Mese: Settembre 2024

A VENEZIA81 IL CINEMA ITALIANO É DONNA

Di Viola Valota

La presenza italiana femminile a Venezia81 non è passata di certo inosservata, di fatto i prodotti che ci hanno convinto maggiormente sono proprio diretti da donne italiane.

Alice Rohrwacher, Maura Delpero e Isabella Torre sono la triade che ci ha incantato durante il festival. Rohrwacher e JR presentano Allégorie Citadine un cortometraggio fuori concorso in lingua francese di cui condividono anche la sceneggiatura. Come dice lo stesso titolo del cortometraggio, lo spazio filmico non è altro che un’allegoria del mito della caverna di Platone, su cui i due artisti si sono soffermati, con un’unica domanda che li ha guidati per la realizzazione: ‘cosa succederebbe se tutti ci voltassimo verso l’uscita della caverna?’.

Da questo presupposto assistiamo ad una storia che varca continuamente il confine tra la realtà e la finzione, un prodotto che fonde danza, musica, street art e della vera e propria arte visiva. Più che un film siamo davanti a due arti distinte che si mescolano e si servono l’una dell’altra per raccontarsi, il cinema è un mezzo per mostrare l’arte di JR, e l’arte di JR è uno dei pretesti per fare cinema, un perfetto equilibrio tra le due componenti nel quale nessuna sovrasta l’altra.

Sicuramente per noi uno tra i prodotti migliori di questo Festival, possiamo permetterci di dire che Alice Rohrwacher è la regista italiana che da anni stavamo cercando, in poche parole una garanzia.

Il Gran Premio della Giuria è stato assegnato a Vermiglio di Maura Delpero, in uscita il 19 Settembre nelle sale. Siamo davanti al suo secondo lungometraggio, ambientato durante l’ultimo anno della seconda guerra mondiale.

Le vere protagoniste sono tre sorelle Livia, Lucia e Ada, assisteremo, quasi come se stessimo spiando, alle dinamiche relazionali all’interno della famiglia, le quali verranno ribaltate dall’arrivo di un misterioso soldato. La narrazione non è altro che un pretesto per veicolare una riflessione sulla guerra, sulle tradizione, sul vecchio ed il nuovo.

Siamo davanti ad un cinema che ci piace definire contemplativo, un cinema del piccolo gesto, un cinema che porta con se una carica emotiva e soprattutto un impulso narrativo forte legato alla famiglia, alle tradizioni e ai padri. Un piccolo squarcio su come poteva essere la vita dei nostri nonni durante gli ultimi anni della guerra. Infine vogliamo prenderci uno spazio per parlare di Isabella Torre, classe 94 che esordisce al lungometraggio con Basileia, il film è stato presentato fuori concorso in chiusura alle Giornate degli Autori.

La pellicola è in realtà un riadattamento del suo cortometraggio d’esordio del 2018 ‘Ninfee’ di cui è anche interprete. Più che davanti ad una proiezione, ci siamo trovati immersi in una favola soprannaturale, circondati dai boschi dell’Aspromonte che diventano co-protagonisti e non solo location.

Il protagonista è un archeologo che verrà guidato alla ricerca di un tesoro tramite un manuale che consulta continuamente, leggendolo e rileggendolo. Con l’aiuto di altri uomini riuscirà a risolvere il mistero che aleggia attorno al tesoro promesso, anche se involontariamente risveglierà delle ninfee, figure che in questo caso definiamo mitologiche che governano le leggi naturali. Vediamo questi corpi femminili magnifici, che si aggirano nudi per le foreste, figure al limite tra l’umano e il soprannaturale.

L’utilizzo della musica in questo film è qualcosa in grado di trasportare lo spettatore in un universo parallelo, è un film sonoro, percepiamo delle frequenze primordiali che smuovono in noi un sentimento di ansia, appartenenza e fascinazione. Molto spesso i suoni sembravano venissero usati per dare una voce alla natura, come se gli alberi, il sottobosco e la mente interconnessa della foresta volesse comunicare con lo spettatore. In realtà la vera protagonista di questa storia è proprio la natura, la sua potenza e predominanza rispetto al genere umano, che inconsciamente è sempre stato convinto di poterla sottomettere.

Infatti le dee che vengono risvegliate non sono altro che una personificazione della natura stessa, il cui scopo è quello di ristabilire la giusta distanza tra la sete arrogante di conoscenza umana e i misteri del mondo che devono rimanere nascosti. Attualmente non abbiamo informazioni su un’eventuale distribuzione, anche se speriamo presto di poter avere l’occasione di rivederlo in sala, e di poter spargere il nome di questa talentuosissima regista.

È un film sicuramente imperfetto, a tratti probabilmente acerbo, ma efficace e coraggioso, che non ha timore di mostrare scene non conformi al mainstream italiano. Per concludere vorremmo esprimere la nostra gratitudine e fierezza nei confronti di queste tre incredibili registe, che sono state in grado di alzare l’asticella all’interno di una Venezia81 che è stata definita da molti estremamente nella media. Alice Rohrwacher, Maura Delpero e Isabella Torre ci fanno sognare e sperare nella rinascita del mezzo cinematografico italiano al femminile, dei nomi che siamo certi inizieremo a sentire più spesso.

