Res- parte 2- La famiglia e l’amore

di Carolina Maccione

Aurora Della Torre non ne sapeva molto della vita. A dire il vero non ne sapeva nulla, o quasi. Era nata da 1 mese e mezzo e aveva già capito la differenza tra calore e amore. Lucia aveva partorito in anticipo con un parto cesareo e avevano dovuto mettere Aurora in incubatrice.Poi la svolta: le dimissioni.

Un secondo e la neonata senti l’amore, stretta al petto della mamma. In quel mese e mezzo a volte l’avevano fatta tenere in braccio a Lucia, per la marsupio-terapia, ma stavolta era diverso. Stavolta era definitivo.Lucia era raggiante, la piccola al sicuro.Le due arrivarono a casa alle ore 15:18 di un pomeriggio di mezza estate. Davide aveva guidato e aveva sorriso alla rotatoria per arrivare a casa. In passato aveva già sorriso, ricordandone a stento il motivo, quella volta però, il motivo sarebbe diventato una delle sue poche ragioni di vita.Aurora varcò la soglia della sua nuova camera alle ore 20:35. Per il primo periodo i medici avevano consigliato a Davide e Lucia di dormire a turno con la piccola, in camera sua, vicino alla culla.La prima sera si offrì Davide.Res era incuriosito, scettico, felice e confuso. Tante emozioni tutte insieme.Guardava quella neonata e provava invidia. Poi la vedeva ridere e provava confusione, poi, in fine. la vide alzare gli occhietti su di lui e li comprese la seconda parola che gli avrebbe cambiato la vita per sempre: affetto.Sì dice che le persone della propria famiglia non si possono scegliere.

Ed è vero, ma per metà… perché si può scegliere chi far entrare all’interno della propria famiglia e, soprattutto, si può scegliere di amare incondizionatamente qualcuno della nostra famiglia non solo per gli obblighi sociali.E lui, che fino a pochi mesi prima nemmeno possedeva una casa ma, soprattutto, non conosceva nemmeno l’amore o l’affetto, ora aveva scelto.(4 anni dopo…)«A- arco… mamma ma le balene che c’entrano?»Lucia sorrise dolcemente.«Amore, la parola è “Arcobaleno”.»«Ah.» annuì Aurora prendendo di nuovo in mano il piccolo libricino.Poi ci ripensò: «Mamma?»«Si?»«Cos’è un Arcobaleno?»Res non avrebbe mai visto un arcobaleno… eppure li, appeso al soffitto nella stanza di sua sorella fece un pensiero; Aurora, Lucia e Davide erano il suo. Chiuso in quella cantina aveva conosciuto solo il freddo della pioggia e i raggi troppo caldi del sole… loro erano la sua via di mezzo. Il suo posto sicuro.

E sebbene Lucia e Davide fossero solo i suoi acquirenti, che per un lampadario corrispondono un po’ a dei genitori disattenti, e Aurora non sapeva nemmeno di avere un fratello-lampadario, loro erano l’Arcobaleno di Res: dei colori meravigliosi. Con il tempo Res aveva conosciuto molto del mondo. Ma qualcosa non gli tornava… perché gli umani erano così diversi dagli oggetti con cui era stato solito conversare nella cantina-ripostiglio del vecchio Roberto?La verità è che la complessità d’animo è qualcosa che non si può insegnare o spiegare. Viene da sé. Res non sapeva se il suo animo fosse complicato o addirittura complesso, ma inspiegabilmente sapeva per certo di sentirsi umano e, forse, l’uomo è quanto più di complesso esista, con tutte le sue contraddizioni.Se avesse avuto la possibilità di parlare con Davide, che era il componente della famiglia che vedeva meno di frequente, avrebbe scoperto anche la parola più distruttiva e meravigliosa del cosmo: “fragilità. Forse proprio l’emozione che rende l’uomo così complesso.Davide era un brav’uomo. Dolce, con dei valori ferrei e sognatore. Ma anche lui, a suo modo, aveva conosciuto il freddo della pioggia e i raggi troppo caldi del sole.La differenza tra Davide e Res?Quest’ultimo, con tutta la purezza e la positività della giovinezza, aveva avuto la forza di trovare la sua via-di-mezzo.Davide non l’avrebbe mai trovata.

Era bipolare. E, nonostante, il suo disturbo non lo condizionasse così tanto (non quanto condizionava altre persone) viveva di alti e bassi. Di luci e ombre.L’arrivo di Aurora l’aveva reso felice e continuava a farlo, ma a volte vivere è più difficile dell’essere felici. E si finisce per sopravvivere solo per vivere quella maledettissima “felicità”.Può sembrare un controsenso, ma non lo è.Davide era fragile. E per anni aveva avuto paura di ciò. Ma a volte non si può ignorare come siamo, o cambiarci, si può solo provare ad essere la nostra versione migliore possibile. E, alle volte, basta. Far parte di una famiglia richiede lo stesso sacrificio: accettare che non si può essere perfetti ma sapere che si può provare a funzionare insieme.

Omaggio a Ornella Vanoni, voce che ha attraversato il tempo

Tra teatro, canzone d’autore e spazio pubblico, un omaggio condiviso in memoria di una grande artista pilastro della nostra storia

