di Francesca Insogna

Una bandiera a strisce bianche e rosse che sventola sullo sfondo di milioni di film: da Rocky a Il Padrino, da Taxi Driver a Il mago di Oz, fino ad arrivare a blockbuster moderni come Avatar e l’universo Marvel. Sono i colori di Captain America, il simbolo di un’industria cinematografica che ha plasmato l’immaginario collettivo globale. Ma ora, proprio da quella stessa America, arriva una scossa. Domenica 4 maggio, il presidente Donald Trump ha annunciato sui social la sua intenzione di introdurre una tassa del 100% sui film stranieri. Il motivo? “Salvare l’industria cinematografica statunitense da una morte rapida”, ha scritto. Negli ultimi anni, infatti, gli studios americani hanno sempre più spesso scelto di girare all’estero, attratti da incentivi fiscali e location esotiche. Ma con i nuovi dazi, persino Hollywood potrebbe vacillare. La storia dei dazi, però come sappiamo, non è iniziata il 4 Maggio, ma il mese prima, esattamente dal 2 Aprile, da Trump ribattezzato il “Liberation Day”. Il Neopresidente degli Stati Uniti giunge su un padio con ‘il Chart’, la grande Carta, la sua Carta, dove vengono elencati i dazi, che il suo gabinetto ha imposto. Trump sorride e scherza con il pubblico, mentre legge la lista dei peggiori trasgressori in ambito commerciale, a cui toccheranno guai d’ora in poi. Ma cosa sono esattamente questi strumenti di cui Trump si fa sempre più portavoce? Per comprenderlo, partiamo dalla definizione stessa di dazio.Nella definizione fornita dalla Treccani, il dazio è un’”imposta indiretta sui consumi che colpisce la circolazione dei beni. Si applica a prodotti che attraversano i confini tra Stati (dazio esterno). I dazi possono essere d’importazione, i più rilevanti in termini finanziari, e dazi d’esportazione. Nella maggior parte dei casi, il dazio è calcolato come una percentuale del valore della merce importata, e viene applicato al momento dell’ingresso nel territorio doganale del paese di destinazione.”Questi strumenti, una volta confinati ai confini fisici tra Stati, che in passato, per noi italiani, si stagliavano tra le cime degli alberi delle alpi italiana e quelle delle alpi francesi. Oggi si muovono in un panorama economico globale sempre più complesso, frammentato di attori economici globali, che operano su diversi ‘oceani’ di interessi. Alcuni Paesi si aggregano in grandi alleanze come l’Unione Europea, altri emergono come potenze inedite, come i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica). A questi si affiancano le nuove economie africane, le Tigri asiatiche, le nazioni del Golfo con le loro strategie energetiche, il Sud America (in fase di trasformazione) ed i buoni tre vicini, i cui rapporti commerciali hanno fatto molto parlare ultimamente: Messico, USA e Canada. Dal punto di vista economico, essi sono parte integrante della politica dei paesi proprio per la loro natura economica: l’applicazione su beni importati nel paese di destinazione va a delimitare la scelta dei prodotti a cui i consumatori locali possono accedere. Questo comporta una deviazione nei comportamenti di compravendita tra i consumatori del paese di destinazione e genera reazioni a catena anche nel paese di esportazione. Ecco perché le misure annunciate da Trump non sono semplici gesti simbolici, ma decisioni con profonde ricadute economiche.La tassa può colpire prodotti esteri con elasticità rigida, ossia beni essenziali o molto preferiti dai consumatori locali: in questo caso, il sovrapprezzo verrebbe assorbito dai consumatori, generando entrate per lo Stato. Al contrario, se i beni sono caratterizzati da un’elevata elasticità della domanda, anche una lieve variazione di prezzo potrebbe ridurre drasticamente le vendite, costringendo il produttore a compensare la perdita attraverso tagli ai costi in altre aree della produzione o distribuzione. Il dazio, infine, si applica in percentuale sul valore della merce (dazio ad valorem), oppure come importo fisso per unità (dazio specifico), o ancora come una combinazione dei due.Come rileva Petrucci (1995), in un modello a cambi fissi l’imposizione di un dazio ha effetti recessivi: riduce occupazione, produzione e consumo, poiché l’effetto di sostituzione (più tempo libero, meno lavoro) prevale su quello di reddito. Tuttavia, un possibile effetto positivo è l’aumento dello stock di moneta nazionale, dovuto alla riduzione delle importazioni e quindi dei flussi di valuta in uscita.A livello storico, abbiamo sempre fatto