Res- parte 4- La solitudine condivisa

di Carolina Maccione

Quando trovi qualcuno che capisce gli aspetti più tristi della tua vita ma con cui puoi anche ridere poi è difficile accontentarsi delle altre persone” Res non aveva amici. O meglio, le persone della sua famiglia erano i suoi unici amici. A volte, quando sentiva parlare di quel legame, uno dei pochi che scegli di tua spontanea volontà e che non chiede niente in cambio, si sentiva strano.

Come se fosse una cosa che non gli sarebbe mai potuta appartenere…ed era così. Negli ultimi tempi Aurora aveva fatto amicizia con un bambino di nome Pablo. Un ragazzino gentile e ironico per difesa.

Lui si era trasferito da poco e la maestra Luisa lo aveva fatto sedere al banco con la piccola di casa Della Torre. In realtà le elementari erano state una bella esperienza per Aurora, ma… non aveva mai trovato dei veri e propri amici.

Poi, era arrivato lui, in una mattina qualunque del quarto anno.Pablo era gentile e non faceva domande indiscrete, questo rese facile per Aurora raccontarsi a lui. Pablo l’ascoltava davvero.

E pian piano anche lui iniziò ad aprirsi, con cautela ma anche con la volontà di farsi conoscere veramente. Lui non era un bambino cattivo, né timido. Era selettivo e tendeva a rifugiarsi nella propria mente, perché lì, niente poteva fargli male. O quasi. Era diverso da Aurora, ma allo stesso tempo erano anche simili. La bambina era solitaria ma aperta, lui socievole ma chiuso. Se per la strada per andare a casa Aurora non salutava nessuno. Lui sorrideva alle vecchiette vestite in un modo buffo o alle persone che riteneva interessanti. In non molto tempo Pablo divenne ospeite fisso a casa Della Torre.Res era incuriosito da lui. Poi aveva anche sentito dire da Lucia che la situazione a casa non era delle migliori. Anche per Aurora non era facile.

Ma, nonostante questo almeno lì c’era amore. Qualcosa che Pablo conosceva solo in parte. Aurora e il suo amico spesso si confidavano tra loro, Res amava ascoltarli sviscerare le proprie anime l’uno all’altra. Così aveva avuto modo anche di conoscere nuovi aspetti della sua sorellina. Spesso i due bambini finivano per piangere insieme e, poi, dopo lunghi silenzi scoppiavano a ridere, all’unisono… come due anime perse allo stesso modo che, stando insieme, finivano solo per ritrovarsi. Ecco, questo a Res mancava. Lui era un’anima a sé. E, alle volte, gli sembrava di vivere solo attraverso le anime degli altri.

E faceva male. A lui, che si perdeva e ritrovava in continuazione. Come una città di mare che viene popolata di gioia solo in estate. Avrebbe voluto confidarsi con qualcuno in grandi di sé rido davvero ma… lui con gli altri oggetti della casa non parlava mai. Di fatto gli risultava complicato comunicare. Ma gli risultava incredibilmente facile amare. Non amava, però, “quelli come lui”, gli altri componenti d’arredo della casa. Li trovav frivoli e senza emozioni.Non erano Aurora, Davide, Lucia o Pablo.

Per Res ora come ora era impensabile provare affetto per un oggetto dopo aver conosciuto gli umani così bene. Con tutte le loro contraddizioni e la loro anima incredibile.

Non voleva più accontentarsi. E non lo avrebbe fatto. Aurora, invece, aveva provato ad accontentarsi, ma non ci era riuscita… forse il cercare qualcuno di nuovo per sconfiggere la solitudine non era uno “sport” adatto a lei (sport che aveva scoperto essere molto in voga tra i suoi compagni di classe, che a suo parere non piacevano davvero tra loro) La giovane Della Torre, che ora aveva 13 anni e con Pablo non parlava più…Ci aveva pure provato a farsi nuovi amici ma come si può dopo un’amicizia del genere trovare gradevole chi si diverte nel prendere in giro gli altri? Lei non lo sapeva. Lei che dopo due anni si chiedeva ancora perché Pablo non le parlasse. «Leggi durante la ricreazione anche oggi?» Chiese la prof. Ferro abbassandosi appena gli occhiali e guardando Aurora.

La ragazza non si mosse, troppo concentrata. A quel punto la professoressa tossì forzatamente.«Mh?» Scattò Aurora.La donna la guardò con disapprovazione e indicò il libro. La ragazzina sospirò, chiudendo il libro, lasciando però un dito tra le pagine per non perdere il segno.«È che…» iniziò. «Lo so, “le persone della mia età sono noiose” giusto?» la interruppe Isabella Ferro, nonché l’unica professoressa che trovava vagamente simpatica e in gamba.«Già.» Annuì lei.La professoressa Ferro sorrise appena togliendosi gli occhiali, che Aurora notò per la prima volta essere di un rosso fragola.“Li avrà cambiati?” Non riusciva a ricordare. Non guardava le persone molto spesso. Non avrebbe potuto dire con certezza di aver osservato attentamente nessuno dei suoi professori, né tantomeno i compagni, di quella cosa orribile chiamata “scuola media”, almeno una volta.Aurora sbatté piano le palpebre, tornando al presente.

La professoressa stava dicendo qualcosa da un pò ma lei percepì solo il: «Forse a volte… ci basta solo qualcuno con cui condividere la solitudine. Non credi?» Poi accadde il fatto, qualcosa che Isabella non aveva previsto nel suo monologo a cui Aurora non aveva prestato per nulla attenzione; avvenne uno di quei momenti incredibili in cui l’adulto che vuole insegnare finisce invece per imparare. Perché Aurora rispose solamente: «Ma io la solitudine non la voglio condividere con chiunque.» Colpita e affondata.

O almeno si sentiva così.“La solitudine non la voglio condividere con chiunque” a distanza di giorni Isabella Ferro non riusciva a smettere di pensarci.Quel giorno, però, si trovava in un’altra classe ad insegnare… la classe peggiore dell’istituto, quella che inconsciamente forse odiava. Per fortuna a salvarla da quegli studenti chiassosi ci pensò la campanella della ricreazione.

La donna sospirò appena, lasciandosi scivolare sulla sedia della cattedra. Fissava distrattamente le punte delle sue scarpe a ballerina. Erano le sue scarpe preferite: nere con la punta laccata di rosso. Un colore cupo addolcito dal colore della passione e… del sangue Lei aveva versato, metaforicamente parlando, litri di sangue per poter vivere l’amore, la passione. E ora che ce l’aveva non si sentiva completa. Da un paio d’anni aveva un compagno: Lucio. Gli voleva bene e c’era passione, ma non parlavano di cose importanti, mai. E alla sua età gli sembrava assurdo non poter avere un legame vero e solido. Scosse le spalle, un brivido di fastidio. Si sentiva indietro. «Tutto bene Prof.?» Chiese d’un tratto Pablo Flores, l’unico alunno che più o meno tollerava della Terza “E”.