di M.Chiara Della Camera

Ci sono voci che non appartengono solo a chi le emette, ma a chi le ha ascoltate nel tempo. La voce di Ornella Vanoni è una di queste: una presenza che ha attraversato decenni di storia culturale italiana senza mai diventare prevedibile. Non perché immutabile, ma perché capace di restare fedele a un’idea precisa di espressione, di verità, di esposizione.
La sua formazione nasce nel teatro, al Piccolo Teatro di Milano, sotto la guida di Giorgio Strehler. È lì che la parola diventa centro, che la voce impara a farsi racconto prima ancora che melodia. Le Canzoni della mala, con cui Vanoni si afferma all’inizio degli anni Sessanta, portano nella musica italiana una dimensione narrativa nuova: storie di margine, atmosfere cupe, personaggi evocati più che descritti. Il canto è essenziale, controllato, quasi recitato. Non c’è ricerca dell’effetto, ma dell’intenzione.
Nel corso degli anni, Ornella Vanoni attraversa generi e linguaggi con grande libertà. Dalla canzone d’autore alle contaminazioni internazionali, dal pop sofisticato alle interpretazioni più intime, la sua carriera si costruisce come un percorso coerente e allo stesso tempo aperto. La sua voce, segnata, imperfetta, lontana dai canoni della perfezione tecnica diventa uno strumento espressivo proprio perché non nasconde le fratture, ma le espone. In un panorama musicale spesso dominato dall’esibizione, Vanoni ha continuato a difendere l’idea dell’interpretazione come atto di verità emotiva.
Negli ultimi anni, la sua presenza pubblica ha assunto un valore che va oltre la musica. Ornella Vanoni ha parlato apertamente del tempo che passa, della stanchezza, della fragilità, rifiutando la retorica dell’eterna giovinezza. Con ironia e lucidità, ha messo in discussione il modo in cui lo spettacolo gestisce l’invecchiamento, soprattutto quando riguarda le figure femminili. Questa esposizione senza filtri non è solo una scelta personale, ma un gesto culturale: rendere visibile ciò che solitamente viene rimosso.
È anche per questo che Vanoni continua a essere una figura centrale nel discorso pubblico. Le sue interviste, spesso rilanciate sui media e sui social, mostrano una libertà di parola rara, lontana dalla costruzione di un personaggio rassicurante. La sua voce non funziona come semplice nostalgia, ma come memoria attiva: un archivio emotivo che continua a dialogare con il presente e con le generazioni più giovani.
Questo omaggio non vuole essere un bilancio definitivo, ma il riconoscimento di una traiettoria. Una voce che ha attraversato il Novecento e il nuovo millennio trasformando il tempo in materia espressiva. Quando un percorso artistico riesce a diventare spazio condiviso, smette di appartenere solo a chi lo ha costruito e diventa patrimonio culturale. Ed è in questo passaggio, dalla biografia alla memoria,che si colloca il senso più profondo dell’eredità di Ornella Vanoni.

Fonti e riferimenti

Enciclopedia Treccani, voce Ornella Vanoni
Rai Cultura, archivio programmi e interviste
Piccolo Teatro di Milano, materiali storici sulla collaborazione con Giorgio Strehler
G. Borgna, Storia della canzone italiana, Mondadori
F. Fabbri, La canzone italiana, Il Mulino
Articoli e interviste su La Repubblica, Corriere della Sera, Rolling Stone Italia

Una famiglia perfetta: cercasi parenti per Natale.

Di Filippo Ciriaci

Cosa si è disposti a fare pur di non sentirsi soli? 

Paolo Genovese dirige quella che all’apparenza sembra essere una grande famiglia durante la Vigilia di Natale. La realtà è ben diversa e più amara: un uomo di mezz’età si ritrova, come ogni anno, nella sua solitudine, senza nessuno da invitare durante le festività natalizie e da un po’ di tempo ha deciso di affittare una compagnia di attori per fargli interpretare la famiglia che non ha mai avuto. L’uomo in questione è interpretato da Sergio Castellitto, descritto già dal nome come un uomo ricco e potente:Leone. Dietro questa potenza però si nasconde un lato fragile: la volontà e allo stesso tempo l’impossibilità di avere una famiglia normale. Quindi a mali estremi, estremi rimedi: almeno durante il Natale, si inventa di avere una moglie, quattro figli, un fratello, una cognata e una madre.

Il tema che viene trattato è molto veritiero: quante persone nella vita reale si ritrovano a passare le feste da soli perché hanno perso i genitori, i fratelli e i figli? In questo caso, addirittura, troviamo un uomo talmente disperato da “affittare” delle persone pur di non stare da solo. 

È sicuramente un film con molta ironia, dove si ride, ci si diverte, ma sono anche presenti dei momenti meno brillanti e più malinconici. L’atmosfera del Natale è sempre presente e si riconosce da subito, a partire dai titoli di testa, per poi passare alle decorazioni, la tombola, il cenone fino ad arrivare alla messa di mezzanotte. Da qui il film prende una piega meno comica, ma che senz’altro riserva degli imprevisti che, insieme alla comicità grottesca di Marco Giallini e il cinismo di Sergio Castellitto, sono i pezzi forti del film.

Consiglio di vederlo, è un film sicuramente particolare ma per tutti. Non si tratta della solita commedia natalizia o di un cinepanettone, anzi. È un remake, ispirato al film Familia del 1996, diretto da Fernando León de Aranoa. Mentre il remake firmato da Genovese è, seppur amara, una commedia, il film originale assume un tono più thriller.

Una famiglia perfetta è del 2012. Il cast è formato sia da attori già affermati all’epoca, come Sergio Castellitto, Marco Giallini, Claudia Gerini, Ilaria Occhini, Eugenia Costantini, sia da altri che si affacciano al cinema proprio in quel periodo, come Eugenio Franceschini, Lorenzo Zurzolo e Giacomo Nasta.

Sono presenti anche come “guest star”: Francesca Neri, Sergio Fiorentini, Maurizio Mattioli e Paolo Calabresi.

Il film è disponibile gratuitamente in streaming su Mediaset Infinity.

Res- I parte

di Carolina Maccione

I ricordi possono essere ingannevoli. Spesso, quando si inizia a crescere si ha la percezione di avere delle memorie che non ci appartengono davvero. Questo avviene perché l’uomo, per natura, si nutre di racconti e, in fin dei conti, raccontare una storia fittizia crea l’illusione per chi l’ascolta, di sentirla davvero, all’interno di sé e fuori. Quando si ama un racconto non lo si ascolta o legge e basta, ma lo si vive… e questo succede anche quando i genitori, o comunque degli adulti, raccontano a un bambino un ricordo di lui da molto piccolo… un qualcosa che il giovane non può ricordare ma che può assaporare fino a credere di rammentarlo davvero.

