio di dimenticare il proprio passato, di adagiarsi sui risultati ottenuti, finendo per svilire la passione. Venuto a conoscenza che gli incontri degli ultimi cinque anni venivano organizzati solo per garantirgli il mantenimento del titolo, Rocky cede alla sfida lanciatagli dal giovane Clubber Long, pugile ostile e rabbioso, che durante una conferenza stampa accusa il campione di non avere più il coraggio necessario per sfidare chi ha del vero talento.

Rocky ricomincia gli allenamenti con Mickey, ma non li prende seriamente, troppo impegnato a curare la sua immagine con la stampa e i fan.

Il giorno dell’incontro infatti, con facilità perde il titolo e sùbito dopo affronta la morte di Mickey, a causa di un infarto.

Il vero punto è questo: il giovane Clubber possiede dentro di sé una rabbia feroce, e la stessa fame di rivalsa del signor Nessuno che proviene dai bassi fondi. Sarà Apollo Creed a spiegare a Rocky come sia importante mantenere “gli occhi della tigre”, ovvero quella continua voglia di non mollare, quella fame che lo aveva spinto a vincere contro di lui. 

Inizia quindi un grande percorso di allenamento, guidato proprio da Apollo, che non porterà soltanto alla nascita di una profonda amicizia tra i due ex sfidanti, ma anche alla riscoperta della vera passione interiore. Rocky ritrova quella parte di se stesso sepolta dai soldi e dal successo, che da quel momento non abbandonerà mai più.

Di fronte al suo sfidante infatti, si riprende il titolo, dimostrando ancora una volta che essere campioni non significa non sbagliare, ma avere la capacità di combattere sempre contro le proprie debolezze.

La morte di Apollo

Nel quarto capitolo invece, la morte di Apollo segna una svolta epocale nella vita di Rocky.

Creed infatti, dopo la pensione, sceglie di sfidare al posto di Rocky il promettente pugile russo Ivan Drago, grande orgoglio dell’Unione Sovietica.

L’incontro di tipo “amichevole” avviene su territorio statunitense, con la verve ironica di Apollo, che accoglie il suo sfidante con balletti e festoni. 

Eppure si conclude nel più tragico dei modi, con la morte di Apollo stesso, tramortito dai colpi del suo sfidante, potenziati da sostanze dopanti. 

Rocky perde il suo amico, e nel campo e controcampo che riprende Rocky con Apollo tra le sue braccia, e il volto glaciale di Ivan Drago, il film lancia la nuova sfida, in nome di un’amicizia.

Ivan Drago però non è contento: vuole annientare il vero campione.

Rocky accetta la sfida, ma la posta in gioco è alta.

Il film uscì nel 1985, e riuscì ad incanalare la tensione crescente provocata dalla guerra fredda.

Rocky accetta di affrontare l’avversario in Russia, pur non avendo il sostegno dalla moglie, preoccupata delle possibili conseguenze fisiche dell’incontro.

In Russia, Rocky inizia l’allenamento, ma è di nuovo solo, con un solo obiettivo: vendicare la morte di un amico.

Solo quando Adriana lo raggiungerà per sostenerlo, Rocky troverà di nuovo la forza di farcela. 

L’incontro è forse uno dei più duri, soprattutto a causa della forza dell’avversario. Ma un vero campione non usa mai la forza, ma la Resilienza. Rocky infatti, si rialza sempre, con il viso tumefatto, e riesce a “scaricare” la macchina umana Ivan Drago, per poi tramortirlo e vincere. Nonostante si trovi in terra straniera, il pubblico riconosce il valore di un vero campione, e lo tifa, gioendo per la sua vittoria: la prova che il vero coraggio, la vera resistenza, non ha nazione. 

La passione sopra ogni cosa

Il quinto capitolo della saga si apre con la fine dell’incontro con Ivan Drago. Rocky in doccia, chiama spaventato Adriana, rendendosi conto di uno strano tremore incontrollato alle mani.

La preoccupazione diventa reale: Rocky ha un serio danno cerebrale dovuto alle percosse, ed è costretto al ritiro per il rischio di un peggioramento che potrebbe portarlo ad uno stato vegetativo.

In più, a causa del fratello di Adriana, Paulie, e suo migliore amico da anni, Rocky perde tutto, compreso il titolo, ed è costretto a ritirarsi a Filadelfia per condurre di nuovo una vita modesta.

Sembra l’inizio di tutto, con una sola differenza: il sogno ormai è stato bruciato, e all’orizzonte non c’è altro. 

Adriana ricomincia a lavorare nel negozio di animali, Rocky torna ad allenare pugili della vecchia palestra di proprietà del defunto Mickey.

Nel frattempo, suo figlio adolescente, deve affrontare il grande cambiamento dall’ambiente altolocato alla vita difficile della periferia americana.

Eppure la passione in Rocky non riesce a spegnersi, e dopo aver incontrato Tommy, un giovane pugile promettente, si dedica al suo allenamento trascurando la famiglia.

In lui rivede se stesso, la necessità di raggiungere un sogno, e proietta così una seconda occasione per vivere quello che già era stato.

Per farlo però, trascura sua moglie e suo figlio, che comincia a ribellarsi, sentendosi abbandonato dal padre.