Non si era accorta ci fosse ancora qualcuno in aula e per poco non le venne un colpo.Si mise , quasi di scatto e forzò un sorriso.«Certo Pablo! Stai tranquillo.»Il giovane annuì con poca convinzione. Era rimasto solo lui in classe e Isabella notò solo in quel momento che Pablo era intento nello spezzettare la buccia di mandarino che, a quanto sembrava, aveva appena finito di mangiare.Le dita lunghe e leggermente ambrate, però, raccontavano un nervosismo che il ragazzino cercava in ogni modo di non mostrare. Qualcosa che la donna riconosceva solo perché ci era passata anche lei, molto tempo prima.«Tu stai bene?» Chiese alzandosi e avvicinandosi a Pablo, che era al primo banco.

In quel momento alla donna venne uno strano Deja-vù. Non ci aveva mai fatto caso prima, ma la sua allieva preferita: Aurora Della Torre e, l’unico bambino che tollerava della 3E “Pablo Flores”, si muovevano nello stesso identico modo: con sicurezza e delicatezza mista a nervosismo. «Sì.» disse piano il ragazzino non avendo il coraggio di guardarla in faccia. «Sicuro?» domandò dolcemente la donna. Pablo sorrise in un modo strano e disse solo: «Non proprio.» sussurrando appena. Isabella a quel punto fece per parlare. Voleva capire, aiutare… come nessun professore aveva fatto con lei anni addietro. Ma la campanella di fine ricezione non glielo permise. Isabella sapeva bene che anche se il dolore esiste e delle volte vogliamo solo essere capiti, la vita a volte va troppo veloce e ci fa scordare come si può parlare delle cose vere. La verità, secondo lei, risiedeva nel fatto che a volte chiamiamo dubbi le verità che non abbiamo il coraggio di fare nostre. Ma, in quella scuola, lo sapevano anche due bambini dal cuore troppo grande che, nonostante tutto, condividevano ancora la solitudine insieme. In due aule diverse, ma con lo stesso respiro. A volte, anche se si vuole bene a qualcuno, può non essere il momento giusto. Ma questo non cancella l’affetto o il pensiero, mai.

O, almeno, per Pablo e Aurora era così.Loro, che avevano condiviso gioia e profondità, ma che s’erano anche mangiati il dolore l’uno dell’altra, finendo solo per far crescere di più il mostro sotto i loro rispettivi. Pablo questo l’aveva capito. Aurora, invece, non era ancora pronta ad accettarlo.Bisogna prima guarire dal proprio dolore per poterlo sorreggere insieme a qualcun altro, sennò poi, finisce che quel dolore schiaccia entrambi. il giovane lo sapeva bene che le avrebbe voluto bene per sempre, sperava solo che quando sarebbero stati davvero pronti a ritrovarsi lei lo avrebbe perdonato.

Il Moralista: La doppiezza nella mimica sordiana

Di Chiara Pascucci

Nel panorama dei numerosi ritratti interpretati da Alberto Sordi intorno agli anni ‘50, quasi sempre si dimentica di citare una deliziosa commedia che ancora una volta utilizza il cinico sguardo della commedia all’italiana, per descrivere le ipocrisie del nuovo costume italiano. Con il soggetto di Ettore Maria Margadonna e Luciana Corda, e la sceneggiatura di Margadonna, Corda, Oreste Biancoli, Rodolfo Sonego e Vincenzo Talarico, Il Moralista (Giorgio Bianchi, 1959) narra le vicende del giovane Agostino, interpretato da Alberto Sordi, segretario generale dell’ente privato OIMP (Organizzazione Internazionale della Moralità Pubblica). Egli si occupa di salvaguardare la moralità in ogni ambito della società italiana: dal cinema, alla pubblicità, passando per i locali pubblici. Capo supremo dell’organizzazione è il presidente, interpretato da un magnifico Vittorio De Sica. 

Il film inizia con il povero Giovanni, interpretato da Franco Fabrizi, che vede il suo locale chiudere a causa di una raccolta firme che ne denuncia attività illecite e di dubbio costume. Cercando di affermare la sua innocenza, la polizia lo indirizza verso il segretario generale dell’OIMP, che per il suo carattere integerrimo, è causa di numerose censure e chiusure.

Quando il film si sposta nel palazzo della sacra moralità, luogo di lavoro di Agostino, ancora non riusciamo a vederlo, ma percepiamo subito il suo timbro potente attraverso gli altoparlanti, mentre recita con ardore un discorso incentrato sulla sua missione personale di salvaguardare la moralità ormai perduta del paese. Quasi una voce divina da giudizio universale.

È necessario però cercare di comprendere il periodo storico in cui il film si colloca: alle soglie del boom economico, l’Italia muta profondamente il proprio costume, soprattutto a livello sessuale. Il dilagare dei night club e della vita notturna, e la ricerca della dolce vita di stampo americano si scontra con la morale tradizionalista e cattolica tipicamente italiana.

Lo scontro non si misura soltanto nello sviluppo della trama, ma nel personaggio stesso interpretato da Sordi.

Quando incontriamo per la prima volta Sordi nei panni di Agostino, ci troviamo di fronte ad un personaggio profondamente caricaturale: gli occhiali tondi, i capelli pettinati all’indietro a scoprirgli la fronte, la postura rigida, gli occhi sbarrati, quasi allucinati, la voce a tratti stridula. Si pensa in realtà che il personaggio fosse ispirato alla figura reale di Agostino Greggi, deputato democristiano di formazione salesiana, noto all’epoca per una causa intentata contro la locandina di un film con Brigitte Bardot. Passò anche alla storia come colui che chiuse il famoso locale Piper a Roma, accusato di essere luogo di corruzione giovanile.

Il film in questo modo è a tutti gli effetti una vendetta contro la censura di quegli anni.

All’inizio della pellicola il personaggio appare profondamente grottesco per il modo in cui egregiamente svolge il suo lavoro; Agostino addirittura si guadagna la stima del presidente, che definendolo un puro, lo vorrebbe a tutti i costi come pretendente di sua figlia Virginia, una divertentissima Franca Valeri nei panni di una giovane donna che cerca di mostrarsi disinibita.

Qualcosa però non torna nel moralista; la lezione della commedia all’italiana infatti ci insegna che il personaggio non è mai nel modo in cui il titolo lo definisce.

In questo caso accorre in maniera dirompente la capacità mimetica di Alberto Sordi; egli infatti mescola alla sua postura rigida e sguardo allucinato, momenti sottili in cui la sua romanità gestuale e parlata irrompe, cercando poi di riequilibrarla con l’utilizzo di tic nervosi. Ciò comunica allo spettatore una doppiezza quasi perturbante. È come se in esso convivessero due anime, che attraverso piccoli cenni, facessero vacillare nello spettatore l’idea costruita intorno al personaggio. Ma non è un caso, perché il moralista in realtà altro non è che un losco individuo coinvolto nella tratta delle bianche e in giri di prostituzione.

Il film quindi, attraverso il linguaggio della commedia, tratta temi profondamente seri e disturbanti; e tutto si gioca sull’interpretazione di Sordi che, a livello attoriale, è conosciuto proprio per la sua capacità di costruire il personaggio sulla base di una performance fisica, che è parte integrante della maschera dei suoi personaggi.

In questo caso il gioco della maschera di Agostino è svelato nella negazione di essa. 

È proprio quando la rigidità del moralista viene negata con la fisicità, che Alberto Sordi opera la sua critica sul personaggio e ne svela i tratti più oscuri.