uso dei dazi in diversi momenti della nostra storia: tra Comuni, Stati e Imperi. Del resto, non si tratta di una novità neppure per gli Stati Uniti. Una storia già vista: USA contro GiapponeNegli anni ’90, una delle dispute commerciali più celebri riguardò proprio i dazi nel settore automobilistico. Al centro della contesa ci furono USA e Giappone. Nonostante, infatti, negli anni ’80 la Toyota producesse oltre 800 veicoli all’ora grazie a una rete di impianti altamente efficienti, l’economia giapponese conobbe un brusco rallentamento durante la cosiddetta “Lost Decade”, con una crescita media del PIL dell’1,3%.Nel 1995, però gli Stati Uniti minacciarono dazi fino al 100% su 13 modelli di auto di lusso giapponesi, accusando il Giappone di imporre barriere non tariffarie all’accesso di prodotti americani. All’epoca gli US portavano ancora avanti un liberalismo globale basato sul libero scambio e liberalizzazione commerciale. Il Giappone reagì portando il caso (DS6) al WTO, ma la controversia fu risolta in sede diplomatica, senza procedere alla sentenza. Da allora, le regole dell’OMC prevedono che ogni Paese stabilisca una aliquota massima vincolata (“bound rate”) per categoria merceologica, superabile solo in casi eccezionali.Quali furono i risultati di questa battaglia dei dazi? Il Giappone rimane uno dei maggiori produttori ed esportatori di automobili al mondo. Allo stesso tempo quelle stesse politiche economiche hanno cambiato l’industria di oggi degli americani, spingendo le case automobilistiche americane (Ford, GM, Chrysler) a reagire investendo in SUV e pick-up, molto grandi e per questo popolari tra i consumatori statunitensi. In un articolo del 2001 pubblicato su The World Economy, Saadia Pekkanen aveva definito la recente strategia commerciale del Giappone come un “legalismo aggressivo”. È possibile che altri Paesi oggi adottino la stessa linea contro le nuove tariffe statunitensi. Che succede oggi? La mossa di Donald Trump è stata ampliamente criticata. Molti stati a seguito di un crash di Wall Street alla fine del mese di aprile hanno denunciato il presidente, seguendo lo slancio della California. Ecco perché la nuova ondata protezionista lanciata nel 2025 ha scatenato reazioni senza precedenti.Se l’obiettivo che Trump aveva proclamato nel Liberation Day fosse stato davvero quello di tornare ad essere ricchi, vediamo allora che le ultime azioni degli USA hanno abbattuto anni di sviluppo nell’espansione di un liberalismo sempre più privatista e de-regolarizzato in politica estera. Ricordiamo però che, fino al 15 aprile 2025, il debito pubblico lordo degli Stati Uniti ha raggiunto i 36,22 trilioni di dollari, pari a circa il 124% del PIL. Di questi, 8,96 trilioni di dollari sono detenuti dal ‘pubblico’, ovvero i titoli del Tesoro sono in possesso di investitori esterni, ed il restante 7,26 trilioni di dollari è in mano a fondi fiduciari federali. Esperti finanziari, come Howard Marks di Oaktree Capital, avvertono che l’espansione del debito, combinata con politiche fiscali aggressive e guerre commerciali, potrebbe compromettere la fiducia degli investitori internazionali, invece che arricchire la nazione. Questo scenario potrebbe portare a un aumento dei tassi di interesse e a una maggiore difficoltà nel finanziare il debito futuro degli US.Ma con quale logica sono state stabilite queste nuove tariffe? Gli Stati Uniti hanno adottato una formula: i dazi sono stati calcolati sulla base della bilancia commerciale, ovvero la differenza tra import ed export che gli USA hanno con gli altri stati del mondo, divisa poi a metà. In altre parole: (disavanzo commerciale USA con il paese di riferimento) ÷ (importazioni USA da quel paese) ÷ 2 = tasso del dazio. Applicando questa formula alla Cambogia, si è ottenuto un dazio del 49%, uno dei più alti tra i paesi colpiti. Tra i paesi più colpiti, però, spiccano due giganti dell’economia globale, che non hanno tardato a reagire: la Cina e l’Unione Europea.Il 4 aprile 2025, la Cina ha presentato un reclamo formale presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), sostenendo che i dazi imposti dagli Stati Uniti violano le regole dell’OMC. L’imposizione di dazi statunitensi fino al 145% sulle importazioni cinesi avrà un impatto significativo sull’economia della Cina nel 2025. Questo reclamo ha dato avvio alla procedura di risoluzione delle controversie, che inizia con un periodo di consultazione di 60 giorni. Quali regole WTO sono state presumibilmente