Eppure Tommy è molto diverso da Rocky: perché la stoffa del campione è anche quella di non farsi abbagliare dalla facilità di poter raggiungere il sogno in un istante. Ammaliato infatti da un manager senza scrupoli di nome Duke, che gli propone lusso, donne, bella vita e la possibilità di conquistare il titolo, Tommy molla il suo manager Rocky, dimostrandosi ingrato.

Quando Tommy vince il titolo mondiale infatti, non ringrazia Rocky, ma Duke. Eppure Tommy alla conferenza stampa non viene acclamato, ma considerato un pugile di bassa qualità.

È inevitabile il confronto con il suo vero mentore: l’ormai leggenda, Rocky Balboa.

Tommy non lo accetta, sentendosi invece allo stesso livello di Balboa.

Tornato nelle periferie di Filadelfia, Tommy sfida Rocky, per dimostrare a se stesso e agli altri di essere più forte di lui. Dopo un primo rifiuto, Rocky per difendere Paulie che viene colpito da Tommy, accetta la sfida.

L’incontro è in strada, da dove tutto era partito, a dimostrazione che il ring è tra la gente, nella vita di tutti i giorni.

Eppure Tommy non ha la vera forza morale di Rocky, e neanche la sua preparazione, e dopo un incontro molto duro viene sconfitto, dimostrando ancora una volta che un campione diventa campione per il suo vissuto.

Il film analizza in maniera lucidissima che l’arroganza non vince mai sopra l’umiltà.

Adriana

In tutta questa saga però, non ci siamo ancora concentrati su un personaggio nominato più volte: Adriana, che merita assolutamente una sezione dedicata.

Adriana per Rocky non è solo una moglie, è soprattutto un sostegno. In nessuno dei film Rocky riesce mai a portare a termine la propria sfida senza aver avuto il consenso di Adriana.

La loro storia d’amore è profonda: Adriana nascondeva in sé una profonda forza emotiva, intelligenza, umanità e carattere, caratteristiche che nessuno era mai riuscito a scorgere. Solo Rocky, nel primo film, dalla purezza del suo sguardo sente che in lei c’è qualcosa di diverso, ma soprattutto qualcosa di cui ha profondamente bisogno.

I due si comprendono perché entrambi hanno conosciuto la solitudine, il sentirsi messi all’ultimo posto. Adriana affronta non solo il vero ring di Rocky, ma anche il ring della vita. La forza di Rocky è direttamente proporzionale alla forza che Adriana riesce a dargli. È solo davanti agli occhi di lei che sceglie di mettersi in discussione, è lei che gli indica cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. Ed è sempre per lei che diventa campione dei pesi massimi nel secondo film, solo quando, dopo aver rischiato di perderla, ed uscita finalmente dal coma, lei afferma con convinzione

 «Vinci».

Nell’ultimo capitolo della saga, Adriana è morta per malattia, e forse con lei, muore anche il Rocky Balboa che abbiamo sempre conosciuto.

Abbiamo quindi dimostrato come lungo tutto il percorso narrativo, il vero filo rosso che collega i film di Rocky Balboa sia la capacità di far fronte alle sfide che la vita ci impone.

Questa saga insegna che la Resilienza non consiste nella capacità di non provare dolore, ma di trasformarlo, dopo averlo vissuto, in una forza interiore per rialzarsi con coraggio.

Solo così si è davvero vincenti.

WALFARE NOT WARFARE

Di Lorenzo Gnolfo

Nel silenzio dei media italiani il giorno 14 giugno a Bruxelles si è svolta la manifestazione promossa dalla piattaforma stop Rearm Europe che riunisce sindacati, movimenti sociali e organizzazioni della società civile di diversi paesi. Era presente anche Rifondazione Comunista, la CGIL e l’ANPI. Il corteo è partito dalla Gare du Nord dietro lo striscione “THEY PREPARE FOR WAR, WE WORK FOR PEACE” per raggiungere il quartiere europeo, animato da slogan e canti in diverse lingue, dai colori delle bandiere e dalla creatività dei movimenti giovanili. Alla manifestazione hanno partecipato tra le dieci e le quindicimila personeprovenienti da tutta l’Europa, che non è male per una domenica in una città con meno di duecentomila abitanti. E’ stata una giornata importante per l’Europa della gente comune e non quella dei burocrati, un momento di crescita della coscienza europea contro il riarmo e contro le guerre. Al termine della manifestazione si è tenuta un’assemblea internazionale acui hanno partecipato un centinaio di delegati delle organizzazioni politiche e sindacali presenti in piazza. Si è deciso di dare continuità alla mobilitazione contro il riarmo in Europa con iniziative che sono state messe in cantiere per l’autunno: una manifestazione a Roma in ottobre e una giornata internazionale contro il riarmo e la leva militare a novembre. 

Estrattivismo e neocolonialismo, la corsa al litio in Sudamerica

Di Agnese Bettucci

Se molti credono che il colonialismo sia un fenomeno che ha caratterizzato la storia di alcuni paesi europei più o meno dal XVI secolo fino alle ultime indipendenze del XX secolo, in realtàaltrettanti ritengono che questo sistema, politico ed economico, non si sia mai esaurito del tutto, ma abbia cambiato soltanto le vesti. 

