Mese: Marzo 2025

Maternità surrogata:il no definitivo dell’Italia

Di Francesca Paoli

Il 16 ottobre 2024, il Senato ha approvato in via definitiva il disegno di legge che persegue penalmente il cittadino italiano autore del reato di maternità surrogata anche se commesso all’estero. Di fatto l’attuale governo ha messo nero su bianco i presupposti per rendere la GPA (gestazione per altri) un reato universale, una mossa forse con fine più politico che giuridico in quanto la legge lascia molti dubbi riguardo a un’applicazione concreta della stessa. Evidente è il mancato rispetto del principio di territorialità: oltre a quelli commessi sul suolo italiano esistono dei reati punibili anche se commessi all’estero, ossia delitti per i quali la legge italiana stabilisce la pena di morte o l’ergastolo o la reclusione non inferiore nel minimo a tre anni e i cosiddetti “reati universali”, riconosciuti come punibili dalla comunità internazionale, quali crimini di guerra, genocidio, tortura, schiavitù e crimini contro l’umanità. La maternità chiaramente non rientra in nessuna di queste categorie poichè la sua pena detentiva massima è di due anni, e non costituisce reato secondo la comunità internazionale, anzi è legalmente praticata in vari stati europei ed extra-europei. La legge, andando contro a uno dei più importanti principi del sistema giuridico italiano, lascia molti dubbi sulla sua applicazione concreta e sulla sua impugnabilità da parte della Corte Costituzionale ma esprime la ferma volontà di ostacolare la GPA per i cittadini italiani ovunque essa sia praticata. Ben prima del 16 ottobre 2024, la pronuncia delle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione n. 38162 del 20 dicembre 2022 ha affermato l’impossibilità di trascrivere atti di nascita formati all’estero e riguardanti minori nati da coppie che hanno fatto ricorso alla tecnica della GPA, riconoscendo al genitore intenzionale la medesima posizione del genitore biologico, e precisa che l’esigenza di assicurargli i medesimi diritti degli altri bambini è garantita attraverso l’adozione in quanto l’adozione rappresenta lo strumento che consente di dare riconoscimento giuridico al legame di fatto con il “partner” del genitore genetico che ha concorso a prendersi cura del bambino fin dalla sua nascita. Usufruire della maternità surrogata in un altro paese era dunque scoraggiato dalla scarsità delle tutele nell’interesse nel minore ben prima che divenisse illegale, sempre secondo la pronuncia della Corte Costituzionale in quanto «offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane».Utile è precisare che la gestazione può essere omologa o eterologa a seconda che il materiale genetico sia della gestante, del partner maschile committente e/o della partner femminile committente. I committenti possono essere single, o una coppia eterosessuale o dello stesso sesso, e il patto di maternità surrogata può essere di tipo commerciale, qualora alla madre surrogata spetti un corrispettivo in denaro, o solidaristico. La questione si presenta complessa proprio perchè abbraccia una serie di tematiche delicate e oggi ancora dibattute nel nostro paese: quella dell’autodeterminazione femminile e della commercializzazione del corpo, quella della legittimità delle famiglie omogenitoriali e monogenitoriali, e infine il concetto stesso di genitorialità che è continuamente e necessariamente messo in discussione. In Italia l’autonomia decisionale sulla propria vita, il proprio corpo, e quindi la propria identità, è stata una conquista tardiva e combattuta per le donne, basti pensare a quanto sono relativamente recenti leggi sull’aborto, matrimonio riparatore, delitto d’onore, divorzio e tutele a favore dell’indipendenza economica. L’aspetto giuridico si lega inscindibilmente all’oppressione culturale, ben radicata in un paese che fatica a concepire una salute riproduttiva non orientata alla maternità a tutti i costi, ma al benessere e alla libertà di scelta della donna. Questo sfondo socio-culturale è chiaramente un cattivo terreno per avanzare una proposta di gestione del corpo femminile che esula dalla maternità e dalla famiglia “tradizionali” e di stampo pseudo-cattolico. Tutto ciò coinvolge tanto le potenziali madri surrogate quanto i soggetti committenti: insieme a una buona parte di coppie eterogenitoriali, impossibilitate a concepire per i più disparati motivi, sono tantissime le coppie omogenitoriali ad accedere alla GPA nei paesi esteri, dove, a differenza dell’Italia, l’omossesualità non è una discriminante quando si cerca di essere genitori.Gli studi in ambito psichiatrico e psicologico su bambini di famiglie “non tradizionali” hanno sufficientemente dimostrato quanto non sia il sesso e l’orientamento sessuale del genitore a determinare il benessere e l’equilibrio psichico del figlio, bensì il rapporto di cura che si instaura tra i due, eppure in Italia le coppie omosessuali sono escluse dall’unico mezzo con cui potrebbero legalmente diventare genitori, ossia l’adozione.Ma a dirla tutta il processo di adozione nel nostro stato lascia a desiderare anche quando parliamo di coppie etero: procedure burocratiche lunghe e spesso mal gestite che scoraggiano sia a livello psicologico sia economico, e possono portare a considerare la maternità surrogata come prima scelta.Insomma ad oggi l’Italia non tutela al massimo delle sue possibilità l’interesse dei minori, che siano bambini in attesa di una famiglia adottiva o nati all’estero con una procedura non autorizzata sul suolo italiano. Le leggi in vigore fanno stazionare il nostro paese su posizioni ferme ma obsolete, che non fanno realmente gli interessi delle persone, e non sembra esserci molto spazio per una ricerca che porti una nuova apertura.Allo stesso tempo questa ricerca deve essere consapevole e non semplicemente una risposta affermativa a una richiesta qualsiasi. La questione sulla commercializzazione del corpo (in questo caso femminile) rimane importante ed è un territorio che deve rimanere libero da preconcetti culturali o religiosi e focalizzarsi esclusivamente sulla tutela della salute dell’individuo, tanto fisica quanto mentale.Favorire l’autodeterminazione delle donne sul proprio corpo è più che mai fondamentale, ma dobbiamo necessariamente affrontare il fatto che questa può essere fortemente condizionata da molteplici fattori sociali ed economici, e se da una parte nessuno ha il diritto di giudicare un individuo che per necessità decide di mettere il proprio corpo al servizio di altri, dobbiamo piuttosto chiederci che senso abbia una genitorialità ottenuta attraverso la complicità con un sistema che permette l’esistenza di simili condizioni.Ci dà comunque da pensare il fatto che l’Italia abbia ormai posto ogni possibile ostacolo alla maternità surrogata schermandosi dietro l’intenzione di non mercificare il corpo della donna, ma non abbia mai messo in conto la possibilità di regolamentare una GPA solidaristica, che non preveda alcun tornaconto economico per la gestante: anche solo una disponibilità a discuterne avrebbe fatto dissipare i sospetti che dietro a questo accanimento contro la GPA ci sia fondamentalmente un millenario controllo sul corpo femminile e il rifiuto di una donna libera di scegliere.