violate? In primis, la clausola della Nazione più favorita (MFN). Secondo questa regola, ogni membro del WTO deve applicare le stesse tariffe a tutti gli altri membri. I dazi “reciproci” degli Stati Uniti, che variano da paese a paese, infrangono questo principio di non discriminazione. Gli Stati Uniti, in aggiunta, hanno concordato limiti massimi (bound rates) per le tariffe su specifici prodotti. L’imposizione di dazi superiori a questi limiti, come quelli fino al 145% su beni cinesi, viola tali impegni.A casa, Germania e Italia sono i Paesi che verrebbero dalle stime più colpiti, rispettivamente per 34 e 14 miliardi di euro. Nel “Rapporto Catene di fornitura tra nuova globalizzazione e autonomia strategica” del Centro Studi Confindustria, i settori più penalizzati sarebbero i macchinari (3,43 miliardi), le automobili (2,55 miliardi) e la farmaceutica (1,58 miliardi), seguiti da agroalimentare (1,34 miliardi) e moda (1,16 miliardi). Ed da oggi anche i film. La formula trumpista di dazio semplifica eccessivamente le complesse dinamiche commerciali, ignorando fattori come la domanda dei consumatori e le catene di approvvigionamento globali.Questi dazi che effetto producono?La formula trumpista di dazio semplifica eccessivamente le complesse dinamiche commerciali, ignorando fattori come la domanda dei consumatori e le catene di approvvigionamento globali. Se le ritorsioni commerciali fanno aumentare i costi, chi ci guadagna è in primis lo Stato, e in secudins, come abbiamo dimostrato nel caso del Giappone, anche le aziende nazionali, se sono già avviate e politicamente sostenute.Ma come faranno ora le agenzie statunitensi a crescere, dopo aver deregolamentato e delocalizzato interamente la propria catena di produzione? Lo scopriranno molto presto — e forse, nel modo più duro.In un mondo sempre più interdipendente, il ritorno aggressivo dei dazi rischia di trasformare ogni decisione economica in un atto politico. E come dimostrano i numeri, il costo non ricade solo sui governi, ma su industrie e consumatori in ogni angolo del pianeta. Se Trump farà marcia indietro, non possiamo prevederlo; ciò che è certo, però, è che dopo anni di accordi bilaterali e promesse di un mercato davvero globale, quell’ideale ha sUna bandiera a strisce bianche e rosse che sventola sullo sfondo di milioni di film: da Rocky a Il Padrino, da Taxi Driver a Il mago di Oz, fino ad arrivare a blockbuster moderni come Avatar e l’universo Marvel. Sono i colori di Captain America, il simbolo di un’industria cinematografica che ha plasmato l’immaginario collettivo globale. Ma ora, proprio da quella stessa America, arriva una scossa. Domenica 4 maggio, il presidente Donald Trump ha annunciato sui social la sua intenzione di introdurre una tassa del 100% sui film stranieri. Il motivo? “Salvare l’industria cinematografica statunitense da una morte rapida”, ha scritto. Negli ultimi anni, infatti, gli studios americani hanno sempre più spesso scelto di girare all’estero, attratti da incentivi fiscali e location esotiche. Ma con i nuovi dazi, persino Hollywood potrebbe vacillare. La storia dei dazi, però come sappiamo, non è iniziata il 4 Maggio, ma il mese prima, esattamente dal 2 Aprile, da Trump ribattezzato il “Liberation Day”. Il Neopresidente degli Stati Uniti giunge su un padio con ‘il Chart’, la grande Carta, la sua Carta, dove vengono elencati i dazi, che il suo gabinetto ha imposto. Trump sorride e scherza con il pubblico, mentre legge la lista dei peggiori trasgressori in ambito commerciale, a cui toccheranno guai d’ora in poi. Ma cosa sono esattamente questi strumenti di cui Trump si fa sempre più portavoce? Per comprenderlo, partiamo dalla definizione stessa di dazio.Nella definizione fornita dalla Treccani, il dazio è un’”imposta indiretta sui consumi che colpisce la circolazione dei beni. Si applica a prodotti che attraversano i confini tra Stati (dazio esterno). I dazi possono essere d’importazione, i più rilevanti in termini finanziari, e dazi d’esportazione. Nella maggior parte dei casi, il dazio è calcolato come una percentuale del valore della merce importata, e viene applicato al momento dell’ingresso nel territorio doganale del paese di destinazione.”Questi strumenti, una volta confinati ai confini fisici tra Stati, che in passato, per noi italiani, si stagliavano tra le cime degli alberi delle alpi italiana e quelle delle alpi francesi. Oggi si muovono in un panorama economico globale sempre più complesso, frammentato di