Un esempio dell’ancora vigente sistema coloniale, che da ora in poi chiameremo neocolonialismo, è ciò che sta accadendo in Sud America, territorio sfruttato per l’estrazione di litio. 

Il litio è un elemento chimico che, nella sua forma più pura, assume un colore bianco, tanto da essere chiamato come “oro bianco”. In natura il litio non si trova mai nella sua forma metallica nativa ma deve essere, appunto, estratto. 

Proprio grazie alla sua reattività, il litio è diventato il protagonista delle nuove tecnologie: le batterie a litio, infatti, grazie alla loro struttura, sono ricaricabili e per questo utilizzate nella maggior parte dei dispositivi elettrici. Inoltre, queste batterie hanno un voltaggio estremamente elevato, possono immagazzinare energia rinnovabile come quella solare o eolica. 

Se però da un lato queste batterie permettono l’utilizzo di energie rinnovabili, dall’altro la loro fabbricazione ha dei risvolti, che vedremo, oltre che essere poco ecologici, essere poco etici. 

Il 60% delle risorse mondiali di litio, sono concentrate nel così detto “Triangolo del Litio”, un territorio compreso fra le Ande di Argentina, Cile e Bolivia. Quest’area viene chiamata in dialetto quechua andino “Puna”, ovvero “terra di altura”. Qui, infatti, le altitudini superano i 6000 metri, la vegetazione scarseggia a causa del clima sfavorevole e della scarsezza di acqua: le popolazioniandine, fra cui Kolla e Atacama, sono le uniche che, da tempo indefinito, convivono con questo ecosistema, rispettandolo, eppure sono proprio queste popolazioni a doversi “sacrificare” per il benessere del così chiamato “Nord globale”. Secondo la geopolitica, possiamo dividere il mondo in Sud e Nord globale: se sotto il nome di Nord Globale confluiscono paesi come StatiUniti, Cina e Australia, con il termine “Sud Globale” ci si riferisce a tutte le aree del mondo storicamente relegate ai margini dei sistemi economici globali, come l’America Latina, l’Africa e gran parte dell’Asia. Quest’ultime condividono, per la maggior parte una storia di colonialismo, sottosviluppo economico e, in molti casi, di instabilità politica. I concetti di Sud e Nord Globale non indicano una posizione geografica, ma si fanno portavoce di problematiche socioeconomiche, disuguaglianze, dinamiche di potere e governance.  

L’estrazione del litio è un fenomeno eclatante delle dinamiche fra Sud e Nord Globale. 

Non a caso il biologo e ricercatore uruguaiano Eduardo Gudynas, definisce l’estrattivismo non come un modo di produzione, ma di appropriazione, ed evidenzia le tre caratteristiche principali di questo modello socioeconomico, neocoloniale ed estrattivista: l’estrazione è effettuata ad alta intensità, la maggior parte delle risorse estratte non viene raffinata e la maggior parte di esse sonoesportate. 

Per osservare le dinamiche di sfruttamento e di usurpazione del territorio e delle popolazioni, partiamo dal metodo di estrazione del litio. 

Il litio viene estratto da due fonti, roccia dura e piana di sale, fonte principale di litio in Sud America. Per estrarre il litio dalla piana di sale si crea un deposito sotterraneo di salamoia che viene inviato ai bacini di evaporazione dove l’acqua contenuta evapora lasciando un concentrato di litio. Questo metodo di estrazione, attraverso bacini di evaporazione, necessita di molta acqua: si stima che per ricavare il litio dai grandi salares, come quelli sudamericani, occorrono 1,8 milioni di litri d’acqua per ogni tonnellata, una quantità alquanto critica soprattutto in zone come ilTriangolo del litio dove le risorse idriche scarseggiano. Questa metodologia, oltre che privare le popolazioni locali della già poca acqua disponibile, inquina le falde acquifere: si stima che globalmente, l’industria di litio produce emissioni di Co2 che variano dalle 5 alle 15 tonnellate.

Inoltre, i protagonisti dell’estrazione in Sud America, sono sempre imprese private appartenenti al Nord Globale, per la maggior parte occidentali e cinesi, come Albemarle Corporation, Rio Tinto e Ganfeng Lithium

Le terre vengono sfruttate, le popolazioni locali perdono le loro case per garantire il benessere e la transizione ecologica del Nord, creando nuovamente dinamiche di sfruttamento dominio e distruzione come in passato. 

Nella zona del Triangolo del litio vivono più di quattrocento comunità indigene, comunità che non hanno alcun tipo di documento che testimoni ufficialmente che quel territorio, dove vivono da svariati secoli, ancora prima della colonizzazione spagnola, è in parte anche loro. 

Oltre ai danni concreti dell’estrazione del litio, come la deviazione dei corsi d’acqua verso gli impianti che compromette il già delicato ecosistema della zona, esistono anche altre forme di sopruso e di violenza come la mancanza di rappresentanza indigena all’interno delle istituzioni locali. 

Ogni tipo di decisione sullo sfruttamento del territorio per l’estrazione di litio, viene discussa e approvata dal binomio azienda-istituzioni, escludendo a priori il coinvolgimento delle popolazioni autoctone se non ad atti già scritti. 

In un contesto dove già all’interno dello Stato stesso la rappresentanza indigena nelle istituzioni scarseggia, nella partita aziende private-istituzioni è completamente assente. 