Questa è la più bella illusione dell’uomo o meglio, del bambino e benché Res non fosse del tutto una creatura con bocca, occhi, naso, sangue o ossa, questa piccola illusione la viveva anche lui, in un modo unicamente suo. Anche lui aveva sentito tanti racconti nel corso della sua vita fino a quel momento.

Erano storie d’amore e di appartenenza, di desiderio e di famiglia, di ambizioni, dolore e speranza, e le aveva tutte sentite nel giro di più o meno un mese… erano storie meravigliose e soprattutto diverse da quelle che aveva sentito da sei anni a quella parte. Ma per fortuna, la vita spesso ci insegna che per poter avere dei bei ricordi prima dobbiamo viverle determinate cose. Res era stato consegnato da Roberto Belli a casa di Lucia Rossetti alle ore 18:18 del 15 maggio 2003. E, alle 18:25, Res aveva varcato per la prima volta la porta della sua nuova camera.

Poco dopo un uomo dal sorriso dolce e lo sguardo perso, che poi avrebbe scoperto chiamarsi Davide, lo aveva montato e aveva verificato che funzionasse… cosa di cui, il giovane lampadario a forma di delfino, non era mai stato sicuro. Perché, subito dopo essere stato creato, era finito tra le grinfie di Roberto Belli, il collezionista senza scrupoli. Roberto non aveva mai dato valore al piccolo delfino. Ma, involontariamente, gli aveva dato dignità, chiamandolo sempre con una vecchia parola latina che significava tutto e non significava niente. Solo Res, un qualcosa che preso singolarmente non ha quasi nulla da dire, ma messo in un determinato contesto è l’intero vocabolario. Ora l’aveva capito anche lui cosa significasse e, l’aveva sentito per davvero sulla pelle. Res per anni, o almeno da quando aveva memoria, era rimasto chiuso a chiave nel ripostiglio del vecchio e burbero collezionista, che entrava lì dentro solo per piazzarci altri oggetti che non riteneva abbastanza belli, ma troppo unici per lasciarli ad altri.

Poi era arrivato quel benedettissimo sfratto e il vecchio era stato costretto a vendere alcuni dei suoi pezzi da collezione ed era avvenuto lì il miracolo; Res aveva trovato Lucia e Davide e aveva scoperto la sua funzione ed ora si sentiva ‘‘L’intero vocabolario’’ per quella stanza dalle pareti lilla. Allora ancora non lo sapeva, ma da lì a breve il suo mondo sarebbe cambiato di nuovo… perché avrebbe finalmente scoperto che esistono cose molto più importanti dell’avere una funzione.

Una riflessione critica sul caso “Cicalone” e sulla giustizia fai-da-te

Di Giulia Falasca

Negli ultimi giorni è diventato virale un video in cui il noto youtuber Simone Ruzzi, aka Cicalone, è stato aggredito da un gruppo di borseggiatori alla fermata della metro Ottaviano, a Roma.

I messaggi di supporto al creator non sono arrivati solo dai suoi iscritti, ma anche da vari esponenti politici, da Emilio Borrelli (AVS) a Matteo Salvini (Lega). Non è la prima volta che le vicende di Cicalone irrompono nel quadro politico, i suoi video, da un certo momento in poi, sono diventati veri e propri manifesti. Basti pensare a uno dei nuovi provvedimenti del ddl Sicurezza che prevede un inasprimento delle pene per chi commette reati “a bordo treno o nelle aree interne delle stazioni ferroviarie e delle relative aree adiacenti” (Il Foglio, 13 settembre 2024) ed è stato battezzato da moltissime testate giornalistiche “norma Cicalone”. Ma che tipo di video fa Cicalone? E siamo sicuri che questo legame con la politica sia sano e privo di pericoli? Simone Ruzzi inizia ad acquisire un discreto seguito su YouTube con il format “Quartieri criminali”, in cui mostrava il degrado di varie zone di Roma.

Da marzo 2023 il cavallo di battaglia del canale diventa un altro: la documentazione dei borseggi sulle metro. Ma Simone non si ferma alla mera documentazione. Lo youtuber, accompagnato da alcuni pugili professionisti come lui, individua, segue e cerca di portare i presunti ladri alle forze dell’ordine. I metodi che utilizza sono di tipo coercitivo: a volte si tratta di inseguimenti e intimidazioni ma spesso lo youtuber arriva a fare uso della forza fisica. Tale modalità “documentaristica” (se così si può chiamare) è il punto cruciale della questione, che ha portato l’opinione pubblica a dividersi tra chi sostiene che Cicalone e il suo gruppo non facciano altro che squadrismo, a maggior ragione considerando che non hanno alcun ruolo istituzionale, e c’è chi invece vede in lui una sorta di giustiziere, che interviene laddove lo Stato è assente.