THE BRUTALIST: L’OSCAR ALLA MIGLIOR FOTOGRAFIA

Di Davide Micieli

“The Brutalist”, film diretto da Brady Corbet, si è aggiudicato il premio come miglior fotografia, oltre ad aver ricevuto altre due nomination ai BAFTA e BSC Film che ha richiesto un’attenzione complessa nei minimi dettagli e la fotografia non è da meno. Girato in pellicola, Lol Crawley, è riuscito a creare attraverso giochi di luci e ombre, dei contrasti mozzafiato che hanno conferito alle immagini uno stile pittorico, motivo per il quale ha preso ispirazione da pittori modernisti come Edward Hopper e dal fotografo Saul
Leiter, per ricreare l’atmosfera dell’epoca. Crawley ha utilizzato la pellicola negativa a colori KODAK VISION3 250D 5207/7207 e la
pellicola negativa a colori KODAK VISION3 500T 5219/7219 nei formati 35mm e 16mm, pellicole molto granulose e consistenti.
Ha affermato di essere più interessato al movimento della telecamera piuttosto che all’illuminazione e per questo motivo ha deciso di utilizzare sempre una camera a mano e una steadycam. Ad esempio, come si vede nella scena di apertura del film, dove la scelta è stata quella di seguire Làszlò in un movimento vertiginoso che porta lo spettatore a guardare
una volta uscito dall’interno della nave a guardare un fotogramma della Statua della Libertà capovolta, mantenendo il senso di disorientamento. Questa scelta stilistica, favorisce la continuità dell’immagine, cercando di far immedesimare lo spettatore nella scena. Accade nella scena a letto di Làszlò ed Erszebèt oppure quando la stessa affronta alla fine del film
Van Buren. Crawley sceglie di utilizzare come macchina principale la Vistavision, molto usuale per un film girato ai giorni d’oggi, sia per dimensioni che per qualità. L’idea era quella di utilizzare
questo formato per i panorami, però poi è piaciuto talmente tanto che hanno deciso di mantenerlo in ogni contesto. Come detto, lo si è preferito per riprese paesaggistiche e infatti come ammette Crawley,
funziona benissimo nel contesto italiano, dove Làszlò si reca, a Carrara, per la scelta del marmo ideale per proseguire il suo lavoro. L’immensità della cava con il VistaVision rende alla perfezione la vastità e l’imponenza del luogo. Infine la scelta del VistaVision è anche dovuta al fatto che sia Crawley che Brady, volessero essere fedeli al ruolo del cinema nei confronti dei personaggi, limitando i primi piani e le inquadrature strette, per favorire quelle ampie in cui inserire i personaggi. “Penso che quello
che stavamo cercando di fare nello spirito del cinema era che in ogni fotogramma mostrasse lo spazio e i personaggi al suo interno, che è ciò che il cinema storicamente ha sempre cercato di fare”
.
“The Brutalist” è un film profondo, nostalgico e accattivante allo stesso tempo e questo è dovuto, oltre che alla storia spettacolare, alla qualità delle immagini, che trasmettono il senso di immagine archivistica che Crawley e Brady volevano dare.

“Il vedovo”: la morte e la risata

di Chiara Pascucci

«Ho sognato che ero rimasto vedovo»

«Ah, ha sognato che era morta la sua…»

«Sì, mia moglie. Un sogno completo: morte, camera ardente, funerale. Io camminavo dietro al feretro, alla mia destra camminava lei, marchese, e alla mia sinistra padre Agostino.»

«Perbacco! Ricorda tutti i dettagli»

«Sì, come fosse adesso»

«E nel sogno ha provato dolore?»

«No, anzi, mentre tutti piangevano, io solo ridevo.»

«Rideva?»

«Poi mentre calavano la bara giù, nella fossa, ho sentito come un colpetto qui dietro alla nuca. Tac! Anche abbastanza forte… Credevo fosse padre Agostino e invece mi sono svegliato nel mio letto; era mia moglie che mi diceva: “Cos’hai Cretinetti, ridi nel sonno?”»