La maschera svela la doppiezza dell’animo umano, se non proprio la costruzione della performance sociologica che ognuno di noi opera di fronte all’altro.

Quando infatti il film rivela la vera natura di Agostino, Sordi cambia volto: la postura è morbida, quasi sbilanciata, lo sguardo è vacuo, i capelli sono spettinati e la dizione si modifica nella sua romanità vorace. Il moralista altro non era che un attore, che indossando i suoi occhiali (che infatti sono spariti) insieme alla sua segreteria complice, operava una vera e propria trasformazione di copertura. 

È così quindi che la commedia denuncia l’ipocrisia di un paese che sceglie a parole la legge della tradizione di fronte al cambiamento sociale, per poi cederne in segreto alle tentazioni.

La commedia all’italiana ancora una volta conferma il suo sguardo profondamente lucido sulle trasformazioni in atto, rendendo il dispositivo cinematografico uno strumento preziosissimo di analisi sociale.

PERCHÉ L’8 MARZO NON È UNA FESTA

Di Agnese Bettucci

È opinione comune pensare all’8 marzo come “Festa della Donna”, opinione fomentata dalla commercializzazione di una giornata istituita per commemorare tutt’altro: se infatti si analizza da un punto di vista storico il ruolo che questa giornata ha avuto a partire dal secolo scorso, si può facilmente intuire il motivo per cui il nome corretto dell’8 marzo sia “Giornata Internazionale dei Diritti delle Donne” e non “Festa della Donna”

La storia ha inizio nel 1907 quando, dal 18 al 24 agosto, si tenne a Stoccarda il VII Congresso della II Internazionale Socialista, seguita dalla Conferenza Internazionale delle donne socialiste del 26 agosto; in queste manifestazioni venne trattata anche la questione femminile e la rivendicazione del diritto di voto alle donne, istituendo “L’Ufficio di informazione delle donne socialiste” di cui Clara Zetnik ne fu eletta segretaria. All’interno dei movimenti socialisti dell’epoca si crearono tensioni riguardo l’autonomia delle donne e le strategie per ottenere il suffragio: i socialisti erano contrari all’alleanza con le femministe borghesi, principalmente per la differenza di “classe sociale”, ma tra le femministe non tutte erano della stessa idea. 

Figura di spicco in queste tensioni fra i movimenti socialisti fu Corinne Brown, socialista e suffragetta statunitense, che nelfebbraio 1908, affermò sulla rivista The Socialist Woman che il Congresso non aveva “alcun diritto di dettare alle donne socialiste come e con chi lavorare per la propria liberazione”. Il 3 maggio dello stesso anno presiedette la conferenza del partito socialista di Chicago nel Garrick Theater, a cui furono invitate tutte le donne, che fu chiamata “Woman’s Day”; alla conferenza si discusse dello sfruttamento dei datori di lavoro ai danni delle operaie, delle discriminazioni sessuali e del diritto di voto alle donne. 

Alla fine dello stesso anno il Partito socialista americano, su proposta dell’attivista Theresa Malkiel, incoraggiò tutte le sezioni del partito a dedicare l’ultima domenica del mese di febbraio all’organizzazione di una manifestazione per il diritto di voto femminile. 

Negli Stati Uniti, la prima e ufficiale “Giornata della Donna”, fu celebrata il 23 febbraio 1909, evento che venne ripetuto ogni anno fino al 1913. 

Sulla spinta dell’iniziativa del Partito Socialista americano, l’Internazionale Socialista del 1910, riunitasi a Copenaghen, indisse ufficialmente la prima “Giornata della Donna” a livello internazionale, giornata volta a omaggiare il movimento in favore dei diritti della donna per ottenere il suffragio universale, come testimoniano le parole di Clara Zetkin e Käthe Duncker:

«In accordo con le organizzazioni politiche e sindacali del proletariato di classe nei rispettivi paesi, le donne socialiste di tutti i paesi organizzano ogni anno una Giornata Internazionale della Donna, dedicata principalmente alle lotte per il suffragio femminile. Questa rivendicazione deve essere considerata nel contesto dell’intera questione femminile, secondo i principi socialisti. La Giornata Internazionale della Donna deve avere un carattere internazionale e richiedere un’accurata preparazione.»

Nonostante la proclamazione della “Giornata Internazionale della Donna”, non venne stabilita una data universalmente riconosciuta: in alcuni paesi europei come Germania, Austria, Svizzera e Danimarca, la Giornata si svolse il 19 marzo 1911, data scelta perché il 19 marzo del 1848 durante la rivoluzione, il Re di Prussia per la prima volta dovette cedere davanti alla minaccia di una rivolta proletaria e tra le molte promesse che fece allora e che in seguito dimenticò, figurava il riconoscimento del diritto di voto alle donne. 

La data dell’8 marzo entra nella storia per la prima volta nel 1914: in questa data, infatti, si tennero una serie di incontri dei movimenti femministi, volti a protestare contro la violenza della guerra in corso e per solidarizzare con le cittadine russe che l’anno precedente, nel 1913, avevano celebrato la loro prima Giornata internazionale della Donna nell’ultima domenica di febbraio. 

Nel 1917, il 23 febbraio secondo il calendario giuliano, utilizzato al tempo in Russia, l’8 marzo secondo il calendario gregoriano, le donne russe proclamarono lo sciopero di “pane e pace” e guidarono una grande manifestazione a San Pietroburgo che rivendicava la fine della guerra. Questa data non solo fu simbolicamente scelta come data di inizio della Rivoluzione Russa di febbraio, ma venne scelta anche come Giornata Internazionale dei Diritti delle Donne dato che erano state proprio le operaie delle industrie tessili a scendere in piazza. Il 16 dicembre del 1977 infatti, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, con la risoluzione 32/142, dichiarò un giorno all’anno la “Giornata delle Nazioni Unite per i diritti delle Donne e per la pace internazionale”. La data dell’8 marzo venne scelta in quanto data già utilizzata da molte Nazioni. 

L’8 marzo ad oggi è prevalentemente considerata una “festa”, ma se ci si ferma a pensare, cosa c’è da festeggiare? In Italia una volta ogni tre giorni una donna rimane vittima di un femminicidio; circa una donna su tre tra fra i 16 e i 70 anni ha subito violenza fisica, sessuale o verbale; il diritto all’aborto è messo in pericolo quotidianamente; le donne continuano a percepire fra il 20% e il 40% in meno degli uomini, a pari di monte ore lavorative, posizione e preparazione. 

L’8 marzo non è una festa, è una giornata in cui, come tutti gli altri giorni dell’anno, è necessario ricordare che purtroppo, ancora oggi, i diritti e la sicurezza delle donne non vanno dati per scontati, ma anzi bisogna continuare a lottare e a combattere per ottenere una parità di genere che non sia solo di facciata, ma strutturale, sociale e culturale; una parità che ancora oggi appare lontana e utopica.