Ancora oggi le popolazioni autoctone, non essendo tutelate dallo Stato in primis, sono calpestate ed escluse da qualsiasi tipo di decisione, presa da terzi, che riguarda il futuro del loro territorio e quindi delle loro vite. 

Vista dunque l’altra faccia della produzione di litio, costellata di problematiche etiche, ecologiche e sociali, volta al mero sviluppo “sostenibile” esclusivo del Nord Globale, può essere considerato ancora un’ottima alternativa alle energie non rinnovabili? E se sì ache prezzo? 

Museo Aristaios, Collezione Giuseppe Sinopoli- Una mostra, un viaggio nel tempo

Di Maria Chiara Della Camera

La mostra allestita al Museo Aristaios, Collezione Giuseppe Sinopoli, è come affrontare un viaggio nel tempo. L’esposizione è composta da uno spazio elegante, ordinato e silenzioso, con luci che fanno risaltare gli oggetti esposti, e il tempo è come se si fermasse.
Una parte interessante della mostra è quella dedicata alla villa e al suo territorio. I pannelli spiegano da dove provengono gli oggetti e che rapporto avevano con il territorio. La mostra prova anche a raccontare la vita dietro di essi attraverso mappe, immagini e fotografie degli scavi e, grazie ad esse, puoi immaginare meglio com’era quel luogo nel passato.
Il tutto è reso ancora più interessante perché gli oggetti sembrano parte di una storia più grande. Le immagini degli scavi mi hanno colpito molto perché fanno vedere il lavoro archeologico in modo concreto. Si vedono strutture, muri, resti venuti fuori dalla terra.
Un’altra parte interessante da vedere, secondo me, è quella con i vasi esposti nelle teche. Per come sono stati esposti, a mio parere può venire spontaneo voler sapere a cosa servissero e chi li usasse.
È una visita da vivere con curiosità e con amore per il sapere. La mostra mi ha dato l’idea di un percorso ideato per entrare in contatto con un pezzo di storia, che ci fa capire che il passato può sempre parlarci in modo forte.

Concorso nazionale per giovani soggettisti

PREMIO VINCENZONI 2026

Come una Call for papers: avete un’idea per un soggetto cinematografico? Volete cimentarvi con la scrittura di una commedia? Ecco l’occasione giusta. 

E’ stato pubblicato il bando per la 12^ edizione del Premio Vincenzoni, riservato agli under 35, per la stesura di un soggetto cinematografico che – soltanto per quest’anno, in cui ricorre il centenario della nascita del grande soggettista e sceneggiatore Luciano Vincenzoni – dovrà essere di genere commedia. 

In tutte le sue declinazioni, naturalmente. 

Chi era Luciano Vincenzoni

Luciano Vincenzoni, a cui è intitolata l’Associazione che organizza il Premio, era nato a Treviso nel 1926, ed è stato il soggettista e sceneggiatore di molti film di registi come Pietro Germi, Sergio Leone, Mario Monicelli, Elio Petri, Carlo Lizzani, Steno, Dino Risi e altri. Ha lavorato per molti anni anche negli Stati Uniti, dove è stato ammesso al WGA (Writing Guild of America, una sorta di sindacato degli sceneggiatoriche annovera tra i membri soltanto 8 italiani), guadagnandosi il titolo di “script doctor” della commedia all’italiana. Ha scritto anche per Tornatore (Malena). E’ morto a Roma nel 2013

Il concorso

Il bando prevede una sezione per soggetti e una sezione per musiche per film. Quindi che siate soggettisti, o aspiranti tali, o anche musicisti, date un’occhiata qui.

La partecipazione al concorso è gratuita.

Per quanto riguarda la sezione soggetti, le opere possono avere una lunghezza massima di 14.000 battute, con una sinossi di circa 600 battute, e dovranno essere inviateentro il 30 giugno a concorso@premiovincenzoni.it

Per la sezione musicale, il regolamento prevede la composizione di un brano da montare su una sequenza del film Un giorno devi andare di Giorgio Diritti (2013), scaricabile dalla pagina del bando. Le caratteristiche tecniche sono specificate nello stesso bando.

Le due giurie tecniche, composte da professionisti in campo cinematografico e musicale, come critici, sceneggiatori, registi, docenti universitari, responsabili di Film Commission, compositori di colonne sonore e giornalisti di settore, sceglieranno i due vincitori per ciascuna categoria, a cui andrà un premio in denaro, e potranno assegnare anche menzioni speciali. Le premiazioni si svolgeranno a novembre, nell’ambito della Settimana del cinema di Treviso. 

Allora, pronti a partecipare? 