Inizia così “Il Vedovo” di Dino Risi, 1959, sceneggiato dallo stesso Risi, Rodolfo Sonego, Fabio Carpi, Dino Verde e Sandro Continenza; una delle migliori commedie che il cinema italiano abbia mai realizzato.Un film cinico, sprezzante, sarcastico e spietato che ci regala una visione accuratissima dell’Italia del tempo (ma non solo) ed una satira lucidissima che induce inevitabilmente alla riflessione. Alberto Sordi, mattatore del cinema italiano, presta il suo volto in una delle sue interpretazioni più memorabili, regalandoci un nuovo strumento che possa far luce sui difetti dell’italiano medio.Il giovane Alberto Nardi è un piccolo imprenditore,completamente incapace negli affari e sommerso dai debiti. La sua vita è scandita da cambiali, prestiti, e grandi promesse su affari che si rivelano sempre un buco nell’acqua. Ma la sua vita non è caratterizzata solo dalla ricerca spietata di denaro per far decollare la sua mediocre impresa, ma anche dalla presenza di una figura, ancora più importante: sua moglie Elvira. Interpretata magistralmente dall’immensa Franca Valeri, Elvira Ammiragli è una donna sfacciatamente ricca, sarcastica, furba e perfettamente inserita nella società. Detesta suo marito, che reputa un fannullone e un buono a nulla, e che per ridicolizzare chiama “Cretinetti”, in onore del personaggio comico del cinema muto che rappresenta proprio un giovane capace solo di combinare guai. Ma quando Elvira si rifiuta di pagare i debiti di suo marito, il destino sembra venire incontro a Nardi, con un incidente ferroviario che riporta tra le vittime proprio la sua Elvira. Il vedovo è pronto ad intascarsi l’eredità di sua moglie, ma tutto crolla quando lei ritorna a casa viva, avendo scampato per un soffio la tragedia.Ed è qui che Nardi escogita un piano: uccidere sua moglie manomettendo un ascensore, per potersi intascare tutto il suo patrimonio.Possiamo dirlo con certezza: Alberto Nardi è il classico protagonista della commedia all’italiana. Fanfarone, pieno di debiti, ma soprattutto bramoso della famosa scalata sociale.Negli anni ‘60, l’ondata del Boom economico imprime alla società la fame del successo:ciò comporta l’illusione che tutti possano arricchirsi facilmente, e che tutti possano diventare qualcuno. Inizia il gioco delle apparenze: per stabilirsi in società bisogna ostentare proprio quella ricchezza che tanto si brama, finendo inevitabilmente per indebitarsi. È un cane che si morde la coda. Ma la commedia all’italiana se ne accorge, respira nell’aria la crudeltà che governa i rapporti sociali. Le persone sono ormai disposte a tutto, e il cinema decide di raccontarlo, esasperandone gli aspetti più amari ed inquietanti.Nardi è un inetto, e la commedia lo deride nella sua incapacità sociale ed economica. Lo conosce bene Elvira, definendolo un “megalomane” ovvero una persona “che si circonda di persone mediocri per sentirsi superiore”. Nardi è un megalomane eccome, convinto che con mezzucci e poca abilità, possa diventare il padrone del mondo. Si circonda di compagni altrettanto inetti come lui, ed impone la sua autorità solo sull’amante, una giovane ingenua, vantando un’intelligenza che in realtà non possiede. È l’illusione accecante del benessere del Boom. È interessante analizzare il suo rapporto con Elvira: non è un caso che nella commedia del Boom le donne reagiscano al benessere in maniera migliore, acquisendo potere; ciò che non accade invece all’uomo medio italiano, che nel mezzo della sua inettitudine, corre incontro alla modernità rimanendo ancorato alle radici di una tradizione, da cui non riesce realmente a distaccarsi. La crisi del maschio nella commedia rappresenta un punto cardine, con la sua continua ricerca di imprimere una forza patriarcale che la società gli ha insegnato, ma trovandosi nel mezzo di un cambiamento sociale dove la donna sceglie di coltivare la propria indipendenza. Non tutte le donne ce la fanno però, ma Elvira sì, perché la sua potenza risiede nel denaro. Un elemento molto importante è proprio la differenza sociale che suscita la cattiveria e il desiderio di ascesa sociale; Elvira è molto diversa dall’amante Gioia, ad esempio, a cui il film, altrettanto cinicamente, suggerisce un misero destino da mantenuta. I potenti conducono il gioco, ed è il denaro che muove ormai tutto il meccanismo dei rapporti sociali; ed è proprio l’amore per quel denaro che tiene Nardi ancorato ad Elvira. Ed è sempre il desiderio del denaro che acceca e porta addirittura all’omicidio.Una caratteristica della commedia all’italiana è proprio la presenza della morte: un elemento che stride con il meccanismo comico classico, ma che in questo caso diventa fondamentale per la critica sociale. Nardi è disposto a tutto pur di essere qualcuno, e di smettere di essere adombrato dalla figura abbagliante della moglie. Il piano per la dipartita di Elvira viene studiato nei minimi dettagli, ma qualcosa va storto.Nella commedia all’italiana l’inetto riceve inevitabilmente la beffa dal destino, per il suo comportamento arrivista. Infatti, a causa di un errore è proprio il Nardi che viene spinto giù nella torre dell’ascensore, e che quindi muore sul colpo.L’ultima scena del funerale è qualcosa a cui la commedia non era abituata, ovvero la morte del protagonista: ma la commedia all’italiana unisce il riso alla morte, il riso all’amarezza, il riso alla riflessione sociologica.Dino Risi con una regia impeccabile e nevrotica riporta la satira a livello visivo, facendo leva sul sentimento dello spettatore, presentando nella sua cruda verità il volto di un’Italia corrotta ed egoista. Ciò porta lo spettatore ad interrogarsi inevitabilmente sul valore della propria interiorità, in questo gioco cinematografico che mischia la risata alla morte. Sarà infatti proprio Elvira a sancire il presagio di morte del marito, con una battuta che anticipa inesorabilmente gli eventi

«Io te lo auguro caro Cretinetti…ma ho l’impressione che quest’ascensore sarà la tua fine»

Uno sguardo più da vicino

Di Luca Mariani

Con l’articolo precedente abbiamo solo scalfito la superficie di un problema, paragonabile a un iceberg, forse lo stesso che fece affondare il Titanic nel lontano 1912.