Dal momento in cui in questo dibattito entrano in gioco concetti come quello di Stato, diritto e istituzioni è bene fare chiarezza sulla legittimazione formale delle modalità coercitive di Simone Ruzzi. Pietra miliare dello Stato è il contratto sociale. Questo patto prevede innanzitutto la rinuncia dell’uso della forza da parte di ogni cittadino, rendendo lo Stato l’unico detentore di tale potere. In tal modo, arriviamo a due conseguenze positive: la coercizione viene legittimata al solo scopo di tutelare i diritti dei cittadini e di salvaguardare la pace sociale, e in secondo luogo l’utilizzo della forza non è più libero e incontrollato, bensì regolato dal diritto. Venire meno al patto sociale significa tornare alla giustizia privata, al caos totale. In contrasto con tutto ciò, i rappresentanti del nostro Stato legittimano il modus operandi di Cicalone: non solo non viene mosso alcun provvedimento legale laddove lo youtuber, filmando tutto, mostra l’uso della spada individuale, ma addirittura vengono giustificati ed elogiati, sui social e nei vari salotti televisivi, i suddetti interventi. Il consenso politico del metodo fai-da-te di Simone Ruzzi è talmente forte che diversi dei suoi video sui borseggi sono stati girati con la collaborazione diretta dei politici stessi, come il generale Vannacci (Lega) e la deputata Marianna Ricciardi (M5S). Insomma, una dimostrazione di totale approvazione da parte delle istituzioni. Come ho accennato poco fa, molto spesso la faccenda “Cicalone” è stata affrontata in diversi talk show; in una puntata dell’Aria che tira, puntata del 3 luglio 2024 reperibile sul sito di La7, Vittorio Sgarbi dice «Quello che ho sentito, il modo di stoppare, di prendere, di allontanare, è semplicemente difendere. Il cittadino ha il dovere che lo stato lo difenda, e quelli che fanno lo stato, sono lo stato anche loro perché difendono. Quindi questa funzione di supplenza è il modo con cui persone come il Cicalone contribuiscono a fare quello che lo Stato dovrebbe fare, darci una condizione di garanzia di vita». Nella stessa puntata la deputata Marianna Ricciardi, a testimonianza di ciò a cui ha assistito con Simone Ruzzi, afferma «Credo che il lavoro di Cicalone e del suo gruppo, di denuncia di quello che accade nella metropolitana e nelle situazioni di degrado, sia fondamentale», discorso che continua con una critica rivolta all’insufficiente presenza delle forze dell’ordine. In entrambi i casi, così come per quanto riguarda la collaborazione video tra i politici e Cicalone, i nostri rappresentati politici, coloro i quali rappresentano massimamente l’apparato statale, riconoscono un problema i cui responsabili sono loro, le istituzioni, ma ritengono giustificato l’intervento dei cittadini laddove lo Stato, quindi loro, fallisce. Una situazione paradossale, in cui quindi lo Stato si delegittima riaffidando la spada individuale ai cittadini. Simone Ruzzi è un cittadino qualunque, e questo lo sappiamo tutti: lo sa Sgarbi, lo sa Vannacci, lo sa Ricciardi, ma soprattutto lo sanno i suoi iscritti e chi ascolta le varie disquisizioni in tv. Ciò vuol dire che se Simone Ruzzi è giustificato a utilizzare la violenza allora, laddove riteniamo esserci delle ingiustizie, lo siamo tutti: è ciò che, consapevolmente o meno, ci sta dicendo lo Stato. Un ritorno allo stato di natura, in cui la violenza non è controllata, e in cui l’unica guida è la morale, dunque i giudizi personali e soggettivi: se fai qualcosa che non mi sta bene, anche se credi di stare nel giusto, sono autorizzato a utilizzare la forza.Il punto più importante della questione, dal mio punto di vista, è quello che ho affrontato finora: la legittimazione della giustizia privata. Ora, vorrei concludere quest’articolo affrontando un altro aspetto del fenomeno “Cicalone”: l’aiuto concreto che lo youtuber dà alla città di Roma. Ho trovato online una riflessione molto calzante in merito, che riporterò a breve. L’autore del discorso muove delle riflessioni critiche nei confronti di Vittorio Brumotti, inviato di Striscia la Notizia, il cui scopo dei suoi servizi e le modalità “documentaristiche” sono simili a quelle di Cicalone. Infatti, Vittorio Brumotti tenta di ridurre il mercato della droga facendo il giro delle piazze più coinvolte, come Quarticciolo e Tor Bella Monaca, e l’obiettivo è quello di individuare gli spacciatori, denunciarli, e fargli buttare le dosi. Il parallelismo tra Simone Ruzzi e Vittorio Brumotti è chiaro e abbastanza lampante: due cittadini comuni che vogliono fare “giustizia” laddove le istituzioni sono manchevoli. Sia lo spaccio che i furti, in particolare quelli sulle metro, nella maggior parte dei casi non sono fenomeni isolati e indipendenti, ma parti di organizzazioni molto più grandi, i cui criminali che sia Brumotti che Cicalone individuano non sono altro che ingranaggi di una grande macchina. Fatte queste premesse riporto alcuni stralci della riflessione a cui ho accennato poco fa. La critica viene mossa in seguito a un aggressione di alcuni spacciatori ai danni di Brumotti, esattamente ciò che è successo recentemente a Cicalone: «In questo servizio si fanno vedere certi problemi, ma non c’è la volontà di capire perché ci sono questi problemi (Riferimento a un servizio di Brumotti girato a Rozzano) […] lui a Rozzano evidenzia la presenza di ragazzini, perciò gente con meno di 18 anni, anche con meno di 16 in alcuni casi, che stanno lì sulla piazza a vendere sostanza come fosse un evento eccezionale […] qual è il problema? (mostra l’intervista di un ragazzo che spacciava e che spiega il suo complicato contesto familiare) ragazzini abbandonati a loro stessi, ragazzini con i genitori problematici, ragazzini senza soldi, ragazzini in situazioni drammatiche: affidamenti, carceri minorile, vita di strada e persone che si impegnano anche ad aiutarli: associazioni, altri cittadini eccetera. Ma il problema non è il ragazzino che stava lì con tantissime dosi di sostanza, il problema è che quando fermo un ragazzino che ha questa sostanza non è che inseguendolo con la bicicletta, facendolo scappare, facendogli buttare la sostanza per aria ho risolto il problema. […] Alla fine del servizio i ragazzini non è che si sono pentiti o si sono spaventati […] questo perché non hai risolto nulla, cioè così facendo, prendendo non l’ultima ruota del carro, l’ultimo ragazzino della piazza [..] dietro c’è un organizzazione molto più grande […] non devi correre dietro ai piccoli spacciatori, dovresti parlare con i piccoli spacciatori per capire qual è il problema che fa sì che ci siano tante nuove leve all’interno dello spaccio perché se uno parlasse con sti ragazzini […] emergono tutta una serie di problemi che se non fossero presenti in origine sicuramente il fenomeno potrebbe essere arginato, cioè il fenomeno di gente che viene presa da ragazzino, messa in mezzo alla strada e da lì diventano venditori, diventano criminali, e pian piano nel tempo entreranno in quel meccanismo perfetto che è la criminalità. […] Bisogna intervenire a livello sociale, non a livello di Batman e Robin in bicicletta. […] Non esiste “Brumotti è stato menato”, esiste: qua succede questo, qua succede quello, cosa possono fare le istituzioni?». Il discorso integrale lo trovate sul canale YouTube di Cicalone, datato 24 aprile 2021.