Rita Ippolito

Questa serie tv non è quello che sembra: il fenomeno mediatico e simbolico de “I segreti di Twin Peaks”

Di Lodovica Pacifici

Nel 1990, esce colei che ha cambiato completamente la storia delle serie tv, si chiama Twin Peaks. Twin Peaks non è il classico programma che si vedeva in televisione a quell’epoca. In precedenza eravamo abituati a vedere “soap-opera” o “telefilm”, che avevano una durata ben più lunga di quelle che circolano adesso e che ogni episodio aveva un suo nucleo narrativo. Twin Peaks cambiò questo modo di vedere la serie tv: in Twin Peaks c’è un mistero, e questo mistero non si conclude con un episodio; anzi, esso si espande sempre di più. È grazie a Twin Peaks che verranno fuori altri capolavori che hanno al proprio centro un mistero che persiste nel corso delle stagioni che si susseguono, come Lost oppure X-Files. Parlare di questa serie adesso può sembrare sia semplice che difficile allo stesso tempo: dopotutto questo sarà stato l’intento basilare di David Lynch quando l’ha concepita. In Italia, era stata introdotta da Mike Bongiorno con la domanda “Chi ha ucciso Laura Palmer?” . A questo proposito viene da chiedersi, chi era Laura Palmer? Lei è il personaggio-chiave che dà inizio a questa storia. Il pilot (un episodio che ha una durata circa di 110 minuti) inizia con delle inquadrature su questo paesaggio boschivo, al confine tra gli Stati Uniti D’America e il Canada. In seguito, vediamo un fiume che scorre, con a riva un telo di plastica. Vediamo un personaggio, che poi scopriremo essere Pete Martell (Jack Nance), che giunge a vedere cosa si nasconde dentro a questo misterioso telo : un corpo, il cadavere della diciassettenne Laura Palmer. Da qui inizia il mistero, l’annuncio della morte di questa “dolce ragazza” di cui tutti avevano buona memoria, ricordandola sempre con il suo splendido sorriso e la sua gentilezza. Quando è stata ritrovata Laura non rideva, il suo corpo ormai di ghiaccio, lasciava trasparire una freddezza austera dovuta chissà a quale abuso prima di perdere coscienza. E infatti, non è tutto oro ciò che luccica e questo anche la stessa Laura lo sapeva, con un macigno sul suo petto che la tormentava dall’età di dodici anni e che non la lascerà nemmeno durante la sua morte. 

Il fenomeno di questa serie fu diffuso ovunque. Si parlava dappertutto di quel folle genio che aveva diretto il film con la figlia di Roberto Rossellini e Ingrid Bergman, Velluto Blu e quell’altro film fantascientifico, un fiasco al botteghino, prodotto da Dino De Laurentiis chiamato Dune. Dopo l’esperienza di Dune, il nostro amato genio voleva lasciare tutto, ma c’era ancora della gente che aveva fiducia in lui. Uno di questi era sicuramente Kyle MacLachlan, che lo aveva seguito sia in Velluto Blu che in Dune come protagonista e che sarà anche qui, uno dei protagonisti centrali che cercherà di risolvere il mistero nei panni dell’agente dell’FBI Dale Cooper. 

Ma questa serie non è stata ideata solo dal maestro Lynch, ma anche da Mark Frost, che ha aiutato Lynch a scrivere la sceneggiatura e che ha continuato anche quando Lynch lasciò il progetto, dalla metà della seconda stagione. Lynch ritornerà al progetto in due momenti fondamentali: per il film/prequel Twin Peaks: Fuoco cammina con me, nel 1992, e in Twin Peaks: The Return, la serie-evento realizzata ventisette anni dopo, nel 2017.  

La serie parla, oltre che della morte di questa giovane ragazza, anche della città in cui viveva, chiamata proprio Twin Peaks, anch’essa intrisa di misteri che sembrano nascondersi all’interno di una piccola cittadina dei sobborghi americani, tipici delle commedie romantiche oppure dei melodramma girati tra gli anni ‘50 e ‘60. Per raccontare questi eventi, la serie riprende lo stile classico delle soap operas dell’epoca, aggiungendoci gli elementi tipici del giallo. Gli stessi eventi che avverranno nella serie, vengono anticipati in una sorta di mise-en-abyme, attraverso l’uso della fittizia soap opera che vedono gli abitanti della cittadina chiamata Invitation To Love. Questo stesso espediente veniva già annunciato in Velluto Blu.

D’altro canto, Twin Peaks non è solo mistero legato al genere crime, è anche vicino al misticismo. Questo è evidente in tutta la serie: dall’uso dei sogni e al misticismo tibetano di Dale Cooper (Kyle MacLachlan) per risolvere il mistero dell’assassinio della giovane Palmer fino alla presenza essenziale della Loggia Nera e Bianca, elementi chiave delle credenze mistiche delle popolazioni native su cui si fonda la piccola cittadina dello stato di Washington. 

Non solo, troviamo la filosofia alla base di questa serie: il Male e chi lo ha creato. Il mistero risiede in questo: chi è che ha potuto fare così male ad una giovane ragazza, dall’aspetto dolce e sereno, la tipica “fidanzata d’America”, che aveva ancora tanti anni davanti a sè, a tal punto da ucciderla? Nel mentre che ci accompagnano a scoprire la realtà di questa cittadina e alla scoperta della vita attorno a Laura, ci sono Angelo Badalamenti con la sua colonna sonora, piena di note che portano verso una dimensione-altra, spesso accompagnato dalla voce angelica di Julee Cruise, che intrattiene i ragazzi di Twin Peaks al locale The Roadhouse.

Ovviamente avrei potuto scrivere per ore di quello che viene trattato in Twin Peaks ma non vorrei dilungarmi oltre per non spoilerare, anche se credo che sia molto difficile spoilerare una serie del genere…

Spero di avervi incuriosito se non l’avete mai vista, oppure di avervi fatto venire nostalgia da fare un bel rewatch! 