Prima di analizzare nel dettaglio gli edifici menzionati nell’articolo precedente, vorrei affrontare le implicazioni socioeconomiche di questo fenomeno nella nostra città.L’articolo di Wilson e Kelling ci offre un punto di partenza fondamentale per affermare che l’abbandono edilizio porta inevitabilmente a un aumento della criminalità. Come in una spirale degenerativa, il processo inizia con la presenza di “una finestra rotta”, simbolo di un evento, un’azione o un comportamento impunito, che mina le regole comunitarie e il rispetto per l’ambiente circostante.

Prendiamo l’esempio concreto di una finestra: se questa, per errore o per malizia, viene infranta e non riparata, il suo stato di degrado trasmette il messaggio che ulteriori atti vandalici siano accettabili.

Il vandalismo aumenta: graffiti sui muri, spazzatura abbandonata, aree verdi trascurate… A poco a poco, il degrado si aggrava, portando con sé piccoli furti, rapine, risse e fenomeni legati al consumo di droga.

Questo circolo vizioso può propagarsi al punto da diventare irreversibile, estendendosi come una malattia che contagia l’intero quartiere. Gli abitanti, citando l’articolo, finiscono per non percepire più il quartiere come una casa, ma come un semplice luogo di transito, perdendo il senso di appartenenza.

A Roma, questo fenomeno è particolarmente evidente. Secondo i dati del Sole 24 Ore, il tasso di atti criminali nella Capitale è in aumento tanto da collocarla al secondo posto per criminalità complessiva. I dati più significativi riguardano i seguenti reati:

• Danneggiamenti: 12º posto;

• Furti: 2º posto;

• Rapine: 9º posto;

• Uso di stupefacenti: 2º posto;

• Estorsioni: 8º posto;

• Rapine negli uffici postali: 9º posto.

Un risultato lodevole, se il mondo funzionasse al contrario.

Questi crimini sono indicativi di una rottura delle regole comunitarie e rappresentano sintomi iniziali di una degenerazione urbana più profonda. Non è quindi irragionevole, ma altamente probabile, che tali reati continuino ad aumentare, seguiti da crimini più gravi. Provando a cercare dati sul numero di edifici abbandonati a Roma, si rimane sorpresi nello scoprire che tali informazioni non esistono, a causa di una totale e disarmante mancanza di volontà politica delle amministrazioni di documentare il problema.

Da quando i soldi del PNRR hanno cominciato a piovere dal cielo, il sindaco Gualtieri si pavoneggia sui social, vantandosi della rigenerazione di alcune aree abbandonate o in disuso. Tuttavia, queste iniziative appaiono isolate, concentrate in zone specifiche. Come può il Comune affrontare un problema di tale portata senza un piano chiaro e senza dati di base? La percezione diffusa è che solo le aree di interesse turistico ricevano attenzione, mentre il resto della città viene trascurata. Percezione che non risulta propriamente incompatibile con la realtà. Si pensi che tutte le zone restaurate nell’arco degli ultimi mesi portano gli slogan del Giubileo 2025. “La Porta Santa si aprirà su Roma, più bella e accogliente che mai.”; “Su di noi gli occhi del mondo. È la grande storia che si ripete.”; “Cambia, per essere sempre Roma. Generosa, inclusiva unica”. Come al solito, bisogna farci scappare il morto affinché qualcosa cambi nel panorama non solo urbano/edilizio ma anche in quello sociale e culturale.

E comunque questi cambiamenti risultano totalmente insufficienti.La miopia dimostrata dalle amministrazioni è frustrante. Ipotizziamo l’esistenza di un edificio che da oltre dieci anni (un’ipotesi tutt’altro che irrealistica) si trovi in completo stato di abbandono.

Un giorno, il municipio competente decide di acquisire tale edificio, portando a termine tutti i progetti e i bandi necessari. Supponiamo che l’edificio venga riqualificato per diventare una nuova biblioteca, completa di un’aula studio. L’azienda vincitrice del bando, seguendo le indicazioni del progetto, invia una squadra di operai specializzati per ristrutturarlo e renderlo pienamente operativo. Dopo un certo periodo, l’edificio apre finalmente al pubblico. Grazie a un bando statale, vengono creati nuovi posti di lavoro per gestire la struttura.

I giovani iniziano a frequentare la biblioteca e a utilizzare l’aula studio come spazio di aggregazione e apprendimento, mentre il personale impiegato si occupa della manutenzione e del buon funzionamento della struttura.

Al quartiere, o meglio al municipio in questione, viene restituito uno spazio di aggregazione sociale, un punto di riferimento tangibile, e un segnale chiaro di interesse da parte delle amministrazioni. Inoltre, si generano nuove opportunità di lavoro, incrementando il potere d’acquisto.

I giovani che frequentano tali spazi stimolano la nascita di locali, bar e altri servizi nel giro di poco tempo, favorendo la circolazione del denaro e garantendo un pieno ritorno sull’investimento.

Eppure, queste opere di vera rigenerazione sono rare, e molte di esse nascono esclusivamente da iniziative private. Ed è proprio qui che risiede il problema. Forse ho sbagliato diagnosi nel definire le amministrazioni miopi; forse non lo sono affatto. Forse sono semplicemente assoggettate al sistema economico neoliberista.