Per la rubrica: “Il cinema dei padri” FANTASMI A ROMA (1961) : Un fantasy “All’italiana”

Di Chiara Pascucci

È convinzione di molti che i più bei film fantasy siano esclusivamente di produzione hollywoodiana; è un pregiudizio abbastanza comune, dal momento che i generi sono sempre stati una prerogativa del cinema americano. Eppure nell’immenso orizzonte che il cinema italiano ci offre, è presente un piccolo gioiellino di cui forse pochi sono a conoscenza: sto parlando di “Fantasmi a Roma” del 1961, diretto da Antonio Pietrangeli, per la sceneggiatura dello stesso Pietrangeli, Maccari, Ettore Scola ed Ennio Flaiano. Un fantasy che potremmo definire tutto “all’italiana”, sia per gli aspetti sociali che esso affronta, sia per la scelta del cast con il quale riesce a deliziarci fin dalla prima scena. Annibale Di Roviano (Eduardo De Filippo)è un anziano principe aristocratico che vive nel suo antico palazzo di famiglia; un luogo magico, dove il tempo sembra quasi essersi fermato, mentre invece corre veloce fuori dalle immense vetrate l’inarrestabile avanzata del Boom economico.

C’è quasi una calma atemporale al suo interno, mentre Annibale svolge le sue attività quotidiane, fino a quando non è ora di coricarsi. Ha tutto l’aria di un’epopea di solitudine aristocratica la vita del principe, rimasto solo e lontano dai propri parenti.

Ma Annibale è tutto fuorché solo: nell’immenso palazzo infatti, convivono con lui un bellissimo gruppo di affascinanti fantasmi. Mentre Annibale dorme nel silenzio della sua stanza, addormentatosi di nuovo con gli occhiali da lettura sul naso, la macchina da presa si sposta fino ad inquadrare completamente a sinistra la figura dormiente di Annibale, illuminata da luce calda, in contrasto con il buio circostante.

È proprio da quel buio che appare per la prima volta in scena il primo fantasma, che sùbito capiamo essere un frate: osserva il principe dolcemente, e con delicatezza sistema sul comodino i suoi occhiali da vista. Fra Bartolomeo ( Tino Buazzelli)perciò è il più vecchio e forse anche il più saggio, morto nel ‘600 per colpa di alcune polpette avvelenate. Al gruppo si aggiungono: Reginaldo (Marcello Mastroianni) un nobiluomo libertino ed amante delle donne,morto nel ‘700 cadendo dal balcone mentre scappava dal marito geloso di una delle sue amanti, Donna Flora (Sandra Milo) suicidatasi nel Tevere per una delusione amorosa nell’800 e infine Poldino(Claudio Catania) fratello maggiore di Annibale, morto ancora bambino a inizio ‘900.

Essi sono in tutto e per tutto collegati ad Annibale, fanno parte della sua famiglia, e sono condannati a vagare per colpa della loro morte violenta. Secondo Enrico Giacovelli nel suo “C’era una volta la commedia all’italiana” la presentazione dei fantasmi è una delle più eteree della storia del cinema, e non possiamo che concordare con questa affermazione. Il forte grado di fascinazione che essi esercitano sullo spettatore deriva dai loro costumi e dai loro movimenti: complice probabilmente anche la bravura attoriale, i fantasmi con il loro vestiario antico di colore bianco, così come i loro capelli, e il viso, si muovono sinuosi nei corridoi del palazzo, e nell’ombra spariscono e ricompaiono, come se il buio fosse la loro quinta teatrale.

Ma non è tutto, poiché ciò che avvicina lo spettatore è soprattutto il loro modo di porsi: seppur antichi, essi riproducono nei gesti una ritualità e una dialettica tipicamente italiana, riconoscibile e famigliare per ognuno di noi; verrebbe da chiedersi se davvero anche nel passato non fossimo in realtà così diversi da ora.

Il loro attaccamento alla casa è profondo e viscerale; ma sarà proprio alla morte di Annibale per colpa di una caldaia difettosa, che essa andrà nelle mani del giovane nipote Federico (sempre Marcello Mastroianni) intenzionato a venderla ad un ingegnere che vuole specularci sopra. Per i fantasmi significa solo una cosa: lo sfratto, che è l’incubo dei vivi, ma che in questo caso non lascia liberi neppure i morti. L’unica soluzione sarà quella di chiedere aiuto al giovane fantasma pittore Giovanni Battista Villari detto “Il Caparra”(Vittorio Gassman), nella speranza di poter salvare la struttura dalla demolizione.