Per entrambe le opzioni vi invito a vedere il 16 aprile alle 17:00 al DAMS (Via Ostiense 139, aula 3) l’episodio pilota di questa meravigliosa serie, con una presentazione fatta da me e a seguire un dibattito 😉

Res- parte 4- La solitudine condivisa

di Carolina Maccione

Quando trovi qualcuno che capisce gli aspetti più tristi della tua vita ma con cui puoi anche ridere poi è difficile accontentarsi delle altre persone” Res non aveva amici. O meglio, le persone della sua famiglia erano i suoi unici amici. A volte, quando sentiva parlare di quel legame, uno dei pochi che scegli di tua spontanea volontà e che non chiede niente in cambio, si sentiva strano.

Come se fosse una cosa che non gli sarebbe mai potuta appartenere…ed era così. Negli ultimi tempi Aurora aveva fatto amicizia con un bambino di nome Pablo. Un ragazzino gentile e ironico per difesa.

Lui si era trasferito da poco e la maestra Luisa lo aveva fatto sedere al banco con la piccola di casa Della Torre. In realtà le elementari erano state una bella esperienza per Aurora, ma… non aveva mai trovato dei veri e propri amici.

Poi, era arrivato lui, in una mattina qualunque del quarto anno.Pablo era gentile e non faceva domande indiscrete, questo rese facile per Aurora raccontarsi a lui. Pablo l’ascoltava davvero.

E pian piano anche lui iniziò ad aprirsi, con cautela ma anche con la volontà di farsi conoscere veramente. Lui non era un bambino cattivo, né timido. Era selettivo e tendeva a rifugiarsi nella propria mente, perché lì, niente poteva fargli male. O quasi. Era diverso da Aurora, ma allo stesso tempo erano anche simili. La bambina era solitaria ma aperta, lui socievole ma chiuso. Se per la strada per andare a casa Aurora non salutava nessuno. Lui sorrideva alle vecchiette vestite in un modo buffo o alle persone che riteneva interessanti. In non molto tempo Pablo divenne ospeite fisso a casa Della Torre.Res era incuriosito da lui. Poi aveva anche sentito dire da Lucia che la situazione a casa non era delle migliori. Anche per Aurora non era facile.

Ma, nonostante questo almeno lì c’era amore. Qualcosa che Pablo conosceva solo in parte. Aurora e il suo amico spesso si confidavano tra loro, Res amava ascoltarli sviscerare le proprie anime l’uno all’altra. Così aveva avuto modo anche di conoscere nuovi aspetti della sua sorellina. Spesso i due bambini finivano per piangere insieme e, poi, dopo lunghi silenzi scoppiavano a ridere, all’unisono… come due anime perse allo stesso modo che, stando insieme, finivano solo per ritrovarsi. Ecco, questo a Res mancava. Lui era un’anima a sé. E, alle volte, gli sembrava di vivere solo attraverso le anime degli altri.

E faceva male. A lui, che si perdeva e ritrovava in continuazione. Come una città di mare che viene popolata di gioia solo in estate. Avrebbe voluto confidarsi con qualcuno in grandi di sé rido davvero ma… lui con gli altri oggetti della casa non parlava mai. Di fatto gli risultava complicato comunicare. Ma gli risultava incredibilmente facile amare. Non amava, però, “quelli come lui”, gli altri componenti d’arredo della casa. Li trovav frivoli e senza emozioni.Non erano Aurora, Davide, Lucia o Pablo.

Per Res ora come ora era impensabile provare affetto per un oggetto dopo aver conosciuto gli umani così bene. Con tutte le loro contraddizioni e la loro anima incredibile.

Non voleva più accontentarsi. E non lo avrebbe fatto. Aurora, invece, aveva provato ad accontentarsi, ma non ci era riuscita… forse il cercare qualcuno di nuovo per sconfiggere la solitudine non era uno “sport” adatto a lei (sport che aveva scoperto essere molto in voga tra i suoi compagni di classe, che a suo parere non piacevano davvero tra loro) La giovane Della Torre, che ora aveva 13 anni e con Pablo non parlava più…Ci aveva pure provato a farsi nuovi amici ma come si può dopo un’amicizia del genere trovare gradevole chi si diverte nel prendere in giro gli altri? Lei non lo sapeva. Lei che dopo due anni si chiedeva ancora perché Pablo non le parlasse. «Leggi durante la ricreazione anche oggi?» Chiese la prof. Ferro abbassandosi appena gli occhiali e guardando Aurora.

La ragazza non si mosse, troppo concentrata. A quel punto la professoressa tossì forzatamente.«Mh?» Scattò Aurora.La donna la guardò con disapprovazione e indicò il libro. La ragazzina sospirò, chiudendo il libro, lasciando però un dito tra le pagine per non perdere il segno.«È che…» iniziò. «Lo so, “le persone della mia età sono noiose” giusto?» la interruppe Isabella Ferro, nonché l’unica professoressa che trovava vagamente simpatica e in gamba.«Già.» Annuì lei.La professoressa Ferro sorrise appena togliendosi gli occhiali, che Aurora notò per la prima volta essere di un rosso fragola.“Li avrà cambiati?” Non riusciva a ricordare. Non guardava le persone molto spesso. Non avrebbe potuto dire con certezza di aver osservato attentamente nessuno dei suoi professori, né tantomeno i compagni, di quella cosa orribile chiamata “scuola media”, almeno una volta.Aurora sbatté piano le palpebre, tornando al presente.