attori economici globali, che operano su diversi ‘oceani’ di interessi. Alcuni Paesi si aggregano in grandi alleanze come l’Unione Europea, altri emergono come potenze inedite, come i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica). A questi si affiancano le nuove economie africane, le Tigri asiatiche, le nazioni del Golfo con le loro strategie energetiche, il Sud America (in fase di trasformazione) ed i buoni tre vicini, i cui rapporti commerciali hanno fatto molto parlare ultimamente: Messico, USA e Canada. Dal punto di vista economico, essi sono parte integrante della politica dei paesi proprio per la loro natura economica: l’applicazione su beni importati nel paese di destinazione va a delimitare la scelta dei prodotti a cui i consumatori locali possono accedere. Questo comporta una deviazione nei comportamenti di compravendita tra i consumatori del paese di destinazione e genera reazioni a catena anche nel paese di esportazione. Ecco perché le misure annunciate da Trump non sono semplici gesti simbolici, ma decisioni con profonde ricadute economiche.La tassa può colpire prodotti esteri con elasticità rigida, ossia beni essenziali o molto preferiti dai consumatori locali: in questo caso, il sovrapprezzo verrebbe assorbito dai consumatori, generando entrate per lo Stato. Al contrario, se i beni sono caratterizzati da un’elevata elasticità della domanda, anche una lieve variazione di prezzo potrebbe ridurre drasticamente le vendite, costringendo il produttore a compensare la perdita attraverso tagli ai costi in altre aree della produzione o distribuzione. Il dazio, infine, si applica in percentuale sul valore della merce (dazio ad valorem), oppure come importo fisso per unità (dazio specifico), o ancora come una combinazione dei due.Come rileva Petrucci (1995), in un modello a cambi fissi l’imposizione di un dazio ha effetti recessivi: riduce occupazione, produzione e consumo, poiché l’effetto di sostituzione (più tempo libero, meno lavoro) prevale su quello di reddito. Tuttavia, un possibile effetto positivo è l’aumento dello stock di moneta nazionale, dovuto alla riduzione delle importazioni e quindi dei flussi di valuta in uscita.A livello storico, abbiamo sempre fatto uso dei dazi in diversi momenti della nostra storia: tra Comuni, Stati e Imperi. Del resto, non si tratta di una novità neppure per gli Stati Uniti. Una storia già vista: USA contro GiapponeNegli anni ’90, una delle dispute commerciali più celebri riguardò proprio i dazi nel settore automobilistico. Al centro della contesa ci furono USA e Giappone. Nonostante, infatti, negli anni ’80 la Toyota producesse oltre 800 veicoli all’ora grazie a una rete di impianti altamente efficienti, l’economia giapponese conobbe un brusco rallentamento durante la cosiddetta “Lost Decade”, con una crescita media del PIL dell’1,3%.Nel 1995, però gli Stati Uniti minacciarono dazi fino al 100% su 13 modelli di auto di lusso giapponesi, accusando il Giappone di imporre barriere non tariffarie all’accesso di prodotti americani. All’epoca gli US portavano ancora avanti un liberalismo globale basato sul libero scambio e liberalizzazione commerciale. Il Giappone reagì portando il caso (DS6) al WTO, ma la controversia fu risolta in sede diplomatica, senza procedere alla sentenza. Da allora, le regole dell’OMC prevedono che ogni Paese stabilisca una aliquota massima vincolata (“bound rate”) per categoria merceologica, superabile solo in casi eccezionali.Quali furono i risultati di questa battaglia dei dazi? Il Giappone rimane uno dei maggiori produttori ed esportatori di automobili al mondo. Allo stesso tempo quelle stesse politiche economiche hanno cambiato l’industria di oggi degli americani, spingendo le case automobilistiche americane (Ford, GM, Chrysler) a reagire investendo in SUV e pick-up, molto grandi e per questo popolari tra i consumatori statunitensi. In un articolo del 2001 pubblicato su The World Economy, Saadia Pekkanen aveva definito la recente strategia commerciale del Giappone come un “legalismo aggressivo”. È possibile che altri Paesi oggi adottino la stessa linea contro le nuove tariffe statunitensi. Che succede oggi? La mossa di Donald Trump è stata ampliamente criticata. Molti stati a seguito di un crash di Wall Street alla fine del mese di aprile hanno denunciato il presidente, seguendo lo slancio della California. Ecco perché la nuova ondata protezionista lanciata nel 2025 ha scatenato reazioni senza precedenti.Se l’obiettivo che Trump