COSMO: l’arte di fare rete tra Modena e Amsterdam

Di Veronica Neulichedl

Dal 30 gennaio al 1 febbraio, il locale Wanakam ad Amsterdam ha ospitato l’Art Weekend organizzato da COSMO. Si tratta di un evento multidisciplinare, composto da diverse sfumature artistiche, nato dalla collaborazione tra il collettivo COSMO e lo spazio culturale Wanakam. Sono stati tre giorni di arti visive, poesie performative e musica dal vivo, che, arricchiti dai workshop, hanno trasformato Ruyschstraat 34 in un laboratorio creativo aperto alla città. L’ingresso gratuito ha infatti permesso, non solo di riunire gli artisti stessi in un unico spazio, di intercettare un nuovo pubblico.

Il collettivo, nato a Modena nel dicembre 2025 daSadun Warnakulasuriya, mira ad essere uno spazio dedicato agli artisti emergenti che si incontrano in un ambiente in cui arti diverse possono convivere e dialogare fra di loro. 

“L’idea è nata dal fatto di voler portare una rivoluzione culturale ed artistica in una Modena ferma e non molto propensa al cambiamento, prendendo spunto da realtà in giro per l’Europa. Ho deciso di creare COSMO per offrire a Modena un’alternativa alla monotonia culturale.Quindi diciamo che COSMO nasce da una necessità di cambiare la realtà per un futuro migliore a livello artistico, culturale e sociale.”

Entrare nel vivo di questo evento significa immergersi in uno spazio in cui da un lato veniamo accolti da opere pittoriche, dall’altro da opere fotografiche, da installazioni visive, fino alle opere di scrittura. E tutto questo accompagnato anche dall’aspetto sonoro, grazie a dj e musicisti, contribuendo a costruire un’atmosfera immersiva.Possiamo proprio parlare di una sinergia fra le arti, che ha l’obiettivo di espandersi nel resto d’Europa. 

COSMO ad Amsterdam, l’Art Weeekend a Wanakam

Dopo il debutto a Modena nel dicembre 2025, l’approdo ad Amsterdam nel gennaio 2026 rappresenta il primo passo verso un’espansione europea del collettivo. L’evento, che è durato tre giorni, ha visto il suo inizio venerdì 30 gennaio 2026. Gli artisti hanno allestito lo spazio esponendo le proprie opere, con le relative didascalie. A dare vita alle pareti e agli angoli di Ruyschstraat 34 sono state le visioni di un gruppo eterogeneo di talenti:

Marianna Sorrentino, Paula Werblicka, Işıl Sevim, AFo, Veronica Neulichedl, Nathaliya Wolff, Samantha De Leo, Warnabe, Antonella Paola, Leapbits, Tea Ferrari, ramixjg, antonia, Giuseppe Phos, Amber khan e Disha.

Ognuno di loro ha portato un pezzo di un puzzle che, una volta montato, ha mostrato il vero volto di COSMO. E dopo essersi scambiati le proprie visioni artistiche sono arrivati verso sera i primi artisti sonori, alcuni di essi come Apollo accompagnati da un’opera visiva in movimento. Gli altri presenti erano YOJIBERI, issagirl e Love era.

Sabato 31 gennaio l’evento si è movimentato ulteriormente con la presenza di workshop, tra cui il laboratorio organizzato dalle co-curatrici Anna Fossi, Martina Dalessandro e Veronica Neulichedl. Un collage collettivo che si è esteso fino al giorno seguente. Al termine delle attività sono iniziate le performance poetiche scritte e performate davanti al grande pubblico da I’m Victoria Words, Kevin-Ahn Kwang Soo-Groen e Asia Minuti. Per poi passare nuovamente alla parte sonora con Second Hand Sunset, Apollo, Jaya ed infine Fast Ferrariaccompagnata per 30 minuti da Lefka. Mentre il giorno dopo: domenica 1 febbraio si sono esibiti Sakemaki e nuovamente Jaya.

Oltre i confini: cosa aspetta COSMO dopo Amsterdam

COSMO si configura come un collettivo indipendente che lavora sulla contaminazione tra discipline, con un approccio curatoriale fluido edaperto alla sperimentazione.

Tra gli obiettivi futuri vi è quello di continuare a portare la nostra idea ad altre città italiane e rendere Modena un hub artistico internazionale, collaborando con realtà straniere, cosa che già stiamo iniziando a fare piano piano. Già l’evento di Amsterdam ci è servito come vetrina per far conoscere quello che Modena può offrire oltre al buon cibo, i motori, ecc.”

La collaborazione con Wanakam ha confermato la capacità di COSMO di costruire reti culturali che si spingono oltre i confini locali. Il successo di pubblico ad Amsterdam ha dunque rafforzato il desiderio del fondatore Sadun Warnakulasuriya di espandere il collettivo, con l’obiettivo di strutturare una rete nazionale capace di connettere città diverse sotto una stessa visione artistica. Infatti, COSMO tornerà in Italia a marzo 2026 nelle date 21 e 22 a Modena, la città da cui tutto è partito. Art Weekend non è stato soltanto un evento, ma l’inizio di una rete culturale in espansione che punta a ridefinire il ruolo dei collettivi indipendenti nel panorama artistico contemporaneo. E il successo olandese conferma che c’è fame di spazi ibridi e indipendenti, un’energia che ora è pronta a tornare a casa, a Modena, per la data di marzo.

Beyond the doorway of Wanakam lies a shared environment: three days in which visual arts, sound, and performance transform the space into a collective laboratory.

Here, COSMO takes shape through the fusion of different practices, building connections and dialogues that transcend geographical boundaries.

MILANO-CORTINA 2026: IL LATO UMANO DEL “DIO DEL GHIACCIO”

di Mariangela Palazzesi

Movimenti complessi, salti, trottole ed eleganza sono all’insegna di questo artistico sport invernale. Il pattinaggio di figura è una vera e propria danza su ghiaccio, in cui elementi tecnici ardui si mischiano con la delicatezza dello scivolare sul ghiaccio e del danzare, in coppia o da soli.Il “mito del ghiaccio”, che ha incantato spettatori dal vivo e da casa alle Olimpiadi invernali MilanoCortina 2026, è il fenomeno conosciuto tra gli appassionati del pattinaggio di figura che si è fatto strada nel mondo, impressionando anche chi di questa disciplina non aveva mai sentito parlare.

Ilia Malinin, classe 2004, figlio di campioni del pattinaggio di figura e allenato da suo padre. Ha iniziato a pattinare a sei anni e ha rappresentato gli Stati Uniti nella competizione sportiva più ambita, quella che tutti gli atleti sognano sin da quando sono bambini: le Olimpiadi. Il re del ghiaccio statunitense si presenta alle Olimpiadi con alle spalle due ori mondiali, tre nella Finale Grand Prix e uno nei Campionati Mondiali Juniores.Cosa distingue però questo talento da tutti gli altri? Ci sarà una chiave dietro al suo successo?Ilia Malinin si presenta come il primo pattinatore su ghiaccio ad aver completato un “quadruplo axel”, ossia quattro rotazioni e mezzo in aria partendo da davanti, in meno di un secondo.