Lascio dunque arrivati a questo punto, a chiunque voglia recuperare il film, la scoperta dell’esito di questa missione: I fantasmi ne usciranno vittoriosi oppure trionferà la corruzione dilagante in Italia?È evidente perciò che ci troviamo di fronte ad un fantasy sui generis; non c’è magia, non ci sono effetti speciali di alto livello, non ci sono mondi fatati e missioni leggendarie da compiere. Ma la bellezza di questo film risiede nell’uso sociale e simbolico che il fantasy assume. In un momento di grande cambiamento culturale come il Boom economico, che scoppiò in Italia nel 1958, e che rivoluzionò vita e costumi dell’italiano medio, l’unica missione che sta cuore ai fantasmi è preservare una casa che si fa simbolo di Passato, Presente e Futuro.

E gli elementi del Boom ci sono tutti: la speculazione edilizia, la macchina, i night clubs, la rivoluzione sessuale. Nelle strade e sui tetti di questa elegantissima Roma notturna, fantasmi girano ed osservano le azioni di chi è ancora in vita, stupendosi di ciò che cambia ed anche di ciò che resta sempre uguale – emblematica la scena di corruzione a cui assistono Fra Bartolomeo e Reginaldo-.

Essi sono il simbolo di ciò che è stato, di una tradizione che l’Italia si porta dietro. Sono la personificazione della Storia respirata dai vicoli di una città antica come Roma, dei sogni infranti e mai raggiunti, di delusioni, rimpianti e di infanzie spezzate. La morte in questo film è tormentata da ciò che in vita si cercava di raggiungere, da ciò che ossessivamente si rincorreva, da comportamenti per nulla abbandonati ma forse semplicemente trasformati. Il film è una carrellata viva e morta di Storia.

Assistiamo ad un dialogo con il Passato originalissimo e ben studiato, un Passato che però sembra quasi messo in pericolo dall’incognito Futuro verso il quale la corruzione morale porterà l’italiano. Gli sceneggiatori usano gli occhi degli antenati per descriverci i dubbi che nutre il cinema italiano di quegli anni. Dove si arriverà se i palazzi antichi, che ospitano i fantasmi della nostra vita, verranno buttati giù da imponenti palazzoni industriali? Un film perciò sul passato, ma anche sulla famiglia, perché i fantasmi sono anche tutte le storie che ci portiamo dietro, che ritornano inaspettatamente, che ci accompagnano e ci camminano accanto.

Annibale stesso muore tra le braccia del fratello fantasma, avendo superato il confine della soglia con l’altro mondo, lo stesso che non l’aveva mai abbandonato.Un po’ come questo film, che insieme a molti altri è lo scheletro di ciò che è stato il nostro cinema, e del quale ancora sentiamo l’eco; certo non va dimenticato, ma solo compreso.E se per strada una folata di vento proveniente da chissà dove vi smuove i capelli, non abbiate paura… forse è solo un fantasma girovago annoiato.Il film è reperibile in streaming gratuitamente su Rai Play

Clima di protesta e sciopero redazionale in casa L’Espresso

DI SOFIA CILLI

Assenza di un piano editoriale, la confusione per lo sviluppo sul web e soprattutto contratti a termine non rinnovati, succeduti a un invece massiccio utilizzo di collaboratori esterni, hanno indotto l’assemblea redazionale a proclamare uno sciopero. I giornalisti sono preoccupati.Tutto è iniziato il due settembre, quando i redattori del settimanale “L’espresso” esprimono il loro sconcerto per le scelte direzionali e redazionali. Inizialmente le rassicurazioni sul perimetro occupazionale e sulla salvaguardia dell’identità del settimanale hanno smorzato l’agitazione e sospeso il pacchetto di cinque giorni di sciopero già approvato, ma venuti a mancare questi presupposti, l’assemblea proclama un nuovo giorno di sciopero avvenuto lo scorso tre settembre, con il dichiarato obiettivo di impedire l’uscita del numero di ieri, venerdì sei settembre.Ad oggi il numero non solo è regolarmente in edicola, ma è stata inserita anche una risposta dall’editore e dal direttore riguardo la vicenda, i quali respingono le “infondate illazioni” e tengono ad evidenziare l’impegno economico e non solo per la salvaguardia della testata e il processo di risanamento aziendale in corso. Riguardo la più preoccupante questione dei contratti non rinnovati, i due si appellano all’incontestabile diritto di non prolungare la durata di un contratto se questo si presenta con la dicitura “a termine”. Insomma, le accuse dei giornalisti, secondo i loro superiori, sono “del tutto infondate”, ed esprimono a loro volta sconcerto per l’utilizzo dei toni utilizzati nel comunicato, definendoli “inappropriati, ultronei e strumentali”. In attesa che la vicenda veda ulteriori sviluppi, si spera in un risvolto positivo per le condizioni lavorative dei giornalisti, e si esprime solidarietà nei confronti degli stessi, nella speranza che i loro diritti vengano rispettati e le loro voci ascoltate, senza ammonizioni nella loro libertà di protesta. Se l’identità di una rivista è data dai suoi redattori, è bene che “L’Espresso” possa continuare a esprimersi.

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