Di Chiara Pascucci
Nel panorama dei numerosi ritratti interpretati da Alberto Sordi intorno agli anni ‘50, quasi sempre si dimentica di citare una deliziosa commedia che ancora una volta utilizza il cinico sguardo della commedia all’italiana, per descrivere le ipocrisie del nuovo costume italiano. Con il soggetto di Ettore Maria Margadonna e Luciana Corda, e la sceneggiatura di Margadonna, Corda, Oreste Biancoli, Rodolfo Sonego e Vincenzo Talarico, Il Moralista (Giorgio Bianchi, 1959) narra le vicende del giovane Agostino, interpretato da Alberto Sordi, segretario generale dell’ente privato OIMP (Organizzazione Internazionale della Moralità Pubblica). Egli si occupa di salvaguardare la moralità in ogni ambito della società italiana: dal cinema, alla pubblicità, passando per i locali pubblici. Capo supremo dell’organizzazione è il presidente, interpretato da un magnifico Vittorio De Sica.
Il film inizia con il povero Giovanni, interpretato da Franco Fabrizi, che vede il suo locale chiudere a causa di una raccolta firme che ne denuncia attività illecite e di dubbio costume. Cercando di affermare la sua innocenza, la polizia lo indirizza verso il segretario generale dell’OIMP, che per il suo carattere integerrimo, è causa di numerose censure e chiusure.
Quando il film si sposta nel palazzo della sacra moralità, luogo di lavoro di Agostino, ancora non riusciamo a vederlo, ma percepiamo subito il suo timbro potente attraverso gli altoparlanti, mentre recita con ardore un discorso incentrato sulla sua missione personale di salvaguardare la moralità ormai perduta del paese. Quasi una voce divina da giudizio universale.
È necessario però cercare di comprendere il periodo storico in cui il film si colloca: alle soglie del boom economico, l’Italia muta profondamente il proprio costume, soprattutto a livello sessuale. Il dilagare dei night club e della vita notturna, e la ricerca della dolce vita di stampo americano si scontra con la morale tradizionalista e cattolica tipicamente italiana.
Lo scontro non si misura soltanto nello sviluppo della trama, ma nel personaggio stesso interpretato da Sordi.
Quando incontriamo per la prima volta Sordi nei panni di Agostino, ci troviamo di fronte ad un personaggio profondamente caricaturale: gli occhiali tondi, i capelli pettinati all’indietro a scoprirgli la fronte, la postura rigida, gli occhi sbarrati, quasi allucinati, la voce a tratti stridula. Si pensa in realtà che il personaggio fosse ispirato alla figura reale di Agostino Greggi, deputato democristiano di formazione salesiana, noto all’epoca per una causa intentata contro la locandina di un film con Brigitte Bardot. Passò anche alla storia come colui che chiuse il famoso locale Piper a Roma, accusato di essere luogo di corruzione giovanile.
Il film in questo modo è a tutti gli effetti una vendetta contro la censura di quegli anni.
All’inizio della pellicola il personaggio appare profondamente grottesco per il modo in cui egregiamente svolge il suo lavoro; Agostino addirittura si guadagna la stima del presidente, che definendolo un puro, lo vorrebbe a tutti i costi come pretendente di sua figlia Virginia, una divertentissima Franca Valeri nei panni di una giovane donna che cerca di mostrarsi disinibita.
Qualcosa però non torna nel moralista; la lezione della commedia all’italiana infatti ci insegna che il personaggio non è mai nel modo in cui il titolo lo definisce.
In questo caso accorre in maniera dirompente la capacità mimetica di Alberto Sordi; egli infatti mescola alla sua postura rigida e sguardo allucinato, momenti sottili in cui la sua romanità gestuale e parlata irrompe, cercando poi di riequilibrarla con l’utilizzo di tic nervosi. Ciò comunica allo spettatore una doppiezza quasi perturbante. È come se in esso convivessero due anime, che attraverso piccoli cenni, facessero vacillare nello spettatore l’idea costruita intorno al personaggio. Ma non è un caso, perché il moralista in realtà altro non è che un losco individuo coinvolto nella tratta delle bianche e in giri di prostituzione.
Il film quindi, attraverso il linguaggio della commedia, tratta temi profondamente seri e disturbanti; e tutto si gioca sull’interpretazione di Sordi che, a livello attoriale, è conosciuto proprio per la sua capacità di costruire il personaggio sulla base di una performance fisica, che è parte integrante della maschera dei suoi personaggi.
In questo caso il gioco della maschera di Agostino è svelato nella negazione di essa.
È proprio quando la rigidità del moralista viene negata con la fisicità, che Alberto Sordi opera la sua critica sul personaggio e ne svela i tratti più oscuri.
La maschera svela la doppiezza dell’animo umano, se non proprio la costruzione della performance sociologica che ognuno di noi opera di fronte all’altro.
Quando infatti il film rivela la vera natura di Agostino, Sordi cambia volto: la postura è morbida, quasi sbilanciata, lo sguardo è vacuo, i capelli sono spettinati e la dizione si modifica nella sua romanità vorace. Il moralista altro non era che un attore, che indossando i suoi occhiali (che infatti sono spariti) insieme alla sua segreteria complice, operava una vera e propria trasformazione di copertura.
È così quindi che la commedia denuncia l’ipocrisia di un paese che sceglie a parole la legge della tradizione di fronte al cambiamento sociale, per poi cederne in segreto alle tentazioni.
La commedia all’italiana ancora una volta conferma il suo sguardo profondamente lucido sulle trasformazioni in atto, rendendo il dispositivo cinematografico uno strumento preziosissimo di analisi sociale.