Il Dio del ghiaccio non si lascia intimorire e porta a termine nei suoi esercizi il salto più difficile e tecnico del pattinaggio di figura, diventato ormai il suo cavallo di battaglia.Ogni volta che il ventunenne entra sul ghiaccio, il pubblico da tutto il mondo festeggia, aspettandosi un’esibizione da togliere il fiato. Il suo viso appare risoluto, imperturbabile, pronto a portare a casa ogni difficoltà presente nel suo esercizio, ogni elemento che solo lui riesce a compiere, aggiudicandosi medaglie e intere arene in standing ovation. Anche ammirandolo dalla televisione si può avvertire la fatica dietro a tutto quel successo: ore e ore a lavorare sullo stesso salto, grande passione e momenti di sconforto.Il quadruplo axel non è il solo elemento “impossibile” che l’eroe del ghiaccio riesce a portare a termine, ma scommetto che chiunque abbia avuto la fortuna di assistere ad una sua esibizione sia rimasto senza parole a seguito del suo “backflip”.

Il salto mortale all’indietro era stato vietato nel 1976 poiché considerato “troppo pericoloso” e “troppo spettacolare” o poco artistico, probabilmente poco elegante per una disciplina di questo tipo. Nel 1998 a riportare questo salto in una competizione fu la francese Surya Bonaly, completando l’atterraggio su un solo piede e ottenendo però una penalità dai giudici. Furono altri i pattinatori che si cimentarono nell’esecuzione del backflip, fino a che nel 2024 non venne riammesso perché considerato un elemento coreografico e idoneo alla disciplina su ghiaccio.È proprio Ilia Malinin a riportare alle ultime Olimpiadi il salto mortale, atterrando su un piede e scatenando l’euforia dell’arena italiana.Purtroppo, però, quando ci si trova sull’alta vetta del successo è molto facile cadere, e più si è in alto più ci si fa male. Sfortunatamente il “Dio dei quadrupli” si è ritrovato a dover affrontare questa dura realtà durante la finale delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026.Malinin inizia il suo ultimo esercizio della gara non completando il suo solito quadruplo axel. Seguono una serie di elementi ben eseguiti, ma vediamo la competizione precipitare con la prima caduta su un “quadruplo lutz”, generalmente portato a casa in modo spettacolare, e subito dopo un salto doppio finito a terra.

A seguito di queste due cadute si percepisce la resa dell’atleta, che comincia a eseguire il resto dei movimenti come se fosse stanco, appare traballante sui pattini ealla fine dell’esercizio, crolla in un pianto di delusione che lo accompagna fino all’uscita dalla pista.“Ilia Malinin può perdere solo contro sé stesso”: questa è la frase detta dalle telecroniste della finale olimpica del pattinaggio di figura, ed è vero. Un campione di questo calibro ha un enorme potere che può usare sia per splendere sia per autodistruggersi. La pressione, le altissime aspettative, la sicurezza da parte di tutti di un oro hanno schiacciato il giovane, che ha dimostrato come anche i migliori eroi possano crollare.

Tuttavia, però, questo concetto appare non accettabile e normale per il suo allenatore e padre Roman Skorniakov, che vediamo agire con enorme freddezza nei confronti di suo figlio, visibilmente distrutto da quella pista che gli ha regalato soddisfazioni e grandi ferite.Le mani nei capelli e lo sguardo basso, non un abbraccio o una carezza di conforto. Questa è la reazione del campione pattinatore e allenatore Skorniakov di fronte agli errori di suo figlio, che lo guarda in attesa di una parola o di un segnale amorevole. Scena che indubbiamente ha sconvolto il pubblico, che al contrario mostra vicinanza e affetto al pattinatore, il quale spiega al “Fatto Quotidiano” quanto sia pericolosa la “troppa pressione olimpica” e che anche i grandi possono cadere di fronte a questa.Spesso ci si dimentica che anche le persone più talentuose e spettacolari sono umane e possono avvertire violentemente il peso della responsabilità e delle aspettative, talmente tanto da crollare completamente. Il Dio dei quadrupli, il Dio del ghiaccio, l’eroe del pattinaggio di figura, in realtà prima di tutto è Ilia Malinin: un ragazzo di soli ventuno anni che ha davanti a sé ancora una vita intera da cavalcare per avere la sua rivincita. Un ragazzo schiacciato da quei pochi minuti di gara che hanno visto andare in fumo giorni, mesi e anni di allenamenti e che spero e confido riuscirà a trarre da questa impattante esperienza un motivo per ricominciare

Intervista ad Anna Victoria Mammone sullo Snowboard alpino

di Veronica Neulichedl

Oggi incontriamo Anna Victoria Mammone, atleta altoatesina di snowboardalpino.

Un percorso iniziato prestissimo, costruito tra disciplina, sacrifici e unaforte consapevolezza di sé, che l’ha portata dalle prime gare giovanili fino aicircuiti internazionali. Con lei ripercorriamo le tappe fondamentali della sua formazione sportiva epersonale: dall’infanzia sugli sci alla scelta dello snowboard, dalla scuolasportiva di Malles fino all’ingresso in Nazionale, passando per momenti didifficoltà, crescita e risultati importanti.

Oggi siamo qui con Anna Vittoria Mammone, atleta di snowboard alpino.Siamo qui per farti qualche domanda e conoscere meglio il tuo percorso: non solo sportivo, ma anche personale. Partirei da un cliché molto diffuso negli sport invernali: spesso si inizia con lo sci e solosuccessivamente si passa allo snowboard. Tu, Anna, di quale cliché fai parte?

Esattamente di quello. Ho iniziato a sciare a tre anni. Poi ho due fratelli piùgrandi e uno di loro ha iniziato a fare snowboard. E ovviamente da bravasorella minore ho deciso di copiarlo. Ho iniziato anch’io a fare snowboard, alui dava un po’ fastidio che lo facessi anche io, quindi lui ha smesso… e io hocontinuato.Quindi hai iniziato a sciare a tre anni.

Invece quando hai iniziato con lo snowboard?

Ho iniziato quando avevo sei anni. Quindi comunque molto presto.

Quando hai raggiunto il punto in cui non volevi che rimanesse solo una passione, ma che diventasse qualcosa di più serio, quasi un lavoro?

A nove anni ho iniziato a fare le gare, quindi a praticare lo sport a livelloagonistico. Però ho capito davvero che volevo fare questo nella mia vitaquando ho scelto di andare alla scuola sportiva di Malles, prima del primosuperiore, quindi intorno ai tredici-quattordici anni. Ho capito che mi piacevaquello stile di vita e che volevo andare avanti.

Come funzionava la scuola sportiva di Malles? Era una scuola pensataproprio per gli atleti, per conciliare studio e allenamenti?

La scuola si trova a Malles Venosta, che è un posto fantastico per gli atleti: cisono tantissime palestre, un campo di atletica libero, le piste sono vicine esiamo a circa un’ora dallo Stelvio e dal ghiacciaio.

La posizione è perfetta.La scuola era organizzata a blocchi: c’erano il biennio e poi il triennio. Inautunno andavamo a sciare due volte a settimana e il resto del tempoandavamo a scuola.Durante l’inverno, quindi nella stagione delle gare, sciavamo anche tre oquattro volte a settimana, sia al mattino che al pomeriggio. In primavera invece andavamo tutti i giorni a scuola, e per me è stato uno shock perchénon ero abituata.

Che indirizzo scolastico frequentavi oppure era solo sportivo?

Era una scuola con indirizzo di economia aziendale, quindi ragioneria.