aveva proclamato nel Liberation Day fosse stato davvero quello di tornare ad essere ricchi, vediamo allora che le ultime azioni degli USA hanno abbattuto anni di sviluppo nell’espansione di un liberalismo sempre più privatista e de-regolarizzato in politica estera. Ricordiamo però che, fino al 15 aprile 2025, il debito pubblico lordo degli Stati Uniti ha raggiunto i 36,22 trilioni di dollari, pari a circa il 124% del PIL. Di questi, 8,96 trilioni di dollari sono detenuti dal ‘pubblico’, ovvero i titoli del Tesoro sono in possesso di investitori esterni, ed il restante 7,26 trilioni di dollari è in mano a fondi fiduciari federali. Esperti finanziari, come Howard Marks di Oaktree Capital, avvertono che l’espansione del debito, combinata con politiche fiscali aggressive e guerre commerciali, potrebbe compromettere la fiducia degli investitori internazionali, invece che arricchire la nazione. Questo scenario potrebbe portare a un aumento dei tassi di interesse e a una maggiore difficoltà nel finanziare il debito futuro degli US.Ma con quale logica sono state stabilite queste nuove tariffe? Gli Stati Uniti hanno adottato una formula: i dazi sono stati calcolati sulla base della bilancia commerciale, ovvero la differenza tra import ed export che gli USA hanno con gli altri stati del mondo, divisa poi a metà. In altre parole: (disavanzo commerciale USA con il paese di riferimento) ÷ (importazioni USA da quel paese) ÷ 2 = tasso del dazio. Applicando questa formula alla Cambogia, si è ottenuto un dazio del 49%, uno dei più alti tra i paesi colpiti. Tra i paesi più colpiti, però, spiccano due giganti dell’economia globale, che non hanno tardato a reagire: la Cina e l’Unione Europea.Il 4 aprile 2025, la Cina ha presentato un reclamo formale presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), sostenendo che i dazi imposti dagli Stati Uniti violano le regole dell’OMC. L’imposizione di dazi statunitensi fino al 145% sulle importazioni cinesi avrà un impatto significativo sull’economia della Cina nel 2025. Questo reclamo ha dato avvio alla procedura di risoluzione delle controversie, che inizia con un periodo di consultazione di 60 giorni. Quali regole WTO sono state presumibilmente violate? In primis, la clausola della Nazione più favorita (MFN). Secondo questa regola, ogni membro del WTO deve applicare le stesse tariffe a tutti gli altri membri. I dazi “reciproci” degli Stati Uniti, che variano da paese a paese, infrangono questo principio di non discriminazione. Gli Stati Uniti, in aggiunta, hanno concordato limiti massimi (bound rates) per le tariffe su specifici prodotti. L’imposizione di dazi superiori a questi limiti, come quelli fino al 145% su beni cinesi, viola tali impegni.A casa, Germania e Italia sono i Paesi che verrebbero dalle stime più colpiti, rispettivamente per 34 e 14 miliardi di euro. Nel “Rapporto Catene di fornitura tra nuova globalizzazione e autonomia strategica” del Centro Studi Confindustria, i settori più penalizzati sarebbero i macchinari (3,43 miliardi), le automobili (2,55 miliardi) e la farmaceutica (1,58 miliardi), seguiti da agroalimentare (1,34 miliardi) e moda (1,16 miliardi). Ed da oggi anche i film. La formula trumpista di dazio semplifica eccessivamente le complesse dinamiche commerciali, ignorando fattori come la domanda dei consumatori e le catene di approvvigionamento globali.Questi dazi che effetto producono?La formula trumpista di dazio semplifica eccessivamente le complesse dinamiche commerciali, ignorando fattori come la domanda dei consumatori e le catene di approvvigionamento globali. Se le ritorsioni commerciali fanno aumentare i costi, chi ci guadagna è in primis lo Stato, e in secudins, come abbiamo dimostrato nel caso del Giappone, anche le aziende nazionali, se sono già avviate e politicamente sostenute.Ma come faranno ora le agenzie statunitensi a crescere, dopo aver deregolamentato e delocalizzato interamente la propria catena di produzione? Lo scopriranno molto presto — e forse, nel modo più duro.In un mondo sempre più interdipendente, il ritorno aggressivo dei dazi rischia di trasformare ogni decisione economica in un atto politico. E come dimostrano i numeri, il costo non ricade solo sui governi, ma su industrie e consumatori in ogni angolo del pianeta. Se Trump farà marcia indietro, non possiamo prevederlo; ciò che è certo, però, è che dopo anni di accordi bilaterali e promesse di un mercato davvero globale, quell’ideale ha

Subito un colpo profondo