Di Chiara Pascucci

Non è sbagliato ritenere Stanley Kubrick uno dei più grandi registi del ‘900;Solitario, schivo, di poche parole e ritenuto da molti scontroso, con i suoi film ha contribuito ad alimentare il nostro immaginario collettivo.

Le sue opere rimangono ancora le più studiate in ambito cinematografico, e la critica pullula di teorie e cospirazioni sul loro presunto vero significato. Ma Kubrick non realizzò solo capolavori e film cult, fu soprattutto un grande uomo di cultura, seppur non in senso canonico, e riuscì a cogliere in profondità, analizzando con la precisione che lo caratterizzava, i nodi più profondi del suo secolo. Studente distratto e poco interessato, sviluppò da solo i propri interessi, spaziando tra arte, scienza, musica e soprattutto la fotografia.Perché prima di essere un regista, Kubrick fu anche un giovane fotografo di talento, e questa sua formazione fu fondamentale per affinare il suo personale sguardo per la macchina da presa. La passione gli fu trasmessa dal padre, e a diciassette anni, anno 1945, una delle sue fotografie che ritraeva un edicolante affranto per la morte di Roosevelt fu acquistata dalla rivista “Look”, che la inserì come foto finale per un servizio dedicato proprio al presidente.

Divenne immediatamente parte dello staff fotografico. Fu l’inizio del viaggio nell’America degli anni Cinquanta attraverso l’obiettivo. Kubrick è giovanissimo, ma già da questo suo primo lavoro è possibile scorgerne il genio; la foto infatti, immortala un attimo ben definito. Kubrick ha già dentro di sé la sensibilità nel cogliere all’interno di un quadro tutti gli elementi che lo rendono significativo; e nulla è preparato in precedenza, si limita a scattare al momento giusto, quando ogni parte dell’immagine riesce a comunicare l’una con l’altra, creando un racconto. Fa cinema senza saperlo, realizza delle vere e proprie inquadrature.

La rivista “Look” è libera, senza riserve, e questo gli permette di coltivare il proprio estro artistico.

Siamo nell’America degli anni Quaranta e Cinquanta, New York è ormai la sede artistica dell’arte moderna, e Kubrick si trova coinvolto in quello che viene ricordato come il movimento artistico de la “New York School”. Ne facevano parte fotografi come Lee Friedlander, Robert Frank, Diane Arbus, e in generale figli di emigrati ebrei la quale sopravvivenza dipendeva dal diffuso fotogiornalismo da tlaboit dell’epoca. Essi si avvicinarono alla cultura museale e quella di massa, con una street photography che ha reso celebri immagini dell’America del tempo. Uno dei grandi esponenti fu Arthur Felig, alias “Weege”, divenuto famoso per le sue foto con il flash di delitti e incidenti. Il suo stile influenzò molto il giovane Kubrick che si muoveva tra le strade di New York in cerca di qualcosa da raccontare. Il suo interesse risiedeva nei soggetti umani; molte delle sue foto ritraevano passanti intenti in attività quotidiane.

Kubrick fotografò studenti delle confraternite dell’Università del Michigan, sindacalisti e villaggi di pescatori in Portogallo. Molte di queste opere furono esposte in moltissimi musei d’Europa. Appassionato di musica, immortalò i musicisti di dixileand, e condusse uno studio sui poveri e i ricchi di Chicago. Inoltre, è bene ricordare una serie di “candid shot” che ritraevano bambini, showgirl, circensi nella metropolitana newyorchese.

Aveva bisogno di fotografie che catturassero la realtà e l’occhio dello spettatore. Ma non è tutto: celeberrime sono le foto di Kubrick che ritraevano personaggi famosi del tempo, come Montgomery Clift, Rocky Graziano ed Errol Garner; e la più famosa, quella che ritrae Frank Sinatra. L’artista viene ripreso dal basso, con il volto incorniciato dalle braccia di un uomo piegato su un tavolo. Kubrick gioca con le forme geometriche e la composizione visiva, ma non solo, anche con l’illuminazione che ha a disposizione. Ciò lo aiuta a ricreare effetti drammatici.

Inoltre usa la composizione visiva per ricreare effetti surreali.Anche quando approderà al cinema, Kubrick non dimenticherà mai la fotografia; essa è stata una scuola che l’ha portato ad indagare la profondità dell’immagine, quella in grado di riportare alla luce le fattezze, i misteri del proprio secolo. Una ricerca che durerà per tutta la vita del regista.