16 Novembre 2025: Palladium film festival

Di Carolina Maccione

Il 16 novembre 2025 si è tenuta al Teatro Palladium la premiazione del concorso: ‘‘Carta Bianca’’, un’iniziativa riservata a registi under 30, che da anni è parte integrante del ‘‘Palladium Film Festival’’. Un’iniziativa incentrata sui giovani, sulle loro produzioni. Un concorso importante, che non si lascia sfuggire quasi nulla, spaziando dai corti di finzione ai documentari fino alle web series. 

Personalmente vivere questa esperienza da spettatrice mi ha ricordato un’intervista che lessi tempo fa, dove François Truffaut parlava della sua prima visione cinematografica. La sua paura più grande, disse, risiedeva nel fatto che quel film prima o poi sarebbe finito. Ora i tempi sono diversi, la settima arte è più accessibile. Possiamo vedere un film o un cortometraggio sdraiati sul letto o seduti sul divano. Ma, il 16 novembre 2025, per un istante, mi è sembrato di rivivere quella magia di cui parlava Truffaut: il non sapere quanti minuti sarebbero passati prima che l’incantesimo di una storia sarebbe arrivato a termine, perché il tempo sembrava dilatarsi e, al tempo stesso, passare troppo in fretta e io, come molti in sala, non avevamo voglia di guardare l’orologio.

Le opere dei ragazzi del concorso Carta Bianca tra loro non hanno quasi niente in comune. Ma di certo condividono la passione per il cinema e per il racconto e regalano al pubblico il desiderio di guardarli all’infinito.

Il festival prevede l’assegnazione di tre premi. il primo decretato dal pubblico votante, il secondo assegnato ai giovani registi e alle loro produzioni da una giuria di esperti del settore e il terzo da una giuria composta da giovanissimi. 

Il momento della premiazione è stato carico di tensione ma anche di speranza.

Speranza per un cinema giovane, nuovo e forse anche un po ‘ diverso. Un cinema libero che non ha nessun vezzo se non quello di raccontare e far ragionare, oltre che affascinare e basta. 

Il 16 novembre, prima delle premiazioni, mi è capitato di soffrire e ridere di tenerezza con ‘‘Dulcibella’’ di Francesca Giusto.

Mi è capitato di sorridere con la premiazione di ‘‘Time Out- Out of time’’ di Francesco Sacco e con la premiazione di “Ombre” di Francesca Occhipinti, premio per le Università da parte del pubblico.

Poi ho ricordato il teatro e la perdita interiore che lascia la fine di un amore con ‘‘La terza fila’’ di Francesco Giannuzzi, corto tra l’altro molto amato anche dal pubblico in sala e vincitore della categoria “scuole di cinema” sempre da parte del pubblico.

Ho adorato la delicatezza e l’amore per la scrittura di ‘‘Quando la storia finisce’’ di Gabriele Gambacorta.

Ho percepito sulla mia pelle e nel mio cuore il dolore della violenza di “Metamorfosi” di Angelo Piccione. E ho respirato cose vuol dire ‘‘Far parte di qualcosa’’ anche se solo da spettatrice.  Ho amato ogni singolo cortometraggio per motivazioni diverse e durante le varie premiazioni non sapevo per quale cortometraggio tifare, perché la verità è che, a dispetto delle preferenze di tema o genere cinematografico, l’arte è quel qualcosa che ti smuove l’anima. E, tutti i registi del concorso Carta Bianca, sono riusciti, ognuno in modo diverso, a smuovere questo profondo amore dentro di me.

Tre giornate dedicate ai nuovi ragazzi del cinema e soprattutto alle loro opere;

Come “Marcello” di Fabio Rossi, proiettato il 15 Novembre e vincitore del premio della giuria, che ha regalato emozioni e forse anche qualcosa in più.

Mi dispiace vivamente non poter citare tutti i registi e i loro lavori. Molti di questi nati, probabilmente, tra le aule della nostra università. Spero mi perdoneranno. Nel dubbio io perdono loro il fatto che i loro lavori oltre ad avere un inizio avevano, ahimè, anche una fine.

Il 16 novembre ho vissuto luci e ombre, dolcezza e brutalità e, per un istante, mi sono sentita parte della giuria senza, però, perdere quella patina di incredula magia che solo uno spettatore o una spettatrice può vivere. 

Raccontare storie è difficile, ancor di più nel cinema ma a volte riesce maledettamente tanto bene e il pubblico finisce per vivere mille vite insieme.

Spero che queste giornate abbiano lasciato anche a voi almeno una parte di quello che hanno lasciato a me, perché il cinema è sì un mezzo per narrare, ma è anche un modo per sognare e, alle volte, sentirsi meno soli.

La solitudine, tema vissuto anche tramite la presentazione del film “Nonostante”(2024), proiettato dopo la premiazione e interpretato e diretto da Valerio Mastandrea, con cui abbiamo vissuto un incontro carico di emozioni.