La professoressa stava dicendo qualcosa da un pò ma lei percepì solo il: «Forse a volte… ci basta solo qualcuno con cui condividere la solitudine. Non credi?» Poi accadde il fatto, qualcosa che Isabella non aveva previsto nel suo monologo a cui Aurora non aveva prestato per nulla attenzione; avvenne uno di quei momenti incredibili in cui l’adulto che vuole insegnare finisce invece per imparare. Perché Aurora rispose solamente: «Ma io la solitudine non la voglio condividere con chiunque.» Colpita e affondata.

O almeno si sentiva così.“La solitudine non la voglio condividere con chiunque” a distanza di giorni Isabella Ferro non riusciva a smettere di pensarci.Quel giorno, però, si trovava in un’altra classe ad insegnare… la classe peggiore dell’istituto, quella che inconsciamente forse odiava. Per fortuna a salvarla da quegli studenti chiassosi ci pensò la campanella della ricreazione.

La donna sospirò appena, lasciandosi scivolare sulla sedia della cattedra. Fissava distrattamente le punte delle sue scarpe a ballerina. Erano le sue scarpe preferite: nere con la punta laccata di rosso. Un colore cupo addolcito dal colore della passione e… del sangue Lei aveva versato, metaforicamente parlando, litri di sangue per poter vivere l’amore, la passione. E ora che ce l’aveva non si sentiva completa. Da un paio d’anni aveva un compagno: Lucio. Gli voleva bene e c’era passione, ma non parlavano di cose importanti, mai. E alla sua età gli sembrava assurdo non poter avere un legame vero e solido. Scosse le spalle, un brivido di fastidio. Si sentiva indietro. «Tutto bene Prof.?» Chiese d’un tratto Pablo Flores, l’unico alunno che più o meno tollerava della Terza “E”.

Non si era accorta ci fosse ancora qualcuno in aula e per poco non le venne un colpo.Si mise , quasi di scatto e forzò un sorriso.«Certo Pablo! Stai tranquillo.»Il giovane annuì con poca convinzione. Era rimasto solo lui in classe e Isabella notò solo in quel momento che Pablo era intento nello spezzettare la buccia di mandarino che, a quanto sembrava, aveva appena finito di mangiare.Le dita lunghe e leggermente ambrate, però, raccontavano un nervosismo che il ragazzino cercava in ogni modo di non mostrare. Qualcosa che la donna riconosceva solo perché ci era passata anche lei, molto tempo prima.«Tu stai bene?» Chiese alzandosi e avvicinandosi a Pablo, che era al primo banco.

In quel momento alla donna venne uno strano Deja-vù. Non ci aveva mai fatto caso prima, ma la sua allieva preferita: Aurora Della Torre e, l’unico bambino che tollerava della 3E “Pablo Flores”, si muovevano nello stesso identico modo: con sicurezza e delicatezza mista a nervosismo. «Sì.» disse piano il ragazzino non avendo il coraggio di guardarla in faccia. «Sicuro?» domandò dolcemente la donna. Pablo sorrise in un modo strano e disse solo: «Non proprio.» sussurrando appena. Isabella a quel punto fece per parlare. Voleva capire, aiutare… come nessun professore aveva fatto con lei anni addietro. Ma la campanella di fine ricezione non glielo permise. Isabella sapeva bene che anche se il dolore esiste e delle volte vogliamo solo essere capiti, la vita a volte va troppo veloce e ci fa scordare come si può parlare delle cose vere. La verità, secondo lei, risiedeva nel fatto che a volte chiamiamo dubbi le verità che non abbiamo il coraggio di fare nostre. Ma, in quella scuola, lo sapevano anche due bambini dal cuore troppo grande che, nonostante tutto, condividevano ancora la solitudine insieme. In due aule diverse, ma con lo stesso respiro. A volte, anche se si vuole bene a qualcuno, può non essere il momento giusto. Ma questo non cancella l’affetto o il pensiero, mai.

O, almeno, per Pablo e Aurora era così.Loro, che avevano condiviso gioia e profondità, ma che s’erano anche mangiati il dolore l’uno dell’altra, finendo solo per far crescere di più il mostro sotto i loro rispettivi. Pablo questo l’aveva capito. Aurora, invece, non era ancora pronta ad accettarlo.Bisogna prima guarire dal proprio dolore per poterlo sorreggere insieme a qualcun altro, sennò poi, finisce che quel dolore schiaccia entrambi. il giovane lo sapeva bene che le avrebbe voluto bene per sempre, sperava solo che quando sarebbero stati davvero pronti a ritrovarsi lei lo avrebbe perdonato.