Il settore pubblico, infatti, delega ai privati la risoluzione dei problemi edilizi, limitandosi a fornire licenze e lasciando ai privati la libertà di costruire ciò che risulta più conveniente per i loro affari.Un esempio concreto è visibile a piazzale della Radio, alla fine di viale Marconi. Qui, il colosso edilizio Cam Group ha acquisito un terreno per realizzare un vasto complesso di box auto sotterranei. Box auto. Avrebbero potuto realizzare un parco, un piazzale con una statua commemorativa di Marconi o qualsiasi altra struttura utile al tessuto socioculturale del quartiere. E invece no: hanno scelto di costruire box auto. E la cosa più sconcertante è che lo Stato ha approvato.In via definitiva, la posizione delle amministrazioni è in armonia con le volontà delle imprese edili private. Questo comportamento deve cambiare radicalmente. Lo Stato non deve più chinare la testa, ma alzarla e riprendersi il ruolo che il privato e il sistema economico neoliberista gli ha sottratto.

Lo Stato siamo noi, e in quanto cittadini dovremmo essere tutti preoccupati della direzione che il nostro paese, città e quartiere sta intraprendendo. Nei prossimi articoli andremo ad analizzare nel dettaglio la storia di alcuni edifici abbandonati o in disuso all’interno del Municipio VIII; in particolare, il lavoro che andremo a compiere è denunciare ampliamente l’esistenza di tali stabili, con l’auspicio che tali denunce vengano accolte dai lettori, rendendoli più consapevoli del fenomeno che attanaglia la nostra città, nonché Capitale del nostro paese.

Ricordando il tuo libro preferito

di Carolina Maccione

Ti è capitata per caso, stamattina, quando ti sei presentata a questa gara di beneficenza, creata per salvare persone come me e te.Kundera con ‘‘L’insostenibile leggerezza dell’essere” l’hai odiato. Ma hai amato vedere la sua menzione in ‘‘Lezioni Americane” di Italo Calvino. Non l’ho mai finito quel libro, sai? Mi chiedo quante contraddizioni ci siano in te, mentre ti guardo arrivare al penultimo giro, io sento le mani che mi tremano e tu arranchi.Esclamo il tuo nome, ma alla tua destra la pesantezza urla più di me. So che hai sempre amato la pesantezza di Alessandro Baricco. Ora, mentre tu prendi una storta, io riesco solo a pensare al fatto che non riesco a ricordare il tuo libro preferito. Sento il megafono del mio assistente annunciare l’ultimo giro. Quante deviazioni di pensiero ci possono essere in un istante? Ed ecco qui…un misero istante e ti vedo correre di nuovo, i tuoi capelli ricci che si ribellano all’elastico che, magicamente, scivola via.Due secondi e mezzo e mi scordo dei tuoi ricci e ritorno a pensare e pensare.Poi, ti vedo arrivare al punto del sentiero dove si vede il ruscello.Quello della nostra prima uscita, quando ti ho confidato che non so la differenza tra lago e fiume. Fiume. Pablo Neruda. Ora la leggerezza ti tiene sotto braccio ed io un po’ ci muoio, mentre nella mia testa c’è solo quel verso:‘‘In te cantano i fiumi e in essi la mia animaa tuo capriccio fugge dove tu vorrai.’’Mancano cinque minuti alla fine della gara. Non ci sarà un vero vincitore, è solo per fare scena. Mi basta solo il minimo per arrivare alla fine di questa raccolta fondi.Ora svolti l’angolo, manca sempre meno.‘‘Omnia vincit amor’’ È ridicolo.Quante cose che ti vorrei dire, ma ti guardo e basta, mentre sento solo il ticchettio delle lancette dell’orologio. Due anni che ti conosco ed ho fatto amicizia con il drago. In realtà non so cosa significhi, ricordo solo quella pagina di ‘‘La preghiera della rana’’ dove c’era questo titolo: ‘‘Fare amicizia con il drago.’’La sabbia nella clessidra, quasi scesa completamente, spero che il serpente non ti uccida.Mi sono distratta, ora hai spinto via la pesatezza, ma lei è tornata da te, due secondi e fate pace. Leggerezza e pesantezza ti caricano in braccio, stile ‘‘la sedia del papa.’’Poi me ne ricordo.‘‘La strada che va in città.’’ Natalia Ginzburg. Lei, che ammiri. Lei che non capisci perché sia vittima dell’oblio nella letteratura italiana della scuola dell’obbligo.Dieci secondi. Un altro ricordo.‘‘Castelli Di Rabbia” del tuo amato Baricco.La mia risposta.Di quel libro mi dissi che era felice-triste. Come te.Forse il bisogno degli scrittori di creare un equilibro tra leggerezza e pesantezza è proprio in questo.Cinque secondi. ‘’Monte Cinque’’, Paulo Coelho.La fede, tu non ne hai bisogno.Tre secondi, ma io sto andando a cento all’ora, dentro di me.Un secondo.Leggerezza e pesantezza ti mettono giù. Si danno il cinque.Tu fai uno slancio.Sei prima.E il tuo libro preferito mi è tornato in mente.

Il diavolo lavora a palazzo chigi

Di Rita Tagliata

La luce di siria

Di Niccolò Ferrigno

Come fai a penetrarmi così a fondo?

Sei un fiore splendente quando mi guardi…

I tuoi occhi sembrano ridere (e il mondoci vedo dentro… Di stupore mi ardi!)

anche quando non ridi veramente:sarà che sono di luce i tuoi sguardi?

Come fa a non ardire la mia mente

a comandare agli occhi di guardarti,anche fosse un sol attimo sfuggente,

mentre invece si libera nelle articon tanta fluidità che sembra amore(quello degli inizi, tal da incantarti)?

Forse lo conosci ben quell’ardore,

anzi ne son quasi sicur per certo,quella tela piena d’ogne colore,quel sentimento d’ignoto e d’incerto,

quello del batticuore al primo sprone,

quello che a scriver più mi diverto:

sguardi si cercano a buona cagione,

gli stessi si sfuggono per vergogna,

poi ricomincian con doppia tensione;

e affiorano i dubbi seppur si agogna,

dubbi sull’agognar dell’altro pure,

forti quanto la speme che, si sogna,

l’altro ci agogni quanto noi eppure.