La trama è basata principalmente sulla storia d’amore nata tra le anime di due persone in coma. È una storia forse semplice a livello strutturale ma non per questo non significava. Le anime di questi pazienti vivono una vita a sé durante il coma.. si conoscono e si riconoscono, soffrono, pensano a ciò che potrebbero lasciare o a ciò che potrebbero dimenticare… perché nel mondo di “Nonostante” ci sono due opportunità: “tornare su” ovvero uscire dal coma, o morire.

Il problema del “tornare su?” Non ricorderai niente di quello che la tua anima ha vissuto mentre il tuo corpo era fermo.

Mi ha colpito particolarmente una frase di quel film: «Nessuno vuole morire da solo.» sentirsi meno soli è un’ardua impresa, ma a volte ci sono delle piccole eccezioni. È stato estremamente interessante sentire il regista e interprete del film parlare di alcune scelte, a volte sofferte, che lo hanno portato alla riuscita del film. Alcune scelte spontanee sono necessarie per una riuscita. Poi ci sono altre scelte, altre circostanze, quelle che ci fanno dubitare anche di una cosa che eravamo convinti di volere fino a poco prima; ad esempio la donna di cui s’innamora il protagonista, che per gran parte del tempo sembrava odiare quella condizione “sospesa” ma al tempo stesso, quando si innamora a sua volta di lui, sente il bisogno di scusarsi perché sa di stare meglio e che tra poco “tornerà su”. Non c’è una morale in questo film, ma c’è una consapevolezza (per quanto mi riguarda) che due persone sole possono essere meno sole insieme.

Siamo corpi vivi e capaci: sul 25 novembre e sull’importanza di occupare il proprio spazio

di Alice Macchiusi

Oggi 25 novembre ricorre la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne; come Pour Parler riteniamo necessario proporre una riflessione sul tema che non sia fine a sé stessa: l’importanza di questa giornata non può e non deve esaurirsi in simboli e numeri commemorativi, oggi più che mai è doveroso interrogarsi sul nostro pensare e sul nostro agire nel quotidiano. Siamo corpi vivi e capaci, non vittime.

L’Osservatorio Nazionale di Non Una Di Meno ha riportato, in data 22 novembre, 77 casi di femminicidio dall’inizio dell’anno; non si tratta di tragedia ma di violenza sistemica. Dietro quel numero si compattano 77 vite, tutte simili e tutte diverse al contempo: si pensi a Ilaria Sula, a Sara Campanella, a Martina Carbonaro; ancora, si pensi a Hayat Fatimi, a Tiziana Vinci, a Cinzia Pinna. La loro perdita e il dolore che ne consegue devono essere elaborati pubblicamente: ridurre queste vite ad un numero non ci permette di progredire nel dibattitto sulla violenza di genere poiché viene meno il senso di responsabilità, personale e istituzionale.

Disporre di dati oggettivi e tangibili su cui poggiarsi deve accompagnarsi all’urgenza di dare una faccia, una storia, a quei numeri. Oggi più che mai è necessario ricordare tutte le sorelle uccise e ricordare perché sono state uccise. In occasione della Conferenza istituzionale contro il femminicidio tenutasi pochi giorni fa a Roma, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha voluto ricordarci che le ragioni della prevaricazione maschile sulle donne è da cercare nel nostro codice genetico; la ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia Roccella ha invece voluto ribadirci che l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole non è correlata a una diminuzione dei femminicidi, declassandola, ancora, a battaglia ideologica.

Minimizzare le ragioni della violenza uccide ancora una volta le nostre sorelle, le priva di ogni possibilità di riscatto e giustizia. È difficile immaginare un futuro diverso se le premesse e se le soluzioni proposte sono di questo tenore: l’impegno collettivo sembra essere in tal senso l’unica via percorribile. Il lavoro svolto da Non Una di Meno in primis e dalle realtà transfemministe tutte è da lodare: sono previste in questa settimana mobilitazioni, presidi, assemblee pubbliche, incontri ed eventi che hanno sì l’obiettivo di sensibilizzare ma, ancor prima, di renderci visibili, riconoscibili. Come Pour Parler abbiamo partecipato al corteo dello scorso 22 novembre indetto a Roma: la marea transfemminista ha sommerso la città, passando per le vie del centro – la manifestazione è partita da Piazza della Repubblica ed è arrivata a San Giovanni – e riappropriandosi dei propri spazi.

Siamo corpi vivi e capaci: la società eteropatriarcale ha storicamente relegato le donne e le soggettività queer a margine dello spazio politico e pubblico, ammettendone l’accesso solo nel rispetto dei codici patriarcali ed eteronormati. Manifestare è riappropriarsi del proprio spazio, è stabilire nuovi nessi con la realtà e negoziare significati capaci di rendere giustizia alla nostra esperienza. Mai come in questi giorni, nonostante l’affollamento delle strade, si respira un’aria intima: è la condivisione di un sentire e di una volontà che, da singole, diventano comuni. Occupare il nostro spazio, ora nello specifico quello pubblico, è ammettere l’esistenza di un conflitto politico radicato e radicale nei nostri corpi; vivere questi momenti di dissenso e protesta collettivi equivale a riappropriarsi dei corpi stessi, è riscatto della propria corporeità, è senso di appartenenza, è riconoscersi.

