Di Lorenzo Gnolfo
Il 19 luglio, ultimo giorno di apertura della mostra dedicata a Robert Doisneau al Museo del Genio di Roma, ho deciso di visitare l’esposizione in una delle giornate più calde dell’estate. Sono arrivato intorno alle 14:45 e, con mia sorpresa, la mostra era quasi deserta. Forse per l’orario, forse perché ormai Roma pensa più al mare che ai musei, ma l’assenza di visitatori ha reso l’esperienza particolarmente piacevole e raccolta. Già dall’ingresso si percepisce il carattere dell’allestimento. Un piccolo bookshop introduce il percorso, anche se non particolarmente ricco né valorizzato dalla posizione. Da lì la visita si sviluppa attraverso un percorso a serpentina che accompagna il visitatore lungo le diverse fasi della vita e della carriera del fotografo. La mostra assume un significato particolare anche per il contesto in cui è stata organizzata: le celebrazioni per i 200 anni della fotografia e il settantesimo anniversario del gemellaggio tra Roma e Parigi. Quello che emerge con forza dalle fotografie esposte è soprattutto la straordinaria umanità dello sguardo di Doisneau. Esponente della fotografia umanista francese, il fotografo non cerca gli eventi eccezionali né le grandi svolte della storia. Al contrario, concentra la sua attenzione sulle persone comuni, sui bambini che giocano, sugli innamorati, sui lavoratori e sui piccoli episodi della vita quotidiana. Tra le opere più celebri presenti in mostra spicca naturalmente Le Baiser de l’Hôtel de Ville del 1950, accompagnata da altri scatti iconici come Un chien à roulettes, La concierge aux lunettes e L’information scolaire. Particolarmente interessanti sono anche i ritratti di Pablo Picasso, Alberto Giacometti, Jean Cocteau e Brigitte Bardot. Un dettaglio curioso riguarda proprio il celebre Bacio dell’Hôtel de Ville. Contrariamente a quanto molti credono, non si tratta di uno scatto rubato: la scena fu infatti realizzata per un servizio commissionato dalla rivista Life e interpretata da due giovani attori. L’emozione più forte è stata il senso di vicinanza con le persone ritratte. Pur essendo fotografie scattate decenni fa, i loro protagonisti appaiono incredibilmente moderni. Doisneau riesce a farci sorridere, a commuoverci e talvolta a riconoscerci in quegli sconosciuti. È probabilmente questa la forza della sua fotografia: ricordarci che, al di là delle epoche e delle città, le emozioni umane restano le stesse. Lasciando la mostra, l’impressione più forte non è legata a una singola fotografia, ma all’idea di mondo che emerge dall’intero percorso espositivo. Doisneau sembra raccontare una realtà più umana, più attenta agli altri, fatta di piccoli gesti e relazioni quotidiane. In un’epoca spesso frenetica e distratta, le sue immagini ricordano che la bellezza può nascondersi nelle cose più semplici.