Quindi com’era strutturata una giornata tipo scolastica?

Spesso ci allenavamo al mattino sulle piste, il pomeriggio andavamo a scuolae poi facevamo ancora due ore di palestra. Con il mio gruppo ci allenavamopraticamente ogni giorno due ore. La maggior parte di noi viveva in convitto,quindi la giornata era molto organizzata: cena presto, poi studio e comunquetanto tempo passato insieme.

Come hai vissuto questa esperienza?

Me la sono vissuta davvero bene. Mi ha fatto crescere tantissimo e la rifareisicuramente.

Oltre allo snowboard, la scuola quali altri sport prevedeva?

Era specializzata negli sport invernali: snowboard alpino, sci alpino, sci difondo, biathlon, slittino naturale e artificiale. Poi, in un’altra sezione, c’eranoanche badminton, calcio e hockey. Se uno decideva di praticare anche altri sport, la scuola aiutava molto, perchéera una delle poche che permetteva di seguire lezioni e verifiche online.Avevamo, ad esempio, un’atleta di freestyle che seguiva tutto a distanzamentre viaggiava per le competizioni. In questi cinque anni sei riuscita a far conciliare studio e carrierasportiva.

È stato sempre facile?

No, a scuola ho sempre fatto un po’ fatica e spesso dovevo fare ripetizioni.Dal terzo anno sono entrata in comitato, quindi mancavo ancora di più eseguivo molte videolezioni con i professori, che mi hanno sempre sostenuta. La scuola offriva anche una mental coach, un’ora alla settimana, e mi haaiutata molto. Mi diceva sempre che io ero lì per fare sport, non per diventareuna ragioniera. Il mio obiettivo era dare il minimo indispensabile per passarel’anno, non l’eccellenza scolastica.

Quindi la priorità era chiaramente lo sport.

Esatto.

A livello sportivo, quali sono stati i momenti più difficili da superare?

La stagione 2023–24 era partita molto bene, poi a gennaio mi sono ammalatadi mononucleosi. Per un atleta è complicato, perché devi fermarticompletamente: più fai sport, più stai male, quindi devi riposare e recuperare.

È stata una stagione difficile perché volevo entrare in Nazionale proprioquell’anno e invece mi sono dovuta fermare. Anche mentalmente è statocomplicato, perché allenarmi ogni giorno era la mia routine e trovarmi ferma acasa è stato destabilizzante.

Immagino sia stato difficile. Mentre passando a qualcosa di più positivo,quale è stato invece il periodo più soddisfacente?

La stagione successiva, l’ultima con il comitato dell’Alto Adige. È stata unastagione in cui ho fatto tante nuove esperienze.È stata anche l’ultima stagione con il mio allenatore, Gert Hauserdorfer, concui lavoravo da cinque anni. È stato lui a convincermi ad andare a Malles esenza di lui probabilmente non sarei qui.

Mi ha sempre supportata e ho fattodelle belle gare, arrivando anche a una buona prestazione ai Mondiali Junior.

Come hai vissuto l’esperienza ai Mondiali Junior?

Raccontaci un po’.Erano a Zakopane, in Polonia. Abbiamo fatto circa dodici ore di macchina. Lecondizioni non erano ideali, faceva caldo e la neve non era delle migliori.

L’anno prima ero andata molto male, ero ancora in difficoltà dopo lamononucleosi. Il mio unico obiettivo era qualificarmi per la seconda manche.

Alla fine sono riuscita ad arrivare nella top 15, quindi ero davvero soddisfattae felice.

Nell’estate 2025 hai finito la scuola, dunque conseguito la maturità,come sta proseguendo ora il tuo percorso?Da aprile sono in Nazionale. In estate non abbiamo fatto raduni, ma hocontinuato a seguire il programma che mi aveva dato la scuola. In autunno,sulla neve, ho conosciuto i miei due nuovi allenatori.

È stato un cambiamentoimportante, ma necessario: senza cambiamenti non si cresce.

E per quanto riguarda la preparazione atletica come ti stai organizzandonell’ultimo periodo?

Sono tornata a lavorare con la mia allenatrice delle superiori, che stimomolto. Mi ha preparato un programma e riusciamo a fare tutto tranquillamenteanche a distanza.

Come si sta evolvendo questo inizio di stagione? Dove sei andata e percosa hai concorso?

Abbiamo fatto quattro gare di Europa Cup. Le prime due a Götschen, inGermania, come ogni anno. Il primo giorno è andato molto bene: sonoentrata per la prima volta nei quarti di finale e ho chiuso arrivando settima.

Le altre due gare le abbiamo fatte a Monínec, in Repubblica Ceca. La neve lìè tutta artificiale e molto particolare. Nel primo giro ho fatto il miglior tempo dimanche, che per me era già una grande soddisfazione. Anche lì sono entratanella top 16.Quattro gare, quattro top 16: sono molto soddisfatta di questo inizio distagione.

Com’è ora una tua giornata tipo di allenamento al di fuori di quandoveniva organizzato dalla scuola?

In estate faccio di solito due allenamenti al giorno: la mattina palestra, ilpomeriggio campo con ripetute, coordinazione e velocità.In inverno e in autunno andiamo in pista o sul ghiacciaio, facciamo dai sei aidodici giri, poi il pomeriggio allenamento, video-analisi, preparazione dellatavola, lamine, sciolina, controllo dell’attrezzatura.

Poi cena e a dormire.Ultimamente, durante i ritiri, con le mie compagne di squadra abbiamoiniziato anche a disegnare con gli acquerelli nei momenti liberi.

Vuoi lasciare un messaggio finale per chi leggerà l’intervista?

Una cosa che ho letto una volta in un libro: i top 10 sprinter al mondo hannotutti lo stesso corpo, gli stessi muscoli e gli stessi allenamenti. La differenzatra il primo e il decimo è la testa. Nel mio sport la testa fa l’ottanta per centodel lavoro. Devi essere il primo fan di te stesso. Se non hai la testa a posto,non vai da nessuna parte.Inoltre, volevo ringraziare di cuore il mio sponsor principale Südtirol Sporthilfeche ha aiutato, e aiuta ancora la mia crescita come atleta, permettendomi dipotermi concentrare sullo sport.

Res- parte 3 La felicità

di Carolina Maccione

Lucia percepiva la felicità nello stomaco, da sempre. Quelle “farfalle dell’innamoramento” incredibili, che fanno vivere i colori anche quando si osserva una foto in bianco e nero, le sentiva da prima dell’amore romantico. La sua era apparenza viscerale nei confronti della vita, anche quando la vita era complicata. Lucia amava, senza freni ma con dignità.

E Res aveva sempre visto questa cosa, dal primo giorno. Da quando aveva notato i suoi occhi dolci ma stanchi. Stanchi perché quel mondo era troppo crudele per una donna come lei.Lucia credeva profondamente nella terra, ma gli uomini e le donne che la popolavano puntualmente finivano per deluderla durante il telegiornale. Res, dal canto suo, la sentiva sempre borbottare dalla stanza affianco, dove si trovava la sala da pranzo.Per lui era impensabile poter provare tutte quelle sensazioni incredibili da umani e sputarci sopra con la guerra e la crudeltà.