E in questo mar di dolcezza e incertezzami lascio trasportar,

senza paure,

come colui che abbandon la salvezza

per naufragar incerto e sanza meta

nell’ignoto per viver quea dolcezza;

e non importa se fìa una cometa:

importa il viaggio e le sensazioni,e sì facendo i dubbi si fan lieta

consapevolezza dell’oggi azioni.

Ad esempio, adesso mi sei accanto

e ‘l cuor mi batte in mille pulsazioni;

probabilmente stai vedendo il canto,

ma non capisci cosa sia davvero,

né queste dita che contano intanto:

“Chissà che sta facendo esto straniero

che mi sta a fianco in esti pomeriggi

e chissà che gli frulla nel pensiero…”.

Tu che ben non mi conosci mi infiggi,

nel cuor con i tuoi sguardi penetranti,

una sensazion che ben mi configgi,

tanto da farmi scrivere esti canti,

che escon fuori perché mi infliggi

quella dolcezza criptica ai parlanti.

Ma ecco il perché,

forse, tu mi trafiggi

così tanto, e tanto più vai al profondo

tanto più m’è dolce che mi sconfiggi:

perché in te ritrovo tutto il mio mondo,

e lo trovo in quel luccichio indistinto

che sembra eterno, ma dura un secondo!

Ed ecco perché dai tuoi occhi io son vinto,

costretto a calare i miei e a far parole

dal quel brillio verso cui son sospinto:

perché io cerco di toccare il Sole,

e appena ci provo ecco che mi scotto,

abbassando gli occhi a queste parole.

E allor lascia che lodi in quarantotto

altri versi questi splendenti rai,

perché sei il firmamento tutto, otto

volte più splendente… Ma come fai?

La tua beltà non certo io la svelo,

ma tu, che sei sì bella e non lo sai,

tu, raggio di sol splendente nel cielo,tu, raggio di luna nel ciel stellato,

Tu, stella delle stelle senza velo,

brilli!… Dio, quanto brilli! fuoco ambrato,

luce primordiale di ogni fulgore,

brilli, e brilli, e brilli, e Dio sia lodato!

e ancora splendi, e splende il tuo colore,

splende di immensa vita, splende eterno,

splende, e rifulge, e riluce, che onore!

abbaglia, e rischiara, e albeggia all’esterno,

rosseggia, ammalia, incanta senza posa,

stordisce, rapisce, strega all’interno!

E ancora, e ancora, e ancora non si riposa,

continua a darmi forza descrittiva,

scuote da dentro, lucentezza gloriosa;risplendi, ti muovi, argentea, sei viva,

e riluci pur dorata, tu! ancora,ancor senza fine!…

e lascia che scriva:fiammeggi, irradi, irraggi la tua aurora,

luccichi, sfavilli, sfolgori inquieta,

tutto il mondo mio è lì! si colora!…

Ci vede tutto questo il mio poeta;

eppure, tu… non stai facendo niente,

se non darmi l’onor della tua lieta,

lietissima vista, beata lente!

fulgido lume di ogni brillantezza…

Tu, ebbene tu, tu, tutta e semplicemente,

mi dai animo, animo e contentezza,

con un gesto solo guardi e mi prendi:

come fai in così poco? che bellezza!

Sei scossa elettrica, perché mi accendi,

tramonto estatico, perché rosseggi,

luce amica dell’alba, perché splendi;

sei fuoco fatuo anche, perché fiammeggi,

e tutto insieme, perché qui risplendi;

insomma: sei il Sole! perché troneggi!

Tu sei tutto questo e pur non t’arrendi,

mi doni tutto questo in un secondo

ogni secondo che guardi e m’incendi.

Grazie mille di essere in questo mondo,

grazie dell’onore della tua vista,

che quando mi chiama ratto rispondo,

e più mi eleva quanto più s’acquista!

La folla di studenti

di Francesca Insogna e Francesca Paoli

Dopo il tragico crollo della stazione ferroviaria di Novi Sad, migliaia di studenti serbi si sono messi in marcia da Belgrado per chiedere giustizia e trasparenza. Da un’indignazione locale a un movimento senza precedenti dal 1968: la Serbia è a un bivio storico.

