di Carolina Maccione
Lucia percepiva la felicità nello stomaco, da sempre. Quelle “farfalle dell’innamoramento” incredibili, che fanno vivere i colori anche quando si osserva una foto in bianco e nero, le sentiva da prima dell’amore romantico. La sua era apparenza viscerale nei confronti della vita, anche quando la vita era complicata. Lucia amava, senza freni ma con dignità.
E Res aveva sempre visto questa cosa, dal primo giorno. Da quando aveva notato i suoi occhi dolci ma stanchi. Stanchi perché quel mondo era troppo crudele per una donna come lei.Lucia credeva profondamente nella terra, ma gli uomini e le donne che la popolavano puntualmente finivano per deluderla durante il telegiornale. Res, dal canto suo, la sentiva sempre borbottare dalla stanza affianco, dove si trovava la sala da pranzo.Per lui era impensabile poter provare tutte quelle sensazioni incredibili da umani e sputarci sopra con la guerra e la crudeltà.
La verità che Res ignorava, risiedeva ancora una volta nella fragilità che caratterizzava non solo gli uomini, ma l’equilibrio stesso del mondo. A volte la felicità per essere percepita come tale, deve essere accompagnata dal dolore.Ma alcuni dolori sono troppo grandi per viverli come pura legge di compensazione.(3 anni dopo…)«Non mi va di andare a scuola!»Lucia con lo zaino di Aurora stretto in mano da una bretella, sembrava sull’orlo di una crisi di nervi.«Io devo andare a lavoro.
E tu devi andare a scuola.»«Ma io non voglio andarci.»La bambina incrociò le braccia al petto, un gesto familiare sia a Lucia che Res. Aurora era la fotocopia del padre. Nella testardaggine soprattutto.«Ah si? E perché?»Sbottò a quel punto la donna.«Non voglio! Papà rimane a casa e voglio rimanerci anche io.»«Tuo padre è… in ferie.»«E io voglio stare in ferie dalla scuola.» Aurora cominciava ad agitarsi, ma i suoi non erano puri e semplici capricci. Aveva 7 anni ed era pur sempre una bambina, ma non era stupida.« Ma tu ami la scuola.»
Disse esasperata Lucia, posando lo zainetto a terra.«Amo di più papà.»Lucia alzò le sopracciglia. Confusione che si dissolveva improvvisamente dentro un’altra sensazione: il terrore.«Perché dici questo?»La piccola lo disse tutto insieme, come parole vomitate e lacrime agli occhi che non sapeva controllare: «Perché non ride più. Magari se resto ride di nuovo…»La verità è che l’amore a volta è più forte della felicità o dell’essere realisti.Aurora amava suo papà più della scuola, che era un luogo che la rendeva felice.E Davide e Lucia amavano Aurora al punto da credere di essere riusciti a proteggerla dalla realtà.
Ma, la verità , prima o poi bussa alle porte delle case e ti ricorda, spesso in modo poco gradevole, che esiste. Questo l’aveva capito anche Res.Lui, che una volta aveva sentito dire che gli uomini non piangono. Ma che avrebbe saputo descrivere alla perfezione la tristezza asciutta delle lacrime trattenute da Davide.Quando Lucia era a lavoro e Aurora a scuola Davide aveva l’abitudine di entrare in camera di sua figlia per leggere, almeno da quando lo avevano licenziato.
E lì, lontano da occhi indiscreti, Davide poteva vivere storie diverse dalla sua. Storie talvolta leggere, altre meno. Ed era proprio tramite queste ultime che Res lo aveva visto cambiare a poco a poco e aveva imparato a conoscere la sua anima. Perché l’uomo leggeva a voce alta, quasi recitando i dialoghi.Recitava la calma e la gioia e riviveva tramite l’arte delle parole scritte la pesantezza.
Che poi, Res lo aveva capito, a volte serve prendersi sul serio.Tanto quando serve ritornare a respirare nel prendersi in giro.La felicità del lampadario a forma di delfino, da due mesi a questa parte, era la purissima e devastante consapevolezza che non si può sempre sopravvivere per vivere la felicità e a volte va bene così.A volte serve solo galleggiare e sperare di non allontanarci troppo.Poi il resto, viene da sé.