La verità che Res ignorava, risiedeva ancora una volta nella fragilità che caratterizzava non solo gli uomini, ma l’equilibrio stesso del mondo. A volte la felicità per essere percepita come tale, deve essere accompagnata dal dolore.Ma alcuni dolori sono troppo grandi per viverli come pura legge di compensazione.(3 anni dopo…)«Non mi va di andare a scuola!»Lucia con lo zaino di Aurora stretto in mano da una bretella, sembrava sull’orlo di una crisi di nervi.«Io devo andare a lavoro.

E tu devi andare a scuola.»«Ma io non voglio andarci.»La bambina incrociò le braccia al petto, un gesto familiare sia a Lucia che Res. Aurora era la fotocopia del padre. Nella testardaggine soprattutto.«Ah si? E perché?»Sbottò a quel punto la donna.«Non voglio! Papà rimane a casa e voglio rimanerci anche io.»«Tuo padre è… in ferie.»«E io voglio stare in ferie dalla scuola.» Aurora cominciava ad agitarsi, ma i suoi non erano puri e semplici capricci. Aveva 7 anni ed era pur sempre una bambina, ma non era stupida.« Ma tu ami la scuola.»

Disse esasperata Lucia, posando lo zainetto a terra.«Amo di più papà.»Lucia alzò le sopracciglia. Confusione che si dissolveva improvvisamente dentro un’altra sensazione: il terrore.«Perché dici questo?»La piccola lo disse tutto insieme, come parole vomitate e lacrime agli occhi che non sapeva controllare: «Perché non ride più. Magari se resto ride di nuovo…»La verità è che l’amore a volta è più forte della felicità o dell’essere realisti.Aurora amava suo papà più della scuola, che era un luogo che la rendeva felice.E Davide e Lucia amavano Aurora al punto da credere di essere riusciti a proteggerla dalla realtà.

Ma, la verità , prima o poi bussa alle porte delle case e ti ricorda, spesso in modo poco gradevole, che esiste. Questo l’aveva capito anche Res.Lui, che una volta aveva sentito dire che gli uomini non piangono. Ma che avrebbe saputo descrivere alla perfezione la tristezza asciutta delle lacrime trattenute da Davide.Quando Lucia era a lavoro e Aurora a scuola Davide aveva l’abitudine di entrare in camera di sua figlia per leggere, almeno da quando lo avevano licenziato.

E lì, lontano da occhi indiscreti, Davide poteva vivere storie diverse dalla sua. Storie talvolta leggere, altre meno. Ed era proprio tramite queste ultime che Res lo aveva visto cambiare a poco a poco e aveva imparato a conoscere la sua anima. Perché l’uomo leggeva a voce alta, quasi recitando i dialoghi.Recitava la calma e la gioia e riviveva tramite l’arte delle parole scritte la pesantezza.

Che poi, Res lo aveva capito, a volte serve prendersi sul serio.Tanto quando serve ritornare a respirare nel prendersi in giro.La felicità del lampadario a forma di delfino, da due mesi a questa parte, era la purissima e devastante consapevolezza che non si può sempre sopravvivere per vivere la felicità e a volte va bene così.A volte serve solo galleggiare e sperare di non allontanarci troppo.Poi il resto, viene da sé.

Res- parte 2- La famiglia e l’amore

di Carolina Maccione

Aurora Della Torre non ne sapeva molto della vita. A dire il vero non ne sapeva nulla, o quasi. Era nata da 1 mese e mezzo e aveva già capito la differenza tra calore e amore. Lucia aveva partorito in anticipo con un parto cesareo e avevano dovuto mettere Aurora in incubatrice.Poi la svolta: le dimissioni.

Un secondo e la neonata senti l’amore, stretta al petto della mamma. In quel mese e mezzo a volte l’avevano fatta tenere in braccio a Lucia, per la marsupio-terapia, ma stavolta era diverso. Stavolta era definitivo.Lucia era raggiante, la piccola al sicuro.Le due arrivarono a casa alle ore 15:18 di un pomeriggio di mezza estate. Davide aveva guidato e aveva sorriso alla rotatoria per arrivare a casa. In passato aveva già sorriso, ricordandone a stento il motivo, quella volta però, il motivo sarebbe diventato una delle sue poche ragioni di vita.Aurora varcò la soglia della sua nuova camera alle ore 20:35. Per il primo periodo i medici avevano consigliato a Davide e Lucia di dormire a turno con la piccola, in camera sua, vicino alla culla.La prima sera si offrì Davide.Res era incuriosito, scettico, felice e confuso. Tante emozioni tutte insieme.Guardava quella neonata e provava invidia. Poi la vedeva ridere e provava confusione, poi, in fine. la vide alzare gli occhietti su di lui e li comprese la seconda parola che gli avrebbe cambiato la vita per sempre: affetto.Sì dice che le persone della propria famiglia non si possono scegliere.

Ed è vero, ma per metà… perché si può scegliere chi far entrare all’interno della propria famiglia e, soprattutto, si può scegliere di amare incondizionatamente qualcuno della nostra famiglia non solo per gli obblighi sociali.E lui, che fino a pochi mesi prima nemmeno possedeva una casa ma, soprattutto, non conosceva nemmeno l’amore o l’affetto, ora aveva scelto.(4 anni dopo…)«A- arco… mamma ma le balene che c’entrano?»Lucia sorrise dolcemente.«Amore, la parola è “Arcobaleno”.»«Ah.» annuì Aurora prendendo di nuovo in mano il piccolo libricino.Poi ci ripensò: «Mamma?»«Si?»«Cos’è un Arcobaleno?»Res non avrebbe mai visto un arcobaleno… eppure li, appeso al soffitto nella stanza di sua sorella fece un pensiero; Aurora, Lucia e Davide erano il suo. Chiuso in quella cantina aveva conosciuto solo il freddo della pioggia e i raggi troppo caldi del sole… loro erano la sua via di mezzo. Il suo posto sicuro.

E sebbene Lucia e Davide fossero solo i suoi acquirenti, che per un lampadario corrispondono un po’ a dei genitori disattenti, e Aurora non sapeva nemmeno di avere un fratello-lampadario, loro erano l’Arcobaleno di Res: dei colori meravigliosi. Con il tempo Res aveva conosciuto molto del mondo. Ma qualcosa non gli tornava… perché gli umani erano così diversi dagli oggetti con cui era stato solito conversare nella cantina-ripostiglio del vecchio Roberto?La verità è che la complessità d’animo è qualcosa che non si può insegnare o spiegare. Viene da sé. Res non sapeva se il suo animo fosse complicato o addirittura complesso, ma inspiegabilmente sapeva per certo di sentirsi umano e, forse, l’uomo è quanto più di complesso esista, con tutte le sue contraddizioni.Se avesse avuto la possibilità di parlare con Davide, che era il componente della famiglia che vedeva meno di frequente, avrebbe scoperto anche la parola più distruttiva e meravigliosa del cosmo: “fragilità. Forse proprio l’emozione che rende l’uomo così complesso.Davide era un brav’uomo. Dolce, con dei valori ferrei e sognatore. Ma anche lui, a suo modo, aveva conosciuto il freddo della pioggia e i raggi troppo caldi del sole.La differenza tra Davide e Res?Quest’ultimo, con tutta la purezza e la positività della giovinezza, aveva avuto la forza di trovare la sua via-di-mezzo.Davide non l’avrebbe mai trovata.