Il Moralista: La doppiezza nella mimica sordiana

Di Chiara Pascucci

Nel panorama dei numerosi ritratti interpretati da Alberto Sordi intorno agli anni ‘50, quasi sempre si dimentica di citare una deliziosa commedia che ancora una volta utilizza il cinico sguardo della commedia all’italiana, per descrivere le ipocrisie del nuovo costume italiano. Con il soggetto di Ettore Maria Margadonna e Luciana Corda, e la sceneggiatura di Margadonna, Corda, Oreste Biancoli, Rodolfo Sonego e Vincenzo Talarico, Il Moralista (Giorgio Bianchi, 1959) narra le vicende del giovane Agostino, interpretato da Alberto Sordi, segretario generale dell’ente privato OIMP (Organizzazione Internazionale della Moralità Pubblica). Egli si occupa di salvaguardare la moralità in ogni ambito della società italiana: dal cinema, alla pubblicità, passando per i locali pubblici. Capo supremo dell’organizzazione è il presidente, interpretato da un magnifico Vittorio De Sica. 

Il film inizia con il povero Giovanni, interpretato da Franco Fabrizi, che vede il suo locale chiudere a causa di una raccolta firme che ne denuncia attività illecite e di dubbio costume. Cercando di affermare la sua innocenza, la polizia lo indirizza verso il segretario generale dell’OIMP, che per il suo carattere integerrimo, è causa di numerose censure e chiusure.

Quando il film si sposta nel palazzo della sacra moralità, luogo di lavoro di Agostino, ancora non riusciamo a vederlo, ma percepiamo subito il suo timbro potente attraverso gli altoparlanti, mentre recita con ardore un discorso incentrato sulla sua missione personale di salvaguardare la moralità ormai perduta del paese. Quasi una voce divina da giudizio universale.

È necessario però cercare di comprendere il periodo storico in cui il film si colloca: alle soglie del boom economico, l’Italia muta profondamente il proprio costume, soprattutto a livello sessuale. Il dilagare dei night club e della vita notturna, e la ricerca della dolce vita di stampo americano si scontra con la morale tradizionalista e cattolica tipicamente italiana.

Lo scontro non si misura soltanto nello sviluppo della trama, ma nel personaggio stesso interpretato da Sordi.

Quando incontriamo per la prima volta Sordi nei panni di Agostino, ci troviamo di fronte ad un personaggio profondamente caricaturale: gli occhiali tondi, i capelli pettinati all’indietro a scoprirgli la fronte, la postura rigida, gli occhi sbarrati, quasi allucinati, la voce a tratti stridula. Si pensa in realtà che il personaggio fosse ispirato alla figura reale di Agostino Greggi, deputato democristiano di formazione salesiana, noto all’epoca per una causa intentata contro la locandina di un film con Brigitte Bardot. Passò anche alla storia come colui che chiuse il famoso locale Piper a Roma, accusato di essere luogo di corruzione giovanile.

Il film in questo modo è a tutti gli effetti una vendetta contro la censura di quegli anni.

All’inizio della pellicola il personaggio appare profondamente grottesco per il modo in cui egregiamente svolge il suo lavoro; Agostino addirittura si guadagna la stima del presidente, che definendolo un puro, lo vorrebbe a tutti i costi come pretendente di sua figlia Virginia, una divertentissima Franca Valeri nei panni di una giovane donna che cerca di mostrarsi disinibita.

Qualcosa però non torna nel moralista; la lezione della commedia all’italiana infatti ci insegna che il personaggio non è mai nel modo in cui il titolo lo definisce.

In questo caso accorre in maniera dirompente la capacità mimetica di Alberto Sordi; egli infatti mescola alla sua postura rigida e sguardo allucinato, momenti sottili in cui la sua romanità gestuale e parlata irrompe, cercando poi di riequilibrarla con l’utilizzo di tic nervosi. Ciò comunica allo spettatore una doppiezza quasi perturbante. È come se in esso convivessero due anime, che attraverso piccoli cenni, facessero vacillare nello spettatore l’idea costruita intorno al personaggio. Ma non è un caso, perché il moralista in realtà altro non è che un losco individuo coinvolto nella tratta delle bianche e in giri di prostituzione.

Il film quindi, attraverso il linguaggio della commedia, tratta temi profondamente seri e disturbanti; e tutto si gioca sull’interpretazione di Sordi che, a livello attoriale, è conosciuto proprio per la sua capacità di costruire il personaggio sulla base di una performance fisica, che è parte integrante della maschera dei suoi personaggi.

In questo caso il gioco della maschera di Agostino è svelato nella negazione di essa. 

È proprio quando la rigidità del moralista viene negata con la fisicità, che Alberto Sordi opera la sua critica sul personaggio e ne svela i tratti più oscuri.

La maschera svela la doppiezza dell’animo umano, se non proprio la costruzione della performance sociologica che ognuno di noi opera di fronte all’altro.

Quando infatti il film rivela la vera natura di Agostino, Sordi cambia volto: la postura è morbida, quasi sbilanciata, lo sguardo è vacuo, i capelli sono spettinati e la dizione si modifica nella sua romanità vorace. Il moralista altro non era che un attore, che indossando i suoi occhiali (che infatti sono spariti) insieme alla sua segreteria complice, operava una vera e propria trasformazione di copertura. 

È così quindi che la commedia denuncia l’ipocrisia di un paese che sceglie a parole la legge della tradizione di fronte al cambiamento sociale, per poi cederne in segreto alle tentazioni.

La commedia all’italiana ancora una volta conferma il suo sguardo profondamente lucido sulle trasformazioni in atto, rendendo il dispositivo cinematografico uno strumento preziosissimo di analisi sociale.

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