Una folla di studenti giovani serbi marciano di giovedì assieme fino a Novi Sad da Belgrado. Si sono allecciati le scarpe da ginnastica quella mattina, hanno salutato i loro cari e sono usciti dalle proprie case, carichi di zaini e striscioni. Hanno camminato per 75,7 chilometri, con le gambe indolenzite e le vesciche ai piedi. A Stara Pazova, una città lungo il percorso, dei residenti sono accorsi per dare ai manifestanti bevande, coperte ed incoraggiandoli, applaudendo. Due giorni di marcia per arrivare a Novi Sad, una città del nord sulle sponde del fiume Danubio, la metà. Città capoluogo della Voivodina e seconda città della Serbia per importanza. Sconosciuta dal mondo fino al drammatico incidente che ha riempito così tanto di risentimento i serbi, da provocare sabato un blocco di 24 ore sulla viabilità dei suoi ponti. Alcuni osservatori hanno definito queste manifestazioni come “il più grande movimento guidato da studenti in Europa dal 1968”.Ma andiamo per ordine. A Novi Sad il 1° novembre un crollo della pensilina della stazione ferroviaria della città ha causato 15 morti e due feriti gravi. Un incidente spiacevole. Ma la particolarità di questo incidente, però, risiede nella triste gestione storica degli appalti edilizi del governo. La stazione di Novi Sad, costruita nel 1964, era stata recentemente ristrutturata grazie ai fondi ottenuti dalla Cina nell’ambito della “Belt and Road Initiative”, la nuova Via della Seta. I lavori di ricostruzione della ferrovia e della stazione sono stati affidati al consorzio di ditte cinesi composto dalla Chinese Railway International Company (CRIC) e la Chinese Communications Construction Company (CCCC) e, in base a quanto sta emergendo, subappaltati ad una ditta locale. La supervisione dei lavori era stata invece affidata ad una ditta ungherese. Il consorzio cinese subito dopo il crollo ha spiegato che la ricostruzione della tettoia non rientrava nei lavori che erano stati affidati loro, versione però smentita dall’ingegnere Zoran Đajić, che fino a marzo 2023 aveva lavorato come consulente al cantiere e aveva consigliato proprio degli interventi sulla tettoia in questione.La vicenda, dunque, ha subito scatenato reazioni forti da parte della popolazione. Gli attivisti accusano il governo del presidente Vucic aver peccato di corruzione per la ristrutturazione dell’edificio. A Belgrado cittadini ed esponenti dell’opposizione si sono dati appuntamento lunedì 11 novembre per chiedere le dimissioni di Vučević e del sindaco di Novi Sad, Milan Đurić. Da più di due mesi decine di facoltà universitarie in Serbia (almeno 85, secondo i giornali locali) sono occupate dagli studenti che protestano contro il governo. Inizialmente le manifestazioni portavano quattro richieste: che fosse pubblica tutta la pubblicazione dei documenti relativi alla ristrutturazione della stazione di Novi Sad, che sono stati prontamente secretati dall’amministrazione di Vučić, presidente della Serbia. Ma col passare del tempo e delle manifestazioni acefale, si aggiunsero anche richieste come: l’incriminazione delle persone accusate di aver attaccato professori e studenti durante le proteste, l’annullamento delle accuse nei confronti degli studenti arrestati nelle proteste e l’aumento dei fondi per l’istruzione. Rispetto alle proteste degli anni passati, le proteste hanno avuto un’innovazione organizzativa da una parte e grande supporto da parte della popolazione. Infatti, tutte le decisioni relative alle manifestazioni vengono prese nelle facoltà universitarie occupate durante i plenum, assemblee che si riuniscono quotidianamente e che funzionano seguendo i principi della democrazia diretta. Di fatto, dunque, esse non hanno un demagogo che guidi le manifestazioni. Ricordiamo che in Serbia il presidente, capo del Partito Progressista Serbo (SNS), Aleksandar Vučić è stato Primo Ministro dal 2014 ad oggi, succedendo a Ivica Dačić, che ha ricoperto la carica dal 2012 al 2014. Il 5 novembre il Ministro delle costruzioni, dei trasporti e delle infrastrutture, Goran Vesić, si è dimesso, forse sotto le pressioni del presidente, decretando però che la maggior parte delle decisioni prese dal suo dicastero precedevano il suo mandato e che il Ministero aveva il compito unico di finanziare l’opera.Da canto suo, il presidente Vučić ha dichiarato che i contratti con le due società cinesi responsabili dei lavori sono vincolati da “accordi segreti” e poi, vedendo che le manifestazioni non si sono placate, ha tentato di scaricare la colpa sul governo precedente, reo di aver concluso un accordo con la Cina che includesse clausole di riservatezza una quindicina di anni prima. Alla fine, anche il suo primo ministro Miloš Vučević si è dimesso, dopo che i subbugli cittadini a fine anno 2024 erano diventate proprio proteste anticorruzione. Oggi sono passati più di tre mesi dall’incidente, eppure ancora la gente manifesta. La causa però oggi non è più una, ma sono molte. Corruzione. Tenore di vita insostenibile. Una democrazia rappresentativa che sta fallendo. Ormai pare che non importi più delle dimissioni del sindaco di Novi Sad, la gente che è in strada manifesta per un cambiamento. Dove per anni, la libertà individuale in Serbia ha vissuto dure repressioni, oggi si spera di creare una nuova strada, ma solo il futuro ci potrà confermare da che parte penderà un domani la Serbia.

Chi vincerà l’Oscar per il miglior film internazionale? Ecco i cinque candidati

Di Veronica Neulichedl

Emilia Pérez

“Emilia Pérez” è uno dei film più dibattuti degli Oscar, con ben 13 candidature al suo attivo. Amato e odiato allo stesso tempo, racconta la storia di una persona transgender messicana costretta a nascondere la propria identità persino alla sua stessa famiglia. Al suo fianco c’è Rita, interpretata da Zoe Saldana, l’avvocatessa che tutte vorremmo nella nostra vita, in grado di risolvere ogni intruglio e di donare ordine al caos.Ma perché il film scatena tanta avversione? Le critiche non riguardano esclusivamente la regia di Jacques Audiard o le idee espresse da Karla Sofía Gascón, ma anche i numerosi stereotipi che lo permeano. Tanto da spingere la regista transgender messicana Camila Aurora a creare la parodia “Johanne Sacrebleu”. La domanda sorge spontanea: cosa ne pensano davvero i messicani di “Emilia Pérez”? Da un lato, il film è stato girato quasi interamente in Francia, una pratica non rara nella storia del cinema, ma che qui assume un sapore amaro. Dall’altro, gli attori, non essendo messicani, non parlano lo spagnolo locale, contribuendo ad una falsificazione culturale. Il tutto è aggravato da una ghettizzazione degli uomini e dalla loro rappresentazione cliché con baffi e cappello.E la comunità LGBTQIA+? Amelia Hansford, giornalista e attivista per PinkNews, ha commentato: “È una sceneggiatura così estranea al processo di transizione di una donna trans, eppure spiattella falsità con una convinzione così audace da far pensare che lo stesso Audiard si sia sottoposto a 500 interventi di conferma del genere in una sola seduta.”