Era bipolare. E, nonostante, il suo disturbo non lo condizionasse così tanto (non quanto condizionava altre persone) viveva di alti e bassi. Di luci e ombre.L’arrivo di Aurora l’aveva reso felice e continuava a farlo, ma a volte vivere è più difficile dell’essere felici. E si finisce per sopravvivere solo per vivere quella maledettissima “felicità”.Può sembrare un controsenso, ma non lo è.Davide era fragile. E per anni aveva avuto paura di ciò. Ma a volte non si può ignorare come siamo, o cambiarci, si può solo provare ad essere la nostra versione migliore possibile. E, alle volte, basta. Far parte di una famiglia richiede lo stesso sacrificio: accettare che non si può essere perfetti ma sapere che si può provare a funzionare insieme.

Omaggio a Ornella Vanoni, voce che ha attraversato il tempo

Tra teatro, canzone d’autore e spazio pubblico, un omaggio condiviso in memoria di una grande artista pilastro della nostra storia

di M.Chiara Della Camera

Ci sono voci che non appartengono solo a chi le emette, ma a chi le ha ascoltate nel tempo. La voce di Ornella Vanoni è una di queste: una presenza che ha attraversato decenni di storia culturale italiana senza mai diventare prevedibile. Non perché immutabile, ma perché capace di restare fedele a un’idea precisa di espressione, di verità, di esposizione.
La sua formazione nasce nel teatro, al Piccolo Teatro di Milano, sotto la guida di Giorgio Strehler. È lì che la parola diventa centro, che la voce impara a farsi racconto prima ancora che melodia. Le Canzoni della mala, con cui Vanoni si afferma all’inizio degli anni Sessanta, portano nella musica italiana una dimensione narrativa nuova: storie di margine, atmosfere cupe, personaggi evocati più che descritti. Il canto è essenziale, controllato, quasi recitato. Non c’è ricerca dell’effetto, ma dell’intenzione.
Nel corso degli anni, Ornella Vanoni attraversa generi e linguaggi con grande libertà. Dalla canzone d’autore alle contaminazioni internazionali, dal pop sofisticato alle interpretazioni più intime, la sua carriera si costruisce come un percorso coerente e allo stesso tempo aperto. La sua voce, segnata, imperfetta, lontana dai canoni della perfezione tecnica diventa uno strumento espressivo proprio perché non nasconde le fratture, ma le espone. In un panorama musicale spesso dominato dall’esibizione, Vanoni ha continuato a difendere l’idea dell’interpretazione come atto di verità emotiva.
Negli ultimi anni, la sua presenza pubblica ha assunto un valore che va oltre la musica. Ornella Vanoni ha parlato apertamente del tempo che passa, della stanchezza, della fragilità, rifiutando la retorica dell’eterna giovinezza. Con ironia e lucidità, ha messo in discussione il modo in cui lo spettacolo gestisce l’invecchiamento, soprattutto quando riguarda le figure femminili. Questa esposizione senza filtri non è solo una scelta personale, ma un gesto culturale: rendere visibile ciò che solitamente viene rimosso.
È anche per questo che Vanoni continua a essere una figura centrale nel discorso pubblico. Le sue interviste, spesso rilanciate sui media e sui social, mostrano una libertà di parola rara, lontana dalla costruzione di un personaggio rassicurante. La sua voce non funziona come semplice nostalgia, ma come memoria attiva: un archivio emotivo che continua a dialogare con il presente e con le generazioni più giovani.
Questo omaggio non vuole essere un bilancio definitivo, ma il riconoscimento di una traiettoria. Una voce che ha attraversato il Novecento e il nuovo millennio trasformando il tempo in materia espressiva. Quando un percorso artistico riesce a diventare spazio condiviso, smette di appartenere solo a chi lo ha costruito e diventa patrimonio culturale. Ed è in questo passaggio, dalla biografia alla memoria,che si colloca il senso più profondo dell’eredità di Ornella Vanoni.

Fonti e riferimenti

Enciclopedia Treccani, voce Ornella Vanoni
Rai Cultura, archivio programmi e interviste
Piccolo Teatro di Milano, materiali storici sulla collaborazione con Giorgio Strehler
G. Borgna, Storia della canzone italiana, Mondadori
F. Fabbri, La canzone italiana, Il Mulino
Articoli e interviste su La Repubblica, Corriere della Sera, Rolling Stone Italia

Una famiglia perfetta: cercasi parenti per Natale.

Di Filippo Ciriaci

Cosa si è disposti a fare pur di non sentirsi soli? 

Paolo Genovese dirige quella che all’apparenza sembra essere una grande famiglia durante la Vigilia di Natale. La realtà è ben diversa e più amara: un uomo di mezz’età si ritrova, come ogni anno, nella sua solitudine, senza nessuno da invitare durante le festività natalizie e da un po’ di tempo ha deciso di affittare una compagnia di attori per fargli interpretare la famiglia che non ha mai avuto. L’uomo in questione è interpretato da Sergio Castellitto, descritto già dal nome come un uomo ricco e potente:Leone. Dietro questa potenza però si nasconde un lato fragile: la volontà e allo stesso tempo l’impossibilità di avere una famiglia normale. Quindi a mali estremi, estremi rimedi: almeno durante il Natale, si inventa di avere una moglie, quattro figli, un fratello, una cognata e una madre.

Il tema che viene trattato è molto veritiero: quante persone nella vita reale si ritrovano a passare le feste da soli perché hanno perso i genitori, i fratelli e i figli? In questo caso, addirittura, troviamo un uomo talmente disperato da “affittare” delle persone pur di non stare da solo. 

È sicuramente un film con molta ironia, dove si ride, ci si diverte, ma sono anche presenti dei momenti meno brillanti e più malinconici. L’atmosfera del Natale è sempre presente e si riconosce da subito, a partire dai titoli di testa, per poi passare alle decorazioni, la tombola, il cenone fino ad arrivare alla messa di mezzanotte. Da qui il film prende una piega meno comica, ma che senz’altro riserva degli imprevisti che, insieme alla comicità grottesca di Marco Giallini e il cinismo di Sergio Castellitto, sono i pezzi forti del film.

Consiglio di vederlo, è un film sicuramente particolare ma per tutti. Non si tratta della solita commedia natalizia o di un cinepanettone, anzi. È un remake, ispirato al film Familia del 1996, diretto da Fernando León de Aranoa. Mentre il remake firmato da Genovese è, seppur amara, una commedia, il film originale assume un tono più thriller.

Una famiglia perfetta è del 2012. Il cast è formato sia da attori già affermati all’epoca, come Sergio Castellitto, Marco Giallini, Claudia Gerini, Ilaria Occhini, Eugenia Costantini, sia da altri che si affacciano al cinema proprio in quel periodo, come Eugenio Franceschini, Lorenzo Zurzolo e Giacomo Nasta.

Sono presenti anche come “guest star”: Francesca Neri, Sergio Fiorentini, Maurizio Mattioli e Paolo Calabresi.

Il film è disponibile gratuitamente in streaming su Mediaset Infinity.

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