Il personale è davvero politico: per questo l’agire collettivo deve essere il punto di partenza per il contrasto alla violenza di genere. L’invito è quindi a partecipare alle iniziative programmate nei prossimi giorni, oltre che a informarsi e restare vigili. Link per consultare i dati raccolti dall’Osservatorio di Non Una di Meno.

https://osservatorionazionale.nonunadimeno.netLink con l’elenco delle manifestazioni indette https://www.instagram.com/p/DRaNdlLjo71/?igsh=NWJtejFyZHhlZnhu

Donna Ferrato: l’obiettivo che denuncia

Di Francesca Bordi

La fotografia, sin dalla sua nascita, non è stata soltanto un mezzo per fissare i ricordi o immortalare attimi di vita quotidiana. È stata, e continua a essere, uno strumento capace di rivelare ciò che spesso la società preferisce ignorare, un linguaggio visivo in grado di denunciare ingiustizie nascoste dietro la superficie dell’apparente normalità. In occasione del 25 novembre, giornata internazionale dedicata alla lotta contro la violenza sulle donne, questo ruolo della fotografia emerge con forza ancora maggiore. La ricorrenza ci ricorda quanto sia fondamentale coltivare uno sguardo attento, consapevole e soprattutto coraggioso, capace di rompere il silenzio che per troppo tempo ha avvolto storie, volti e vissuti femminili. A farlo, spesso, sono state proprio le donne che hanno impugnato la macchina fotografica e hanno deciso di dirigere l’obiettivo verso realtà scomode. Non erano semplici osservatrici distaccate: erano donne che guardavano altre donne, riconoscendone la vulnerabilità, la forza, le contraddizioni. Attraverso le loro immagini, offrivano non solo testimonianze, ma veri e propri atti di solidarietà e resistenza. Tra le figure più significative spicca Donna Ferrato, che negli anni ’80 realizzò un lavoro documentario senza precedenti sulla violenza domestica negli Stati Uniti. Le sue fotografie – crude, intime, spesso scattate in momenti di emergenza – portarono alla luce una realtà che raramente veniva rappresentata: la casa, tradizionalmente percepita come luogo di protezione e sicurezza, mostrata invece come uno spazio di pericolo, in cui la violenza si consumava nel silenzio delle quattro mura. Con il suo libro Living with the Enemy, Ferrato raccolse anni di testimonianze visive, costruendo un archivio potente che contribuì a cambiare la percezione pubblica del problema. Tra le immagini più intense vi è quella di Elizabeth, una donna ritratta mentre piange. In quello scatto emerge una luce particolare, una luminosità che non è solo fisica ma emotiva: Elizabeth appare in tutta la sua consapevolezza, come se il dolore che la attraversa fosse al tempo stesso fragilità e forza. Il modo in cui si aggrappa al tavolo con il braccio, il pugno serrato – gesto che racchiude rabbia, tensione, ma anche la volontà di non trasformare quella rabbia in aggressività – raccontano più di qualsiasi parola. È un pianto che non si sente, eppure lo si percepisce con una potenza quasi tangibile attraverso la fotografia. Ferrato non cattura soltanto un’emozione: cattura il momento in cui una donna affronta il proprio vissuto, e in quello sguardo, in quella postura, emerge una verità difficile da ignorare. Scatti come questi ci ricordano quanto la fotografia possa essere un grido muto che chiede soltanto di essere ascoltato e la necessità nel non voltarsi più dall’altra parte.

Recensione “Storia di due anime”

Chiara Di Fonzo

Che cosa resta di noi quando oltrepassiamo i confini di un’unica vita? “Storia di due anime”, romanzo d’esordio di Alex Landragin, parte proprio da questa domanda: un invito a smarrirsi con curiosità nella possibilità che un’unica anima non sia abbastanza, che possa attraversare secoli, luoghi e corpi diversi, inseguendo un legame che non conosce confini, tramite un semplice sguardo. Il lettore viene accolto da un rilegatore anonimo che dichiara di aver messo insieme tre manoscritti misteriosi, rubati, nascosti, forse maledetti. Ed è già chiaro che nulla in questo libro è davvero dove dovrebbe essere: né gli autori, né i personaggi, né i confini tra le epoche. Landragin costruisce un’opera che sembra un romanzo, un gioco letterario e un labirinto temporale allo stesso tempo. Una delle prime sorprese, e una delle più riuscite, è la doppia modalità di lettura. Il libro può essere affrontato nell’ordine tradizionale, dalla prima all’ultima pagina; oppure seguendo la cosiddetta “Sequenza della Baronessa”, un percorso alternativo suggerito dall’editore che riassembla i capitoli e rivela un’altra struttura narrativa possibile. Non è solo un espediente: è il cuore del romanzo; la storia cambia tono, ritmo e persino significato a seconda del percorso scelto. Il lettore diventa co-autore, scegliendo quale anima del libro chiamare alla luce per prima. Due percorsi narrativi, due esperienze distinte, una dualità coerente con il titolo e con l’intero impianto tematico del romanzo. È un espediente che incuriosisce subito, e che comunica al lettore una verità semplice: questo libro non si legge, lo si abita, esplora e ricompone come un enigma fatto di inchiostro. Per chi ama il gioco metaletterario, questa struttura è magnetica: richiama Calvino, Borges, Cortázar, ma con una voce molto contemporanea, che risulta accessibile pur restando sofisticata. Il romanzo è composto da tre racconti autonomi ma indissolubilmente legati tra loro, che attraversano continenti, secoli, generi letterari: dal gotico baudelairiano al noir parigino, fino all’epica mitica del Pacifico. Seppur diversi, hanno un filo comune che li attraversa senza mai esplicitarsi del tutto, un legame profondo, antico, quasi cosmico, tra due anime che sembrano rincorrersi attraverso le epoche. Ogni storia funziona da sola, ma quando la si legge nel contesto delle altre, acquista un’eco, un riverbero, un presagio. Landragin non spiega mai fino in fondo, ma suggerisce: la memoria come condanna o salvezza, l’amore come destino o come prigione, l’identità come qualcosa che si ricostruisce a ogni rinascita e ad ogni perdita. Lo stile di Landragin è sorprendentemente limpido, musicale, quasi ipnotico; spesso poetico, ma senza essere artificioso. Riesce a evocare atmosfere diverse senza perdere coesione. Il romanzo sfiora generi diversi ma non si lascia definire da nessuno di essi. Le descrizioni sono dense di atmosfera, soprattutto nelle sezioni ambientate nel passato; e al tempo stesso, l’alternanza delle voci narrative, che cambiano registro, distanza e intensità, conferisce all’opera un valore sperimentale che la rende diversa da molte altre pubblicazioni contemporanee. È un testo “anomalo”, ibrido, che gioca con le categorie e lascia volutamente delle zone d’ombra. E sono proprio quelle ombre a renderlo così seducente. I personaggi sembrano respingersi e ricongiungersi attraverso il tempo come se fossero le varie incarnazioni di una stessa energia persistente. La narrazione non è mai lineare, eppure è animata da un’evidente coerenza interna, ogni tassello sembra dialogare con quello successivo e precedente, in una struttura che funziona come un mosaico, e che si svela solo quando il lettore accetta di perdersi un po’ al suo interno. I protagonisti sfuggono alla stabilità, si trasformano, assumono ruoli nuovi; sono anime che ritornano, si riconoscono, si smarriscono di nuovo, all’interno di un ciclo apparentemente infinito. Naturalmente, una struttura così ambiziosa comporta anche qualche rischio. Il ritmo non è sempre uniforme; alcune parti procedono lente, altre accelerano bruscamente; alcuni lettori potrebbero percepire l’intreccio come eccessivamente complesso o artificioso. La doppia modalità di lettura, pur geniale, può risultare un gioco più formale che necessario, e richiede un certo impegno per essere apprezzata pienamente. Tuttavia, questi elementi non diminuiscono il valore complessivo dell’opera, anzi, in un panorama editoriale spesso incline alla prevedibilità, a “Storia di due anime” va riconosciuto il merito di osare. Forse, infondo, “Storia di due anime” non chiede al lettore di trovare tutte le risposte, ma di accettare che alcune storie vivono proprio nei loro vuoti, nei salti, nelle pieghe del tempo che non possiamo ricostruire. È davvero possibile che due anime si cerchino attraverso i secoli? Quanto di ciò che ricordiamo ci appartiene, e quanto invece è ereditato, trasmesso, immaginato? E, soprattutto, quante vite servono per capire chi siamo davvero? Questo libro non offre soluzioni, ma indizi, tracce, spiragli. Sta al lettore decidere se seguirli, o se perdersi di nuovo al loro interno, voltando semplicemente la prima pagina.

Conoscere Christopher Anderson

Fotografia come esperienza umana

di Alice Stracca Pansa

“Chris, you better start making pictures now, because in 45 minutes we will all be dead”.

È questa frase, pronunciata in mezzo al nulla dell’Oceano Atlantico, a segnare un punto di non ritorno per Christopher Anderson. Si trovava su una piccola barca di legno, costruita a mano, insieme a 44 rifugiati Haitiani. Destinazione: Stati Uniti. Anderson inizia a scattare nel momento più tragico: al largo dei Caraibi, la barca chiamata “Believe in God” comincia ad affondare. È un momento decisivo per Christopher, come persona e come fotografo. Si rende conto così che la fotografia è il mezzo per testimoniare la propria esperienza umana.

Christopher Anderoson, “Desperate passage”, la realtà del viaggio verso gli Stati Uniti (1999).

Fortunatamente, la potenziale tragedia, si risolve con la salvezza di tutti i passeggeri. “America, or Death” è la copertina del New York Times Magazine per cui Christopher lavora come inviato. Le immagini, cariche di tensione, gli varranno il Robert Capa Gold Medal nel 2000. Questo riconoscimento internazionale premia l’intraprendenza e il coraggio del fotografo nella realizzazione del reportage. É l’inizio di una carriera fatta di storie in equilibrio tra testimonianza e introspezione, che culminerà nella prestigiosa Magnum Photos nel 2005. Negli anni successivi, Anderson viene inviato in diverse situazioni di conflitto: Afghanistan, Iraq, Libano, Israele e Palestina. Sono più la sua curiosità e sete di conoscenza, che l’interesse per la professione in sé, a spingerlo ad addentrarsi nel mondodella fotografia di guerra. E lo fa con grande sensibilità. Nei suoi scatti, si evince la profonda vicinanza rispetto a ciò che vede e vive, partecipe della sofferenza delle vittime della storia.

Christopher Anderson, Premio World Press 2008 nella sezione “Daily Life” per aver documentato la vita quotidiana nei dintorni di Betlemme, durante il conflitto tra Israele ed Hezbollah.

Sono anni intensi per il fotografo canadese, che vede svuotato del senso originario il documentare gli orrori della guerra. La macchina fotografica, è inizialmente per lui via di fuga per allontanarsi dalla quotidianità angusta della piccola città texana di Abilene, dove è cresciuto. Poi, diventa lo strumento che gli vale il suo primo lavoro di fotografo quando si trasferisce a New York. Nel 2008, due eventi segnano la vita di Anderson: la nascita del suo primo figlio, e la malattia del padre, un cancro che lo porterà alla morte in pochi anni. Christopher decide di allontanarsi definitivamente dalla fotografia di guerra, dalle storie degli altri, per concentrarsi sulla sua. Inizialmente, scatta per sé stesso, per immortalare l’inizio di una vita, e la fine di un’altra. Per lasciare un ricordo familiare. Ma si accorge ben presto di star costruendo l’opera più importante della sua carriera: “SON”. Tuttavia, la virata di Christopher Anderson dal foto-giornalismo in situazioni di conflitto alla ritrattistica intima, non significa uno sradicamento la sua Fotografia. Infatti, sebbene la direzione dell’obiettivo fotografico sia cambiata, il fine è lo stesso: catturare un’emozione, e riuscire a trasmetterla attraverso un’immagine.Non è la luce giusta, né il tecnicismo della composizione perfetta, a far sì che una fotografia rimanga impressa nel tempo e nella memoria. Nel totale caos visivo in cui siamo immersi oggi, ciò che determina la longevità di un’immagine, è la sua autenticità. Lo sguardo di Anderson fugge dalla banalizzazione delle situazioni, e delle relazioni. L’intensità delle immagini, e l’urgenza di fare trasparire l’energia della realtà, sono alla base della sua potente opera fotografica e umana. A.S.P

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