La ragazza con l’ago

Passiamo a “La ragazza con l’ago”, il film meno discusso in Italia, distribuito da MUBI e presentato al Noir In Festival 2024, Concorso Internazionale di Milano. Thriller storico in bianco e nero, racconta la vita di una giovane operaia nel turbinio post-bellico di Copenaghen.Un vero slow burn: attraverso scene agghiaccianti crudelmente realistiche, trasmette un senso di terrore che ricorda titoli come The Subastante e Mother!. Magnus von Horn dirige con mano ferma, mettendo a nudo il lato più oscuro della maternità, intrappolata tra miseria e colpa. Il film richiama il dibattito sull’assenza del diritto all’aborto e sulla realtà di diventare madre durante un periodo storico delicato.La sceneggiatura si ispira alla drammatica vicenda di Dagmar Johanne Amalie Overbye, donna che, in un gesto estremo, uccise quasi 25 bambini destinati, a suo dire, a famiglie ricche pronte ad adottarli. A tratti, la protagonista, intrepretata da Vic Carmen Sonne sembra priva di carattere. Ma non si tratta di un vuoto narrativo, bensì rappresenta la resa di una persona che, pur avendo poco da perdere, lotta disperatamente per un motivo per vivere. Il thriller non nasce da un nemico preciso, dunque non esclusivamente da Dagmar, bensì dalla sua stessa esistenza, che sembra remarle contro sin dalla prima scena, quando viene sfrattata dal suo appartamento.Un film che non romanticizza il personaggio, anzi lo esplicita. Senza tatto. “Si tratta di dilemmi morali, rimpianti e decisioni complesse che dobbiamo affrontare,” spiega il regista, che ha attinto dalle sue esperienze personali per costruire la storia. Girato in bianco e nero, il film crea un’atmosfera senza tempo, con una fotografia che sfuma il confine tra realtà e fantasia.

Flow

Flow è un film d’animazione on the road che richiama l’immaginario dell’arca di Noè, sostituendo il linguaggio umano con quello degli animali. Ritmo e montaggio creano un’atmosfera quasi da videogioco, immergendo lo spettatore in una natura paradisiaca e mistica. “Un’esperienza immersiva”, descrive il regista Gints Zilbalodis. “Quasi tutti i film d’animazione nascono da storyboard disegnati a mano. Io, invece, lavoro direttamente in 3D: prima creo l’ambiente, poi inserisco i personaggi e uso una fotocamera virtuale. È un approccio simile al cinema live-action.”Sorprendono i riferimenti storici: statue di gatti, templi abbandonati, un universo nuovo con una palette cromatica unica. Senza antropomorfizzare gli animali, “Flow” celebra la natura ed i valori come l’amicizia, non tra gatti, ma tra specie radicalmente diverse.Gints Zilbalodis affronta anche il tema del cambiamento climatico, trasformando l’inondazione nell’antagonista della storia. Dove il protagonista, un gatto nero che dunque odia l’acqua, dovrà imparare a conviverci per poter sopravvivere.Un fatto notevole è che si tratta del primo film lettone a sfidare gli Oscar, candidato sia come miglior film internazionale sia come miglior film d’animazione.

Io sono ancora qui

“È incredibile come Eunice Paiva sia quasi una traduzione del nostro paese,” dichiara Fernanda Torres in un’intervista. “Io sono ancora qui” non racconta solo la lotta contro il regime, ma anche la trasformazione di una casalinga anni ’50 che, dopo il rapimento del marito, diventa avvocatessa per i diritti umani e partecipa alla stesura della costituzione, mentre cerca di tenere insieme la sua famiglia.Il film di Walter Salles, a 12 anni dalla sua ultima opera, arriva agli Oscar con più di una candidatura: miglior film e miglior attrice. Già presentato alla Mostra del cinema di Venezia del 2024, in un luogo in cui, già nel 2002, ottenne il piccolo Leone d’Oro con la sua opera “Disperato aprile”.Impostazione classica, immagini che raccontano senza mediazioni. Un film di grande rilevanza, non solo per il Brasile, ma per il mondo intero. Basato su una storia vera, riflette in modo originale sulla brutalità della dittatura brasiliana e sul potere distruttivo di un regime oppressivo. “Sconvolgere la vita di un’intera famiglia solo perché qualcuno si arroga il diritto di farlo è assurdo. Siamo tutti intimamente legati a questo film,” afferma la produttrice Daniela Thomas.

Il seme del fico sacro

Presentato in anteprima a Cannes 2024, dove ha vinto il Premio Speciale della Giuria, ora candidato agli Oscar come miglior film straniero. E’ una co-produzione iraniano-franco-tedesca, che racconta una ribellione al regime insinuabile fin dentro le mura domestiche. Inizialmente la casa sembra un rifugio sicuro. Poi la sparizione di una pistola introduce un nuovo pericolo.Iman, il padre (Misagh Zare), lavora in tribunale, eseguendo condanne a morte, in conflitto con i valori delle figlie Rezvan (Mahsa Rostami) e Sana (Setareh Maleki). -“Non come padre, ma come esperto del sistema da vent’anni… non credi che io sappia meglio di te cosa succede?”- “No, tu no, perché ci sei dentro”, ribatte la figlia Rezvan. Il regista Mohammad Rasoulof conosce il sistema giudiziario iraniano sulla propria pelle poiché processato e incarcerato più volte, ha girato il film clandestinamente. Difatti nel gennaio 2024, a riprese quasi concluse, è stato condannato a otto anni di carcere, grazie ai suoi legali è riuscito a concludere le riprese. Per poi successivamente, non appena due ore prima che la sentenza diventasse esecutiva, riuscire a trasferire il film all’estero.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén