Di Chiara Pascucci

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, l’ondata del Neorealismo nel cinema raccontava fame e morte. Lo Stato cerca in breve tempo di spegnere il lume di questa nuova corrente; nessuno aveva in mente ancora di concentrarsi su quello che era stato. Il cinema sentiva la necessità di risorgere, di condurre lo spettatore al divertimento, di riconquistare un posto all’interno dello scenario internazionale. La chiave di tutto fu la commedia: gli spettatori non accettavano di guardare lucidamente la miseria in cui erano sommersi, ma adoravano guardarsi rappresentati in chiave comica. Negli anni ‘60, con l’avvento del boom economico, la commedia affila i propri coltelli, e si dedica ad una critica lucida ed aspra sui comportamenti umani tipicamente italiani. La commedia all’italiana è una commedia del riso, ma anche della riflessione, fatta di quel retrogusto amaro lasciato dietro ad una risata che sembra apparentemente goliardica. Siamo di fronte forse ad uno dei fenomeni più importanti della nostra storia: un cinema che è in grado di cogliere gli aspetti più autentici della nostra società, di riconsegnarli in chiave ironica per far luce sui nostri difetti peggiori. Una vera e propria presa di coscienza sociale involontaria, mascherata da personaggi iconici e storie bizzarre.

Uno degli esempi più lampanti è rappresentato da “I mostri” di Dino Risi, 1963; sceneggiato da Agenore Incrocci, Ruggero Maccari, Elio Petri, Dino Risi, Furio Scarpelli, Ettore Scola, il film ci mostra una vera e propria carrellata di mostri quotidiani.

Una serie di episodi ci raccontano in maniera diversa individui spregevoli, approfittatori, ipocriti, tutti inseriti nella società degli anni ‘60. La chiave fondamentale del film è la sua contemporaneità: gli individui non rimangono relegati alla propria dimensione storica, ma risultano incredibilmente attuali anche agli occhi di noi spettatori postmoderni. Questo risultato dipende forse dall’inevitabile banalità del comportamento umano; un comportamento che esula da qualsiasi dimensione temporale, ma fa riferimento a tutta una serie di atteggiamenti che l’uomo continua inevitabilmente ad attuare. Protagonisti del film, due indimenticabili Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi. I due veri mattatori per eccellenza, che con abilità si fanno strada tra personaggi completamente diversi, o per meglio dire, tra maschere diverse. La forza de “I mostri” risiede anche nella dimensione estetica. Per accentuare la loro moralità oscura, ogni personaggio presenta caratteristiche fisiche profondamente grottesche. Il grottesco gioca sull’ambiguità del mostro. Emblematico l’episodio che porta questo nome: due poliziotti scortano un pericoloso criminale che ha sterminato interamente la sua famiglia; al grido di una foto da parte dei giornalisti per immortalare “il mostro” – si aprirebbe tra l’altro un discorso sulla spettacolarizzazione della cronaca nera- i due poliziotti si mettono in posa, rivelando caratteristiche fisiche esilaranti ed orrende. La commedia ci sta chiedendo: chi è davvero il mostro qui?

La struttura ad episodi contribuisce a dare respiro al film: tipico di questa formula è mischiare episodi d’impatto, con episodi più deboli dal punto di vista della sceneggiatura. Questo aiuta lo spettatore a non rimanere inerte di fronte alla critica più aspra, e di conservare l’effetto sorpresa per gli episodi con un messaggio più importante.

Il meccanismo comico è chiaro: parlare di un qualcosa, con determinate caratteristiche, che possa poi essere completamente sovvertito sul finale, lasciando lo spettatore esterrefatto.  Mi viene da pensare all’episodio “Che vitaccia!” Dove un Gassman povero padre di famiglia numerosa, disperato nel non riuscire neanche a garantire le cure per il proprio figlio malato, preferisce comunque alla fine dell’episodio spendere gli ultimi spiccioli per andare a vedere una partita allo stadio; terribile, ma davvero così poco plausibile?

La satira però non si limita a questo, ma colpisce ogni ambito della società: la coppia, con l’episodio intitolato “L’oppio dei popoli”, dove un marito non si rende conto dell’amante della moglie a casa, perché troppo intento a guardare la televisione; il rapporto padre e figlio con “L’educazione sentimentale” -una chiave comica sulla scia de “I bambini ci guardano” di De Sica- dove un padre impartisce una serie di insegnamenti furbetti e maschilisti al figlio, con tragedia finale. Torna la macchina, lo status symbol, con “Vernissage” dove un padre di famiglia compra una nuova fiat 500, simbolo di benessere, e dopo averla decorata con santini e foto dei figli, ci fa salire sopra una prostituta. Siamo di nuovo di fronte all’ipocrita borghesia. 

Neanche il teatro e il cinema sfuggono all’occhio cinico della comicità, con “La raccomandazione” e “Presa dalla vita”, dove vediamo anche una sottile parodia di Fellini.

Una parte della satira si dedica anche alla crisi della virilità, alla presa in giro dello stereotipo maschile tipico della commedia del boom, con “Latin Lovers”.

Ma in assoluto l’episodio più importante è proprio quello finale; Intitolato “La nobile arte”, seguiamo da vicino il vecchio pugile Guarnacci (Tognazzi) che cerca di combinare un incontro impari tra il campione del momento, e Artemio Altidori (Gassman), pugile ormai suonato ed in pensione, che vive al mare con la moglie. Le lusinghe lo fanno cedere, e nonostante non sia più in grado di poter combattere, accetta, per rivivere le glorie di un tempo. Ovviamente perde, ma non senza conseguenze gravi che lo porteranno ad una grave menomazione fisica e mentale, permanente. La sequenza finale stona un po’ con tutto quello che gli episodi ci hanno insegnato. La risata è sparita, i mostri che ci hanno fatto sorridere diventano il peso di una vita amara, fatta d’ingiustizie, rimpianti, sopraffazioni. Su questa spiaggia quasi desolata, luogo cardine in cui l’uomo si spoglia dei vestiti sociali, vediamo il povero Altidori ormai su una sedia a rotelle, mentre segue contento un aquilone che vola sopra la sua testa, guidato dal suo collega Guarnacci. 

La moglie da lontano ci dice che non soffre, è come se fosse un bambino, ed è contento. L’infantilismo ha preso piede, l’umorismo si è spento, è rimasta l’amarezza; come se in questa sequenza si guardasse lo scheletro di una società ormai alla deriva. A questo abbiamo assistito per tutto il film. Il personaggio di Altidori ripeteva in continuazione “so’ contento”, metafora di una volontà di essere felici ad ogni costo, ma forse in una società che non permette di esserlo fino in fondo. Questo era il boom, questa era la vera essenza dei mostri, i nostri personali mostri, che conosciamo bene e che a volte forse si nascondono ancora dentro di noi.